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Di Maurizio
Oviglia
Da parte della ditta La Sportiva
ci furono prodotti estremamente
polivalenti (Mytos)
in grado di rendere bene su
tutti i terreni, e modelli più
indirizzati alla scalata su
muri verticali (Tao e Syncro).
Ma anche i primi modelli indirizzati
alla scalata in strapiombo (Kendo),
estremamente fascianti, apprezzati
da una ristretta cerchia di
climber.
E’ interessante notare
come, agli inizi degli anni
’90, cominciarono a differenziarsi
le esigenze dei climber e, di
conseguenza, le scarpette. In
poche parole gli arrampicatori
cominciarono a dividersi tra
chi preferiva scarpette più
sensibili e chi, invece, ricercava
una maggiore precisione, come
diceva Manolo nell’intervista.
L’arrampicata in strapiombo
si stava affermando sempre più
e la maggioranza dei climber
ora chiedeva un prodotto leggero
e versatile.
E’ difficile dire quando
nacque nella massa degli arrampicatori
la consapevolezza dell’importanza
della calzatura per il successo
su una determinata via. Possiamo
dire, come si accennava all’inizio,
che questo postulato non è
ancora definitivamente acquisito.
Di certo si cominciava a capire
che abbinando un particolare
modello, piuttosto che un altro,
alla morfologia della via che
si andava ad affrontare, si
potevano ottenere risultati
migliori. Ma questa “intuizione”
(che oggi appare del tutto evidente,
ma allora non lo era) fu foriera
di un cambiamento nella mentalità
dei climber, che influenzò
di fatto la politica delle aziende
costruttrici.
Non si comprava più la
scarpetta per poter scalare,
su qualsiasi terreno, ma si
indirizzava la scelta sul modello
che più si confaceva
alle proprie caratteristiche
di arrampicatore. Infatti le
varie aziende cominciarono a
produrre diversi modelli contemporaneamente,
e si cominciarono a vedere anche
arrampicatori con più
paia di scarpette nello zaino,
che indossavano a seconda delle
caratteristiche della via che
andavano ad affrontare.
Verso la metà degli anni
’90 La Sportiva, in collaborazione
con l’arrampicatore norvegese
Marius Morstad dell’università
di Oslo, coniò “
La Mirage”, un modello
innovativo e di rottura, che
aveva il suo punto di forza
nella forma decisamente asimmetrica.
Nella mente dei progettisti
c’era l’esigenza
di poter sfruttare la punta
della scarpetta come un uncino,
prendendo spunto dal movimento
con cui le scimmie artigliano
gli alberi. L’asimmetria
spostava la sensibilità
dell’appoggio sull’alluce,
proprio come nell’arrampicata
a piedi nudi, mentre un pre-tensionamento
dell’intersuola creava
un vuoto sotto la pianta del
piede, favorendo la presa ad
uncino, particolarmente utile
sulle prese in resina delle
strutture da gara.
Se da un lato l’obiettivo
fu raggiunto, il modello era
però decisamente troppo
specialistico, pagando il prezzo
della sua forma molto particolare
su altri tipi di terreno e soprattutto
nell’uso laterale e interno
della scarpa. L’intuizione
dell’asimmetria (fino
ad allora tutte le scarpe avevano
una punta centrale) fece però
scuola al punto che tutte le
ditte sul mercato la sposarono.
I successivi modelli, sino ad
arrivare a quelli attualmente
in commercio, sono il risultato
di una ricerca continuativa
sulla strada del compromesso,
senza rinunciare però
alle innovazioni che avevano
trovato vita nelle Mirage.
Rimanendo ai modelli La Sportiva,
degne di segnalazione sono le
Miura,
una scarpa polivalente e precisa,
molto adatta a sfruttare di
punta anche i più piccoli
buchetti, e con una buona rigidità
e tenuta nel tempo. Le successive
Katana, invece, si possono valutare
come un compromesso tra una
forma moderatamente asimmetrica
e una buona sensibilità
sugli appoggi, unita ad una
mescola un po’ tenera
ma altamente performante. Le
ultime “ Testa
Rossa” sanciscono
invece un ritorno alla concezione
“Mirage”, meno estremizzata
ma unita agli ultimi ritrovati
tecnici in fatto di tomaia.
Unitamente alla Sportiva e alla
Boreal, da tanti anni leader
nel settore, va menzionata la
ditta americana Five Ten, capace
di combinare sensibilità
con elevata precisione in appoggio,
anche con le scarpe con allacciatura
a velcro.
Chiusi i conti con la storia,
tracciata a grandi linee e con
tutti i limiti di chi scrive
(che non è un produttore
di scarpe), possiamo ora avvicinarci
alle questioni iniziali: è
proprio così importante
la scelta della scarpetta ai
fini della prestazione?
