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Gli stili di scalata: la placca













caricamento di un appoggio con il lato interno della scarpetta


sulle placche inclinate le mani servono solo come equilibrio


placche a buchetti, notare la posizione delle dita


placche a 70/80 gradi, utilizzo particolare delle mani


placche di dita a Finale Ligure


tecnica di aderenza, le mani servono solo per equilibrio


placche ripide di granito in Monte Bianco


muri a "gocce" a Masua, Sardegna



muri a buchi grandi a Ceuse, Francia



placche a 80 gradi a piccoli buchetti


placche a 80 gradi a tacche e cristalli


muri a tacche nette, notare la posizione delle dita



muri a cristalli, utile segnarsi gli appoggi

Cosa intendiamo quando parliamo di stile di scalata? A seconda della morfologia della roccia e della parete che stiamo affrontando, le tecniche per superarla cambiano considerevolmente. Si può dire dunque che “lo stile di scalata” è determinato dalla combinazione di questi due fattori, dalla morfologia degli appigli e degli appoggi, dall’inclinazione della parete, dalla struttura della roccia, e dalla tecnica di arrampicata che bisogna di conseguenza attuare per superarla.
Esistono moltissime tecniche di scalata ma per semplicità è in uso dividere queste in tre grandi gruppi: arrampicata in strapiombo (dove la roccia è fortemente strapiombante), arrampicata in placca (col tempo si è iniziato ad usare questo termine anche per muri leggermente strapiombanti!) e arrampicata in fessura (generalmente su rocce granitiche).

Fino a qualche anno fa un buon scalatore doveva saper affrontare con maestria tutti i terreni, perché era frequente scalare su tutti i tipi di roccia e in molte situazioni differenti. Negli ultimi tempi c’è stata però una forte specializzazione verso l’alta difficoltà, che ha portato la massa degli arrampicatori a prediligere il terreno strapiombante. Ecco allora che lo stile di scalata ha assunto un importanza fondamentale nella scelta della falesia, sovente con l’intento di farla corrispondere il più possibile alle proprie attitudini, onde poter raggiungere il risultato col minor sforzo possibile. Ma se questa sembra essere la prassi dilagante tra gli arrampicatori, è anche vero che, oggi come ieri, è considerato migliore e più completo chi eccelle su tutti i terreni e su tutti i tipi di roccia, fermo restando che ognuno avrà sempre le proprie preferenze e il suo stile preferito.

Passiamo dunque ad analizzare specificatamente questi tre stili di scalata: in questa prima parte ci occuperemo dell’arrampicata su placca.

La placca

Le placche di roccia poco inclinate sono da sempre state il terreno ideale per imparare. La modesta inclinazione della parete permette infatti di usare maggiormente i piedi e di ricorrere alle mani e alle braccia solo per equilibrio: l’ideale per un principiante che non possegga ancora una muscolatura allenata. Naturalmente più l’inclinazione della parete aumenta e più le braccia e le dita assumono un ruolo importante e non solo accessorio. L’arrampicata in placca è però, allo stesso tempo, anche il terreno più difficile, perché a parità di difficoltà, essa richiede un maggior repertorio gestuale e un maggior numero di variabili in gioco che occorre saper dominare per arrivare alla buona riuscita della scalata. Analizzare questo tipo di scalata è molto complesso e richiede l’analisi di diversi fattori e tecniche correlate tra di loro.

L’uso dei piedi


Si dice che in placca sia fondamentale un corretto uso dei piedi. Ciò è senz’altro vero, ma usare bene i piedi è un concetto un po’ astratto e nebuloso, difficilmente comprensibile da un principiante. Non si capisce bene in che modo si dovrebbe imparare a mettere bene i piedi o se questo sia piuttosto un dono innato riservato a pochi eletti. Ma una delle poche certezze su questo argomento è che per utilizzare al meglio gli appoggi con i piedi è necessario aver assimilato tutto un insieme di tecniche e di padronanza dell’equilibrio che solo un lungo apprendistato possono dare.

