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Cosa intendiamo quando
parliamo di stile di scalata? A seconda
della morfologia della roccia e della
parete che stiamo affrontando, le
tecniche per superarla cambiano considerevolmente.
Si può dire dunque che “lo
stile di scalata” è determinato
dalla combinazione di questi due fattori,
dalla morfologia degli appigli e degli
appoggi, dall’inclinazione della parete,
dalla struttura della roccia, e dalla
tecnica di arrampicata che bisogna
di conseguenza attuare per superarla.
Esistono moltissime tecniche di scalata
ma per semplicità è in uso dividere
queste in tre grandi gruppi: arrampicata
in strapiombo (dove la
roccia è fortemente strapiombante),
arrampicata
in placca (col tempo si
è iniziato ad usare questo termine
anche per muri leggermente strapiombanti!)
e arrampicata
in fessura (generalmente
su rocce granitiche).
Fino a qualche anno
fa un buon scalatore doveva saper
affrontare con maestria tutti i terreni,
perché era frequente scalare su tutti
i tipi di roccia e in molte situazioni
differenti. Negli ultimi tempi c’è
stata però una forte specializzazione
verso l’alta difficoltà, che ha portato
la massa degli arrampicatori a prediligere
il terreno strapiombante. Ecco allora
che lo stile di scalata ha assunto
un importanza fondamentale nella scelta
della falesia, sovente con l’intento
di farla corrispondere il più possibile
alle proprie attitudini, onde poter
raggiungere il risultato col minor
sforzo possibile. Ma se questa sembra
essere la prassi dilagante tra gli
arrampicatori, è anche vero che, oggi
come ieri, è considerato migliore
e più completo chi eccelle su tutti
i terreni e su tutti i tipi di roccia,
fermo restando che ognuno avrà sempre
le proprie preferenze e il suo stile
preferito.
Passiamo dunque ad analizzare specificatamente
questi tre stili di scalata: in questa
prima parte ci occuperemo dell’arrampicata
su placca.
La
placca
Le placche di roccia
poco inclinate sono da sempre state
il terreno ideale
per imparare. La modesta
inclinazione della parete permette
infatti di usare maggiormente i piedi
e di ricorrere alle mani e alle braccia
solo per equilibrio: l’ideale per
un principiante che non possegga ancora
una muscolatura allenata. Naturalmente
più l’inclinazione
della parete aumenta e più le braccia
e le dita assumono un ruolo importante
e non solo accessorio. L’arrampicata
in placca è però, allo stesso tempo,
anche il terreno
più difficile, perché a
parità di difficoltà, essa richiede
un maggior repertorio gestuale e un
maggior numero di variabili in gioco
che occorre saper dominare per arrivare
alla buona riuscita della scalata.
Analizzare questo tipo di scalata
è molto complesso e richiede l’analisi
di diversi fattori e tecniche correlate
tra di loro.
L’uso dei piedi
Si dice che in placca sia fondamentale
un corretto uso
dei piedi. Ciò è senz’altro
vero, ma usare bene i piedi è un concetto
un po’ astratto e nebuloso, difficilmente
comprensibile da un principiante.
Non si capisce bene in che modo si
dovrebbe imparare
a mettere bene i piedi
o se questo sia piuttosto un dono
innato riservato a pochi eletti. Ma
una delle poche certezze su questo
argomento è che per utilizzare al
meglio gli appoggi con i piedi è necessario
aver assimilato tutto un insieme di
tecniche e di padronanza
dell’equilibrio che solo
un lungo apprendistato possono dare.
L’importanza
delle scarpette
L’evolversi delle calzature di arrampicata
ha permesso allo scalatore di sfruttare
anche le minime
rugosità della roccia (grazie
allo spigolo netto delle suole) e
di aderire anche alle superfici più
lisce (grazie alla composizione delle
mescole di cui sono fatte le suole).
La scelta
di una buona calzatura è quindi
importante, come fondamentale è avere
un buon feeling con la scarpetta,
in modo da non sentirla come un corpo
estraneo ma piuttosto come parte del
piede. Un buon compromesso tra rigidità
e sensibilità è quindi
auspicabile, anche se esistono autorevoli
scalatori che sostengono che scalare
con calzature ultramorbide (le cosidette
“ballerine“)
in placca, sia altamente propedeutico.
Occorre insomma acquistare sensibilità
non solo sulle dita delle mani, ma
anche su quelle dei piedi!