Dalle parole di Manolo abbiamo
intuito come esistano sensibilità
diverse verso la roccia. Sembra
una cosa chiara ed evidente,
ma il nostro pensiero spesso
non ne tiene conto. Normalmente
ci si concentra sulle braccia,
sulle dita, ma molti arrampicatori
hanno le capacità di
sfruttare al meglio anche le
possibilità dei piedi.
Se poi si riesce a “sentire”
con le dita dei piedi e non
solo “appoggiare”
è evidentemente ancora
meglio! Da qui nasce la soggettività
verso la scelta delle scarpette,
perché il giudizio evidentemente
dipende da quanto si sia capace
di sfruttarle.
Molti arrampicatori sono infatti
convinti di usare bene i piedi,
e quindi dispensano giudizi
sulle scarpette, disquisendo
quale sia la migliore. In realtà
la gran parte degli scalatori
valuta le scarpette con approssimazione,
con la stessa competenza che
un principiante sciatore applica
alla scelta di uno sci piuttosto
che un altro. Ovvero nessuna.
Occorre con evidenza lavorare
prima sulla tecnica e sulla
sensibilità, invece di
cercare di metterci una pezza
con la scarpetta, sperando in
un miracolo impossibile. Solo
in seguito potremo adattare
alle nostre caratteristiche
(una volta che sappiamo quali
sono) la scarpetta, allo stesso
modo di come lo sciatore esigente
sceglie lo sci alla particolare
situazione o neve che va ad
affrontare. Se non si sa sciare
e se non si conosce la neve,
che senso ha scegliere uno sci
piuttosto che un altro?
Non è dunque la scarpetta
che fa il climber, ma è
pur vero che una scarpetta piuttosto
che un’altra, su una determinata
via, può concorrere al
risultato. Ma qualcuno si chiederà:
“in che percentuale?”.
La risposta non può che
dipendere dalla nostra capacità
di utilizzare al meglio la scarpetta,
e per utilizzarla bene occorre
essere capaci di “sentirla”,
come fosse una parte del nostro
corpo. Tanto più sarà
alta questa sensibilità,
maggiore possibilità
avremo di sfruttare bene la
scarpetta. Mentre non è
sicuro che una scarpetta buona
su un piede poco preciso possa
aiutare più di tanto.
Solitamente sarà solo
una falsa convinzione, mentre
in realtà si continuerà
a tirare solo con le braccia
e con le dita.
E’ quindi fondamentale,
nel cammino di ogni arrampicatore,
aumentare la propria sensibilità
sui piedi, concentrarsi sulle
sensazioni, in modo da imparare
a capire quando la scelta di
una scarpetta piuttosto che
un’altra sia determinante
per la riuscita. Ma riuscire
non vuol dire sempre progredire,
in senso generale, mentre imparare
ad utilizzare al meglio ogni
parte del nostro corpo è
sicuramente gettare le basi
per un miglioramento della nostra
capacità di scalare,
non solo finalizzata al risultato
sportivo.
Queste considerazioni sono anche
alla base del mio convincimento,
per cui ritengo che sia necessario
iniziare ad arrampicare in placca
e sulla roccia naturale, piuttosto
che in una palestra indoor.
Imparare a caricare nella giusta
maniera i piedi, e a sentire
gli appoggi sotto le scarpette,
sono sensazioni che non si possono
apprendere sugli strapiombi
o sulla resina, là dove
è possibile trovare,
in ogni momento, scappatoie
tirando con le braccia. Non
è possibile sentire un
suono leggero e tenue in una
sala dove c’è un
terribile frastuono! Occorre
mettersi in situazioni dove
per forza di cose la mente deve
concentrarsi sulla punta dei
piedi, e per farlo occorre stare
“in silenzio” ad
ascoltare, con umiltà.
Ma oltre a sentire è
molto importante anche imparare
a guardare dove si appoggia
il piede e come lo si appoggia.
La varietà minerale della
roccia deve entrare progressivamente
in ognuno di noi, affinché
con lo sguardo si impari automaticamente
a decodificare un appoggio,
e di conseguenza il modo di
caricarlo o sfruttarlo ci risulti
istintivo.
Seguendo questa strada ci accorgeremo
progressivamente che la scarpetta
non sarà più quello
strumento estraneo che non risponde
ai nostri comandi, ma la suola
e la sua struttura intera farà
parte del nostro piede, come
se fosse parte integrante del
nostro corpo.
Allora scegliere non sarà
più così difficile
e impareremo a farlo con consapevolezza,
e non a caso, influenzati dalla
pubblicità, come la maggior
parte degli arrampicatori.
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