L’importanza delle scarpette

L’evolversi delle calzature di arrampicata ha permesso allo scalatore di sfruttare anche le minime rugosità della roccia (grazie allo spigolo netto delle suole) e di aderire anche alle superfici più lisce (grazie alla composizione delle mescole di cui sono fatte le suole). La scelta di una buona calzatura è quindi importante, come fondamentale è avere un buon feeling con la scarpetta, in modo da non sentirla come un corpo estraneo ma piuttosto come parte del piede. Un buon compromesso tra rigidità e sensibilità è quindi auspicabile, anche se esistono autorevoli scalatori che sostengono che scalare con calzature ultramorbide (le cosidette “ballerine“) in placca, sia altamente propedeutico. Occorre insomma acquistare sensibilità non solo sulle dita delle mani, ma anche su quelle dei piedi!

Il senso dell’equilibrio

Ma rimanere attaccati alle placche più difficili non è però solo questione di scarpe e occorre soprattutto, come si diceva, senso dell'equilibrio. In altre parole, se un passaggio ci pare impossibile e un appoggio ci sembra troppo piccolo per poterci affidare il nostro peso, ciò può dipendere dalle nostre scarpe e dalle nostre capacità di utilizzarle al meglio, ma più probabilmente dovremo prima studiare meglio tutte le soluzioni di equilibrio possibile in relazione alla disposizione degli appigli. Lo scalatore esperto è colui che istintivamente si mette nella posizione di equilibrio più efficace, senza razionalizzare quel che sta facendo e lasciando libera la mente di occuparsi di anticipare il passaggio successivo. Altre volte si vedono scalatori, solitamente non particolarmente esperti nell’uso dei piedi, affidarsi completamente alle mani e alle dita su appigli sovente molto piccoli. Il risultato è che i passaggi sembreranno enormemente più difficili di quel che sono: è importante dunque, nella scalata in placca, imparare ad utilizzare la forza di braccia e di dita solo dove non se ne può fare a meno e concentrarsi invece maggiormente sull’equilibrio. Sulle tecniche di scalata in placca si può dire ancora molto. Qualche anno fa, per esempio, era in uso caricare le piccole liste della roccia (tacche o reglette) con il lato interno della scarpetta, in modo da distribuire il peso su una superficie maggiore. Questo portò ad uno stile tutto particolare con posizioni “a rana”, che risultano molto efficaci su muri verticali. La scioltezza del bacino e delle gambe era ed è dunque un requisito fondamentale nell’arrampicatore, che deve saper sollevare moltissimo i piedi, e poterli caricare anche nelle situazioni più scomode.

L’evoluzione della scalata in placca

Col tempo l’arrampicata in placca si è trasferita su muri via via più verticali, sovente fatti di liste susseguenti con scarse possibilità di riposo. Le braccia, o meglio gli avambracci, sono diventati dunque molto importanti, almeno quanto ii piedi e delle dita, da sempre i fedeli alleati del buon “placchista”. Un altro fattore si è quindi aggiunto alla scalata in placca: la continuità.

L’aspetto psicologico


Dunque arrampicare in placca è un insieme complesso di fattori e tecniche, dove non ultimo viene l’aspetto psicologico dettato dall’aleatorietà dei passaggi. Spesso succede infatti che la precarietà degli appoggi e degli appigli finisca per incrinare la decisione dello scalatore, che comincia via via ad essere meno preciso nei posizionamenti, sino all’errore che ne determinerà la caduta.
Al fine di una buona riuscita è dunque molto importante curare questo aspetto, come anche la ricerca di buone posizioni di riposo e di decontrazione, soprattutto mentale, che spesso è il fattore determinante per la riuscita di un difficile tiro in placca.

Lo stile di scalata in placca, come detto in precedenza, può anche variare molto a seconda della morfologia, dell’inclinazione e del tipo di roccia. Vediamo ora di distinguere tra le varie possibilità:

Placca poco inclinata e liscia: arrampicata di aderenza

Quando la placca è poco inclinata e assolutamente liscia (ciò si verifica spesso sul granito, raramente sul calcare), è utile salire in aderenza, ovvero fidandosi solo delle suole delle scarpe e poggiando le mani con il palmo sulla roccia. Questo tipo di scalata, molto praticato in luoghi come la Val di Mello in Lombardia, il Grimselpass in Svizzera e la Pedriza in Spagna, è tanto psicologico quanto poco fisico, perché solitamente si accompagnava con l’assenza quasi completa di protezioni. Con l’avvento del chiodo a pressione questa scalata si è fatta molto meno impegnativa, dimostrando come la difficoltà fosse soprattutto legata alla mente. D’altra parte, specialmente in aderenza, il secondo di cordata sale sempre più facilmente del primo e tutto gli pare più facile.
In questo stile si sono toccate raramente le alte difficoltà: normalmente una placca di 7b in aderenza è già difficilissima e altamente precaria. Tuttavia si mormora di un 8b di aderenza tracciato sulle rocce della Pedriza vicino a Madrid.

