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Di Maurizio
Oviglia
Oggi
la scarpetta è diventata
uno strumento essenziale nella
dotazione di ogni arrampicatore.
Ma quanto è determinante
la scelta di una buona scarpetta?
E’ la scarpetta che fa
l’arrampicatore o viceversa?
E soprattutto, come capire qual
è il modello che fa per
noi?
Non è facile rispondere
a questi quesiti, soprattutto
senza voler dare solo delle
informazioni commerciali, in
qualche modo viziate e poco
obiettive. E’ abbastanza
usuale trovare recensioni sui
vari tipi di modelli in commercio,
spesso però capita di
leggere pareri totalmente contrastanti,
il che evidenzia come la sensibilità
che ha un climber sui piedi
sia, in fin di conti, una cosa
soggettiva.
Ma
andando con ordine occorre fare
come sempre un poco di storia,
cercando di vedere un po’
come si sono evolute le “tecniche
di spinta” sui piedi e,
di conseguenza, le scarpette.
Le prime scarpette di arrampicata,
antenate di quelle che utilizziamo
oggi, furono forse le mitiche
EB, in uso in Europa nei primi
anni ‘70. Soppiantarono
abbastanza velocemente l’uso
degli scarponi, che si era generalizzato
nel dopoguerra. L’idea
era quella di arrampicare con
una scarpa da ginnastica (qualcuno
già usava Le Superga,
perché avevano la suola
interamente in gomma) che avesse
sotto una suola di mescola simile
ai pneumatici delle macchine
da Formula Uno. Le scarpette
EB
avevano la tomaia non molto
resistente e per questo erano
ottime nelle fessure,
perché avevano la capacità
di storcersi all’interno
di esse, permettendo all’arrampicatore
di scaricare il peso. Però
avere le scarpette nei piedi
(dette anche “varappe”
o “pedule” da arrampicata)
permetteva un tipo di tecnica
che con gli scarponi non era
possibile adottare. Mentre utilizzando
gli scarponi
si faceva uso della rigidità
della suola, e il piede veniva
messo di punta sulle minime
asperità, mantenendo
il tallone alla stessa altezza
della punta, con le scarpette
a suola liscia si appoggiava
spesso tutto l’avampiede,
in aderenza. Questo cambiamento
radicale di stile influenzò
non poco tutte le tecniche di
scalata. Cambiò il baricentro
dell’arrampicatore, cambiò
il modo di caricare gli appoggi,
improvvisamente divennero possibili
passaggi in cui era solo la
suola poggiata in aderenza
a sostenere il peso della persona
(tecnica di aderenza).
Di
lì a poco arrampicatori
come Patrick Edlinger e Patrick
Berhault si sarebbero incaricati
di ampliare i limiti della tecnica,
dimostrando come utilizzare
i piedi sui muri più
lisci e sugli strapiombi.
In particolare Edlinger
fu uno dei primi ad utilizzare
la posizione “a rana”
sulle placche e sui muri, caricando
lateralmente i piccoli appoggi
della roccia. Questo gli permetteva
di mantenere il bacino molto
vicino alla roccia, e dunque
di rimanere in equilibrio anche
dove la parete era verticale.
Patrick
Berhault, dal canto suo,
fu maestro nell’uso del
foot-hook, cioè del tallonaggio,
sugli strapiombi più
impressionanti mostrando una
tecnica magistrale ed allo stesso
tempo sorprendente.
Fin qui, e siamo nei primi anni
’80, le ditte costruttrici
di scarpette non spinsero molto
sulla ricerca e sulla differenzazione
dei modelli. Probabilmente non
veniva ancora data molta importanza
al ruolo della scarpetta nell’arrampicata
ed essa veniva considerata poco
più che un optional.
Chi non ricorda, infatti, che
la maggior parte degli arrampicatori
di quegli anni soleva camminare
con le scarpette ai piedi, senza
togliersele nemmeno sui sentieri
di avvicinamento?