Il senso
dell’equilibrio
Ma rimanere attaccati alle placche
più difficili non è però solo questione
di scarpe e occorre soprattutto, come
si diceva, senso dell'equilibrio.
In altre parole, se un passaggio ci
pare impossibile e un appoggio ci
sembra troppo piccolo per poterci
affidare il nostro peso, ciò può dipendere
dalle nostre scarpe e dalle nostre
capacità di utilizzarle al meglio,
ma più probabilmente dovremo prima
studiare meglio tutte le soluzioni
di equilibrio possibile in relazione
alla disposizione degli appigli. Lo
scalatore esperto è colui
che istintivamente si mette nella
posizione di equilibrio più efficace,
senza razionalizzare
quel che sta facendo e lasciando
libera la mente di occuparsi
di anticipare il passaggio successivo.
Altre volte si vedono scalatori, solitamente
non particolarmente esperti nell’uso
dei piedi, affidarsi completamente
alle mani e alle dita su appigli sovente
molto piccoli. Il risultato è che
i passaggi sembreranno enormemente
più difficili di quel che sono: è
importante dunque, nella scalata in
placca, imparare ad utilizzare
la forza di braccia e di
dita solo dove
non se ne può fare a meno
e concentrarsi invece maggiormente
sull’equilibrio. Sulle tecniche di
scalata in placca si può dire ancora
molto. Qualche anno fa, per esempio,
era in uso caricare le piccole liste
della roccia (tacche o reglette) con
il lato interno della scarpetta,
in modo da distribuire il peso su
una superficie maggiore. Questo portò
ad uno stile tutto particolare con
posizioni “a rana”, che risultano
molto efficaci su muri verticali.
La scioltezza
del bacino e delle gambe
era ed è dunque un requisito fondamentale
nell’arrampicatore, che deve saper
sollevare
moltissimo i piedi, e poterli
caricare anche nelle situazioni più
scomode.
L’evoluzione
della scalata in placca
Col tempo
l’arrampicata in placca si è trasferita
su muri via
via più verticali, sovente
fatti di liste susseguenti con scarse
possibilità di riposo. Le braccia,
o meglio gli avambracci, sono diventati
dunque molto importanti, almeno quanto
ii piedi e delle dita, da sempre i
fedeli alleati del buon “placchista”.
Un altro fattore si è quindi aggiunto
alla scalata in placca: la
continuità.
L’aspetto
psicologico
Dunque arrampicare in placca è un
insieme complesso di fattori e tecniche,
dove non ultimo viene l’aspetto psicologico
dettato dall’aleatorietà
dei passaggi. Spesso succede infatti
che la precarietà degli appoggi e
degli appigli finisca per incrinare
la decisione
dello scalatore, che comincia
via via ad essere meno preciso nei
posizionamenti, sino all’errore che
ne determinerà la caduta.
Al fine di una buona riuscita è dunque
molto importante curare questo aspetto,
come anche la ricerca di buone posizioni
di riposo e di decontrazione,
soprattutto mentale, che spesso è
il fattore determinante per la riuscita
di un difficile tiro in placca.
Lo stile di scalata in placca, come
detto in precedenza, può anche variare
molto a seconda della morfologia,
dell’inclinazione e del tipo di roccia.
Vediamo ora di distinguere tra le
varie possibilità:
Placca poco
inclinata e liscia: arrampicata di
aderenza
Quando la placca è poco inclinata
e assolutamente
liscia (ciò si verifica
spesso sul granito, raramente sul
calcare), è utile salire
in aderenza, ovvero
fidandosi solo delle suole delle scarpe
e poggiando le mani con il palmo sulla
roccia. Questo tipo di scalata, molto
praticato in luoghi come la Val
di Mello in Lombardia,
il Grimselpass
in Svizzera e la Pedriza
in Spagna, è tanto psicologico quanto
poco fisico, perché solitamente si
accompagnava con
l’assenza quasi completa di
protezioni.
Con l’avvento del chiodo a pressione
questa scalata si è fatta molto meno
impegnativa, dimostrando come la difficoltà
fosse soprattutto legata alla mente.
D’altra parte, specialmente in aderenza,
il secondo di cordata sale sempre
più facilmente del primo e tutto gli
pare più facile.
In questo stile si sono toccate raramente
le alte difficoltà: normalmente
una placca di 7b in aderenza è già
difficilissima e altamente precaria.