Placca molto inclinata e liscia: arrampicata su cristalli

Quando l’inclinazione si accentua verso i 70/80 gradi e non è più possibile salire solo con i piedi occorre artigliarsi alle piccole asperità della roccia con le dita. Nel caso che questa sia il granito, l’arrampicatore sfrutta i piccoli cristalli e li utilizza sia per le dita che per i piedi. In questo stile particolare si utilizzano solitamente scarpette rigide che garantiscono una buona tenuta su superfici molto piccole. Nel caso di alte difficoltà i passaggi difficili possono essere molto continui, creando così un notevole impegno psicologico nel concatenare la via, soprattutto quando ci sono poche possibilità di decontrazione. In questo stile si trovano anche vie molto difficili di grado 8, sia in Corsica che nelle Alpi, ma pochi sono gli arrampicatori che vi si dedicano e che sono capaci di superarle.

Muro verticale e strapiombante: arrampicata su liste o su gocce

E’ lo stile attualmente più apprezzato, quello che consente di combinare la tecnica in placca con la continuità di avambracci. L’arrampicatore deve saper sfruttare al meglio le combinazioni degli appigli, non sempre facili da trovare, avere una buona resistenza, saper sfruttare al meglio i riposi sulle liste più grosse, possedere una buona forza di dita. E’ uno stile completo e di soddisfazione che trova riscontro in moltissime falesie sparse in ogni parte del mondo e su ogni tipo di roccia. In questo stile si è raggiunto in Italia addirittura l’8c (Appigli Ridicoli di Manolo).

Muro verticale a buchi

Su particolari tipi di calcare questo è uno stile molto diffuso, particolarmente in luoghi molto famosi come Finale Ligure, Boux o Ceuse.
L’arrampicatore assume qui una postura ancora differente e arrampica col bacino meno vicino alla roccia, in genere se ne discosta notevolmente per individuare i piccoli buchi da sfruttare con i piedi. Questi vengono quasi sempre messi di punta e mai di lato. E’ uno stile che richiede una buona forza di dita e di tendini e una buona continuità, nonché un’ottima scioltezza articolare.

Metodi di allenamento per l’arrampicata in placca

A differenza che per lo strapiombo non esitono dei metodi collaudati di allenamento per la scalata in placca. La miglior cosa è la pratica sul campo, dato che solo con l’esperienza ed un vasto repertorio gestuale si arriva ad acquisire un buon livello in questo tipo di scalata. Molto utile per lo sviluppo della forza di dita può risultare il bouldering, anche per lo studio del posizionamento del piedi e per abituarsi ad essere precisi nei piazzamenti.

Alcuni trucchi & astuzie del mestiere di “placchista”…

Una placca può sembrare molto più difficile se non si sa dove mettere i piedi e/o può risultare complicato memorizzare tutte le sequenze di movimenti. Quando si lavora una via può dunque essere molto utile segnarsi con la magnesite tutte le asperità sfruttabili con i piedi. Anche in condizioni di precaria lucidità dovuta alla stanchezza esse saranno dunque più facilmente individuabili.

Tastare sempre a lungo con le dita un appiglio particolarmente piccolo. Aumentare la sensazione tattile aiuta a trovare facilmente il modo giusto per tenere la presa, sovente utilizzando il pollice o variando la combinazione delle dita sulla presa.

Allo stesso modo, con i piedi, assicurarsi di sfruttare l’appoggio nel senso più conveniente, con attenzione soprattutto all’inclinazione del tallone. Arrampicare con il piede in esterno quando questo sia utile, essere precisi e non grossolani nei cambi di piede e abituarsi a caricare appoggi anche molto alti, magari su un masso o provando ripetutamente un passaggio con la corda dall’alto (per essere sicuri di restringere il campo all’aspetto tecnico).

Abituarsi a considerare un appoggio molto piccolo come se fosse grande, spingendo sempre con forza sui piedi. Alla peggio questo scivolerà, ma si saranno eliminate inutili indecisioni e risparmiati movimenti.

Di Maurizio Oviglia