Qualcosa cominciò a cambiare
con l’introduzione sul
mercato della PE
(Dolomite), studiata da
Patrick Edlinger. Si trattava
di una scarpetta con un’intersuola
rigida che ne aumentava le prestazioni
in placca, dove era necessario
caricare minime asperità.
La PE fu la prima scarpetta
studiata apposta per l’arrampicata
di alta difficoltà ed
era infatti anche molto indicata
sui passaggi di bouldering.
Un evoluzione delle EB furono
invece le scarpette conosciute
come le San Marco, oppure –meglio
ancora- le “Mariacher”
della neonata ditta La Sportiva.
Le Mariacher furono delle
scarpe di enorme successo, grazie
all’eccezionale aderenza
della loro gomma. Appena acquistate,
se venivano sfregate l’una
contro l’altra, si incollavano!
Pur non essendo molto precise
e fasciando la caviglia (in
seguito i modelli divennero
esclusivamenti “bassi”),
queste scarpette erano in grado
di garantire elevate prestazioni
per gli anni in cui furono concepite.
Il climber aveva imparato a
caricare e a sfruttare appoggi
che fino a poco tempo prima
non venivano neanche presi in
considerazione. Se con le PE
questi venivano sfruttati di
lato, grazie allo scalino della
suola, con le Mariacher il piede
veniva “spalmato”
sugli appoggi e si rimaneva
sorprendentemente incollati!
Tutti i modelli di quei tempi
erano tuttavia soggetti ad un
consistente cedimento strutturale
e si era molto lontani dalle
capacità fascianti ed
avvolgenti dei modelli di oggi.
Se appena comprate le scarpette
risultavano dolorose, dopo breve
tempo esse diventavano troppo
larghe e dunque inaffidabili.
Fu per questo che gli arrampicatori
più esigenti cominciarono
a comprarle molto, molto piccole.
Le Mariacher venivano infatti
comperate addirittura tre o
quattro numeri in meno, e non
era raro assistere a scene tragicomiche
allorché l’acquirente
provava per la prima volta la
scarpetta in falesia.
Un altro fenomeno interessante
fu la risolatura in airlite,
una gomma molto aderente, da
parte degli amanti dell’arrampicata
di aderenza. In questo modo
la scarpetta perdeva l’affidabilità
sulle tacchette piccole, ma
diventava insuperabile spalmata
sulla roccia.
Ma a parte queste esagerazioni,
dalla metà degli anni
’80 le due ditte leader
nella produzione di scarpette,
La Sportiva e La Boreal, indirizzarono
le loro ricerche su due binari
ben distinti. Nacquero le prime
ballerine (le
Ninja della Boreal) per
i climbers che sentivano la
necessità di affinare
la sensibilità sulle
dita dei piedi, all’insegna
di una scalata più istintiva.
Interessante è quel che
dice Manolo in un’intervista
su questo argomento “…ho
sempre preferito le scarpette
di arrampicata morbide, per
sentire meglio gli appoggi sotto
i piedi, quasi come “stringerli”
come si fa con le mani. …La
scarpetta è l’unico
intermediario tra il corpo umano
e la roccia. La sua caratteristica
di costruzione ci permette di
avere un certo rapporto e quindi
un certo “contatto”,
invece di un altro, con la roccia.
Ecco il motivo per cui diventa
determinante la scelta della
scarpetta giusta che meglio
si adatta a quelle che sono
le nostre caratteristiche. Io
scelgo le scarpe morbide perché
favoriscono la fantasia e la
libertà di movimento.
Trovo che la scarpa rigida sia
limitante, perché non
permette certe cose e frena
l’immaginazione. Mi rendo
conto che in certi frangenti
una certa rigidità strutturale
mi potrebbe aiutare. In ogni
caso preferisco il morbido perché
amplifica il piacere dell’arrampicata”
(Rdm n. 241, 11/2000, itv di
Oscar Durbiano).
Dalla parte opposta si cercava
di lavorare sulla tomaia per
garantire alle scarpette una
tenuta più stabile nel
tempo ed una certa rigidità
e precisione in appoggio.
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