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Mental-climb
….la terza via

Uno dei lati più oscuri del pianeta arrampicata è il cosìdetto “aspetto mentale”. Trascurato sino a poco tempo fa (probabilmente nemmeno ci si immaginava esistesse), oggi qualcuno comincia timidamente a parlarne. Se guardiamo al passato, possiamo per esempio rilevare come, nell’insuperato manuale di Patrick Edilinger “Arrampicare!” (1986), questo importante aspetto dell’arrampicata occupi solo 4 pagine, mentre tutto il resto del libro è dedicato allo sviluppo del movimento e della forza. Probabilmente, quando Edlinger scriveva il manuale in questione, si erano appena applicate le metodiche di allenamento all’arrampicata e ci si era resi conto che allenandosi costantemente, come in qualsiasi sport, si potevano ottenere risultati stupefacenti. L’aspetto mentale passava sicuramente in secondo piano rispetto a questa scoperta ma va tenuto conto che, al contrario di oggi, ad allenarsi erano soprattutto arrampicatori che comunque avevano già fatto un lungo tirocinio sulla roccia ed avevano perciò già acquistato buona parte di quella forma mentis che porta alla realizzazione e al raggiungimento dei propri obiettivi.
Con la convinzione, propria soprattutto del decennio passato, che arrampicare bene sia soprattutto un fatto di forza o meglio, di acquisire la forza, l’aspetto mentale ha acquistato paraddosalmente più importanza di prima, essendo divenuta la “malattia” più comune da cui sono affetti gli arrampicatori.

foto Maurizio Oviglia


foto Maurizio Oviglia
C’è quindi un sovrannumero di arrampicatori fisicamente ben dotati, delle perfette macchine di muscoli progettate e costruite per vincere, che però sono mentalmente deboli, che non riescono cioè ad incanalare nel modo giusto l’energia, che viene così sprecata.Come l’aspetto mentale sia fondamentale in arrampicata, lo dimostrano i risultati ottenuti da persone fisicamente molto più deboli del grado che superano.
E, ugualmente, le performances mancate da persone capaci di sollevare il proprio peso su infime reglettes e poi bloccate quando si tratta di scalare sulla roccia naturale.

Non è solo questione di tecnica, come si suol dire, ma anche e soprattutto di fiducia nelle proprie possibilità e soprattutto di volontà di riuscire.
In una parola, è questione di utilizzare le proprie risorse mentali al meglio, in modo da sfruttare bene le proprie possibilità fisiche, anche se queste sono minime.
Arrampicando nello stato mentale giusto serve la metà della forza fisica! Pensate alle sensazioni che proviamo quando ripetiamo un passaggio o una via che conosciamo, e che quindi non ci intimorisce più: facciamo la metà dello sforzo! E’ come se le nostre dita e i nostri muscoli sappessero esattamente quanta forza dosare su ogni appiglio tanto che siamo capaci di ripetere passaggi che trovavamo durissimi anche a fine giornata, quando siamo fisicamente stanchi. Chi pratica il bouldering ben dovrebbe conoscere queste sensazioni e non dovrebbe attribuirle, un po’ semplicisticamente, al solo fatto che il nostro corpo ha imparato ad eseguire i movimenti alla perfezione.
In realtà stiamo salendo liberi da blocchi mentali, rilassati, e permettiamo così alle nostre energie di essere utilizzate al meglio, e non sprecate.
Un altro esempio è lo stato mentale che permette ai solitari integrali (senza corda) di salire incredibili vie, apparentemente senza fatica. Questi arrampicatori “lavorano” molto sulla determinazione mentale, ed affrontano queste salite solo quando si sentono nella condizione giusta.
Vista dal di fuori, sembra una cosa ovvia, ma questo atteggiamento è il solo che permetta a questi arrampicatori di “non rischiare” più del dovuto, e procedere senza dispersioni di energie, che potrebbero essere in questo caso fatali.

foto Mattia Vacca


foto Maurizio Oviglia
Avete mai pensato se ognuno di noi imparasse ad arrampicare dando la stessa importanza a questo aspetto, anche se un nostro errore verrà trattenuto dalla corda? Tutto questo per dire che gli arrampicatori più bravi, non sono certo i più forti, ma piuttosto quelli che hanno imparato a canalizzare nel senso giusto le proprie energie al momento più opportuno.
Se questa capacità mentale supera di gran lunga la forza fisica, allora sono possibili cose incredibili, a cui la maggiorparte dei climber preferisce non credere. E’ il caso delle solitarie più stupefacenti, ma anche della salita, da parte di arrampicatori “deboli”, di vie di difficoltà molto al di sopra della loro portata, almeno come grado.