Tuttavia si mormora di un 8b di aderenza
tracciato sulle rocce della Pedriza
vicino a Madrid.
Placca molto
inclinata e liscia: arrampicata su
cristalli
Quando l’inclinazione si
accentua verso i 70/80
gradi e non è più possibile
salire solo con i piedi occorre artigliarsi
alle piccole
asperità della roccia con
le dita. Nel caso che questa sia il
granito, l’arrampicatore sfrutta i
piccoli cristalli e
li utilizza sia per le dita che per
i piedi. In questo stile particolare
si utilizzano solitamente scarpette
rigide che garantiscono
una buona tenuta su superfici molto
piccole. Nel caso di alte difficoltà
i passaggi difficili possono essere
molto continui, creando così un notevole
impegno psicologico
nel concatenare la via, soprattutto
quando ci sono poche possibilità di
decontrazione. In questo stile si
trovano anche vie molto difficili
di grado 8, sia in Corsica
che nelle Alpi,
ma pochi sono gli arrampicatori che
vi si dedicano e che sono capaci di
superarle.
Muro verticale
e strapiombante: arrampicata su liste
o su gocce
E’ lo stile attualmente
più apprezzato, quello
che consente di combinare la tecnica
in placca con la continuità di avambracci.
L’arrampicatore deve saper sfruttare
al meglio le combinazioni degli appigli,
non sempre facili da trovare, avere
una buona
resistenza, saper sfruttare
al meglio i
riposi sulle liste più
grosse, possedere una buona forza
di dita. E’ uno stile completo e di
soddisfazione che trova riscontro
in moltissime falesie sparse in ogni
parte del mondo e su ogni tipo di
roccia. In questo stile si è raggiunto
in Italia addirittura l’8c (Appigli
Ridicoli di Manolo).
Muro verticale
a buchi
Su particolari tipi di
calcare questo è uno stile molto diffuso,
particolarmente in luoghi molto famosi
come Finale
Ligure, Boux
o Ceuse.
L’arrampicatore assume qui una postura
ancora differente e arrampica col
bacino meno
vicino alla roccia, in
genere se ne discosta notevolmente
per individuare i piccoli buchi da
sfruttare con i piedi. Questi vengono
quasi sempre messi
di punta
e mai di lato. E’ uno stile
che richiede una buona forza di dita
e di tendini e una buona continuità,
nonché un’ottima scioltezza articolare.
Metodi di
allenamento per l’arrampicata in placca
A differenza che per lo
strapiombo non
esitono dei metodi collaudati
di allenamento per la scalata in placca.
La miglior cosa è la pratica sul campo,
dato che solo con l’esperienza ed
un vasto repertorio gestuale si arriva
ad acquisire un buon livello in questo
tipo di scalata. Molto utile per lo
sviluppo della forza di dita può risultare
il bouldering, anche per lo studio
del posizionamento del piedi e per
abituarsi ad essere precisi nei piazzamenti.
Alcuni trucchi
& astuzie del mestiere di “placchista”…
Una placca può sembrare molto più
difficile se non si sa dove mettere
i piedi e/o può risultare complicato
memorizzare tutte le sequenze di movimenti.
Quando si lavora una via può dunque
essere molto utile
segnarsi con la magnesite
tutte le asperità sfruttabili con
i piedi. Anche in condizioni di precaria
lucidità dovuta alla stanchezza esse
saranno dunque più facilmente individuabili.
Tastare
sempre a lungo con le dita un appiglio
particolarmente piccolo. Aumentare
la sensazione tattile aiuta a trovare
facilmente il modo giusto per tenere
la presa, sovente utilizzando il pollice
o variando la combinazione delle dita
sulla presa.
Allo stesso modo,
con i piedi, assicurarsi
di sfruttare l’appoggio nel senso
più conveniente, con attenzione soprattutto
all’inclinazione del tallone. Arrampicare
con il piede
in esterno quando questo
sia utile, essere precisi e non grossolani
nei cambi di piede e abituarsi a caricare
appoggi anche molto alti, magari su
un masso o provando ripetutamente
un passaggio con la corda dall’alto
(per essere sicuri di restringere
il campo all’aspetto tecnico).
Abituarsi a considerare un appoggio
molto piccolo come
se fosse grande, spingendo
sempre con forza sui piedi. Alla peggio
questo scivolerà, ma si saranno eliminate
inutili indecisioni e risparmiati
movimenti.
Di Maurizio Oviglia
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