Queste performance vengono “derise” o messe in dubbio da tutti, perché si pensa che sia impossibile raggiungere un certo grado se non si è “certificati” o supportati da un importante massa muscolare, ottenuta con un adeguato allenamento a secco.
Sta di fatto che, un climber abituato a superare ad esempio vie di 7a che improvvisamente superi un 8a, anche dopo numerosi tentativi, verrà creduto sulla parola dalla comunità solo se fisicamente dotato, senza pensare che, per fare il salto di difficoltà, egli potrebbe aver attinto alle proprie risorse mentali piuttosto che a quelle fisiche… Del resto anche la storia dell’arrampicata è piena di salite messe in dubbio perché apparentemente impossibili e non giustificate senza pensare che, almeno in arrampicata, siamo ancora molto lontani dalla comprensione di tutte le variabili che concorrono alla prestazione. Non stiamo, insomma, correndo i 100 metri piani, dove si gioca tutto in 10 secondi!
Per cercare di capire meglio questi, apparentemente assurdi, meccanismi, ci si deve dunque rassegnare all'idea che l'arrampicata è un grande insieme di variabili. Dovremmo abituarci a ragionare tenendo conto di questo fatto, ma per capire ciò che non riusciamo a spiegare, abbiamo necessità di semplificare. Se pensiamo all’arrampicata come la somma di tre grossi vasi comunicanti, che chiameremo forza, mente e tecnica, semplificheremmo comunque di molto la realtà. Ma già dividendo l’universo arrampicata in tre parti di uguale dignità ed importanza, avremo un’idea di quanto sia importante l’aspetto mentale per arrampicare bene e realizzare i propri obiettivi.

foto Mattia Vacca


foto Mattia Vacca
Da questo dovremmo anche dedurre ed accettare che, come ci sono persone che hanno molta forza ed una tecnica approssimativa, così esistono arrampicatori che hanno una grossa determinazione mentale ma difettano della forza. Va da sé che per ottenere i propri obiettivi non è determinante possedere la forza, ma si può agire sugli altri due canali, magari più facilmente e con meno sacrifici.
Come allenare la mente? Esistono ricette, esercizi, consigli? Se per la forza troviamo interi manuali che ci spiegano come allenarla e per la tecnica occorre, semplificando assai, un buon tirocinio su roccia naturale, l’allenamento mentale sembra una cosa assai nebulosa ed ardua da definire. Il manuale di Edilinger svicolava su questo punto, proponendo delle tecniche di memorizzazione visiva dei movimenti da eseguire. Ma non è, a mio parere, questo il nocciolo del problema. Il punto è piuttosto riuscire a superare quel qualcosa che ci blocca, che inibisce la nostra energia. Questo qualcosa è solitamente (ed un po’ genericamente) chiamato paura.
La paura può essere di diversi tipi, come ad esempio la paura del volo, a cui tutti danno eccessiva importanza (tanto da sembrare l’unica), la cosidetta ansia da prestazione, la paura del confronto e della competizione, la paura di non riuscire a fare un determinato grado, e via dicendo con una lunga lista. La paura più difficile da superare, quella che ci blocca, è però un’altra, e potremmo chiamala la paura di non riuscire. Superare questa paura potrebbe ben chiamarsi anche allenamento mentale ed essere la chiave che ci dà accesso a comprendere i nostri blocchi. Se per allenamento intendiamo “comprensione”, allora la cosa migliore da fare è assumere verso la scalata un atteggiamento mentale giusto, lo stesso che dovrebbe accompagnarci nell’affrontare i problemi della vita con la necessaria determinazione.

Dobbiamo infatti renderci conto che quando siamo di fronte ad una via o un passaggio difficile, ed abbiamo paura di non farcela, ci comportiamo esattamente come nella vita di tutti giorni. Se siamo abituati a scappare e trovare compromessi, senza prendere le decisioni di petto, se indulgiamo nelle lamentele e nell’autocommiserazione, allora anche nella scalata ci sarà molto difficile superare i nostri blocchi mentali. Per questione di comodo, daremo allora la colpa alla nostra poca forza, crogiolandoci e autoindulgendo nella nostra mediocrità. Solitamente si pensa che possedere determinazione sia un dono di natura.
Uno la possiede per carattere, altrimenti è meglio che si metta il cuore in pace! In un luogo comune come questo c’è sicuramente del vero, ma è bene pensare che sia nella scalata come nella vita di tutti i giorni ci si può imporre e fare forza di fronte all’ostacolo, allenandoci di fatto a superare questa paura. Anche il pensare di poter sovvertire questo stato di cose è già un buon inizio, da cui conviene sicuramente partire: sono convinto che posso farcela ugualmente, basta che lo voglia!
Altri tipi di blocchi che possono inibire il nostro miglioramento possono ricondursi a paure razionali e irrazionali, legate ad accadimenti passati. Sono volato e mi son fatto male, ed ora ho paura ad andare da primo. Oppure mi fa paura volare e mi blocco quando ho la protezione sotto ai piedi.

foto Mattia Vacca


foto Gianluca Congiu
Anche questi tipi di paura possono essere vinte con la volontà, senza necessariamente seguire i consigli di chi propone una terapia d'urto, lanciandosi nel vuoto da distanze crescenti dall'ultima protezione. Occorre piuttosto ricominciare gradatamente a credere in se stessi, sanando quella ferita che la brutta avventura ha provocato e ci vuole un compagno che funga da psicanalista e ci aiuti.
Oppure sono inibizioni che derivano da un atteggiamento verso la scalata da parte di molti: costoro considerano l'arrampicata come qualsiasi altro sport, ma a differenza delle altre discipline pretenderebbero di raggiungere i massimi livelli in poco tempo, soprattutto senza soffrire.
E’ comprensibile che la sofferenza sia un notevole freno inibitore, ma non si capisce come mai, ad esempio, sia normale che il ciclista debba tener duro e soffrire sulla salita del Passo Pordoi, mentre lo scalatore si appenda appena senta le braccia un poco indurite dall’acido lattico.
Questa predisposizione alla “battaglia” e alla sofferenza rientra a buon diritto nelle capacità mentali che concorrono in maniera determinante alla riuscita di un obiettivo ed è, non a caso, una delle caratteristiche che contraddistingue tutti i forti arrampicatori, insieme alla grinta, alla caparbietà e alla cocciutaggine nel raggiungere i propri obiettivi. Non so se per allenare questo aspetto siano utili esercizi di training autogeno, come molti consigliano.

E’ però certo che per arrivare a dei risultati occorre considerare il nostro obiettivo come una meta da raggiungere a tutti costi e non disperdere troppo i nostri pensieri, in modo da incanalare tutte le nostre energie mentali su una sola cosa, facendo attenzione che il tutto non ecceda nello stress, diventando perciò negativo. Non sempre aiuta perciò dire “non ci penso, lascio stare, ci riuscirò a tempo debito”, perché è un atteggiamento rinunciatario spesso non giustificato, alimentato solo dalla paura della sofferenza necessaria a raggiungere quel particolare obiettivo. Altra cosa curiosa ma frequente è la paura di migliorare. Moltissimi sono convinti di non fare più di un certo tanto e si bloccano quando provano una via che ritengono al di sopra delle proprie possibilità. Costoro non hanno paura di non riuscire, ne sono matematicamente certi, per cui falliscono in partenza. Per sbloccare questa assurda convinzione che si è ormai impadronita di loro stessi, occorre convincerli, spesso con l’inganno, che possono migliorare, aiutandoli a trovare gli stimoli giusti. Non bisogna indulgere con loro, specialmente quando cercheranno scuse e motivi validi per convincere tutti che non sono in grado, son vecchi, o non gli interessa più.
C’è ancora da rilevare come molti, anzi moltissimi, esorcizzino l’aspetto mentale della scalata. Superlavorando una via, aumentando in modo sproporzionato la forza (in rapporto a quella che serve per venire a capo di quel problema), ci si auto-convince che si riuscirà perché siamo forti fisicamente e perché il nostro corpo oramai ha imparato i movimenti e li eseguirà talmente bene da non cadere.

foto Mattia Vacca
Questa certezza (e per noi è tale nel momento che è di dominio comune) è la droga che ci serve, la motivazione che dà la spinta ai nostri muscoli. Purtroppo una volta svanito l’effetto, ci blocchiamo nuovamente, tant’è che su un’altra via non siamo capaci di tirar fuori la stessa determinazione che ci aveva permesso di riuscire sul superlavorato, ed abbiamo bisogno di tempo. Dunque lavorando le vie e praticando solo questo stile di scalata, aggiriamo il problema mentale, ed è un po’ come se l’addormentassimo usando l’anestetico. Ma se imparare ad arrampicare bene è qualcosa di più complesso del mero raggiungere una cifra, il proprio “record personale”, come qualcuno lo definisce, allora ingannare noi stessi diventa un esercizio inutile e privo di importanza. Raggiungere un giusto equilibrio tra forza, tecnica e determinazione mentale dovrebbe dunque essere la meta di ogni climber maturo, consapevole che i risultati, numerici e non, poi verranno di conseguenza.

Maurizio Oviglia