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Marco Marrosu

Arrampicatore o, meglio, alpinista sassarese, Marco Marrosu si è reso protagonista, in questi ultimi anni, dell’esplorazione degli ultimi angoli vergini della Gallura e della Nurra. Insieme all’amico Lorenzo Castaldi e al noto alpinista Alessandro Gogna, Marco ha salito in stile tradizionale molte pareti di granito e difficili fessure.
Di carattere impulsivo e piuttosto focoso, Marco è fiero oppositore dello spit ed in passato non abbiamo mancato di litigare a lungo su questo. Le nostre discussioni sono però sfociate positivamente nella redazione di una carta dove si propone la salvaguardia di alcune zone della Sardegna dalla spittatura selvaggia, pubblicata dal sottoscritto su Pietra di Luna. Un esempio di come il dialogo possa portare a qualcosa di positivo e concreto, a differenza di chi invece preferisce distruggere spaccando gli spit dove non gli aggradano, mentre invece li tollera dietro casa, respingendo tutti i tentativi di discuterne civilmente. In questa intervista Marco espone le sue idee, una posizione rispettabile e criticabile, ma un “j’accuse” su cui occorre riflettere e fare autocritica.
Marco Marrosu
Un disco?
Non ho una preferenza musicale. Ascolto di tutto dalla musica classica al rock, dal pop al jazz ma raramente compro un disco o vado a un concerto (preferisco spendere in moschettoni e benzina). Penso che ogni canzone e musica dia delle emozioni e prediligo un genere o l’altro in base al mio stato d’animo o alla situazione.

Un film?
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo: romantico, duro, dolce ma forte

E uno scrittore?
Addirittura due: Luis Sepulveda (un libro più bello dell’altro), Paulo Coelho (di cui consiglio “l’Alchimista”). In generale mi piacciono molto i libri d’avventura ma di esperienze realmente vissute sia per monti (Desmaison, Krakauer, Joe Simpson ecc.) che per mare (“Endurance: l’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud” di Lansing, “Kon Tiki” di Thor Heyerdahl ecc.)

Quando hai conosciuto la scalata?
All’età di 15 anni io e altri miei amici avevamo fondato un gruppo che avevamo chiamato “Gli Intrepidi”. Era l’87 e la nostra attività preferita era vivere l’avventura. Rubavamo le corde ai muratori, ci costruivamo da soli i nostri chiodi e utilizzavamo le corde in canapa per inventarci i nostri imbrachi. Tutto questo senza avere mai sentito parlare di free climbing né avere mai visto un filmato o una rivista di arrampicata. E’ un miracolo che siamo ancora tutti vivi.

E qual’è stata la scintilla?
Tutti quanti da piccoli arrampichiamo spontaneamente. Dopo avere gattonato i bambini cercano di alzarsi in piedi sfruttando tutti gli appigli possibili. Appena in piedi sono gli alberi e i muretti le nuove sfide. Penso che la scintilla sia avvenuta in maniera naturale, come avviene in tutti i bambini, ma che la mia fortuna sia stata avere una famiglia che anziché reprimerla mi ha permesso di coltivarla facendola crescere come passione

Esiste una falesia dei tuoi sogni?
Beh, più che una falesia io direi una parete. E a dire il vero non so nemmeno se ho una parete dei miei sogni. Diciamo che rimango affascinato dagli orizzonti, sia verticali che orizzontali, che si affacciano alla mia mente come sfide impossibili

E quella invece dove vai di solito?
Io sono principalmente un rocciatore ma proprio per questo mi è indispensabile allenarmi coscienziosamente per potere innalzare le mie prestazioni e evitare di rimetterci la pellaccia. Normalmente mi alleno sulle vie spittate per migliorare la mia prestazione atletica su un grado a vista. Aumento la difficoltà ripetendole con il materiale che utilizzo nelle vie classiche (casco, martello, nut, friend ecc), poi con lo zaino e infine con gli scarponi. In questo tipo di allenamento mi è indispensabile anche un po’ di continuità, per questo prediligo la falesia di Osilo Alto (Sos Saltos) che dista 3 km da casa mia, è la più alta della periferia di Sassari (offre numerose vie tra i 30 e i 35m) e per raggiungerne la base ci si cala dall’alto. Questo offre inoltre l’indiscutibile vantaggio di potermi allenare da solo fissando la corda sulla sommità.

Un traguardo?
In arrampicata o nella vita? In ogni caso penso che sia vivere intensamente, essere sereno e morire di vecchiaia

Un mito dell’arrampicata?
Non ho nessun mito ma alcune letture hanno decisamente influenzato il mio approccio verso questa disciplina. In particolar modo Walter Bonatti e il libro “VII grado” di Reinhold Messner

Che importanza ha l’amicizia in arrampicata?
Per la scelta dei compagni sono abitudinario. Vado solo con gente che conosco bene. Quando apro vie dal basso con mezzi tradizionali è ancora più importante sapere quanto puoi chiedere e quanto ti può dare un compagno. E’ importante essere completamente affiatati. Per me ogni mia nuova via non è il risultato di un singolo ma di una “squadra”. L’amicizia è fondamentale e si cementa dopo ogni nuova esperienza vissuta insieme.

Ti senti di rischiare più che nella vita di tutti i giorni ?
Forse scappo sulle montagne perché spinto da un istinto atavico..mi sento più a mio agio tra i boschi che in mezzo alla città. Oppure mi sembra più rischiosa una vita con un lavoro monotono e fisso, dove ogni giorno faccio le stesse cose e aspetto con desiderio il sabato, per giocarmi la schedina, e la domenica, per poter finalmente sentire le partite alla radio.

Quanto è importante per te sentirsi fisicamente in forma?
“Mens sana in corpore sano” dicevano i latini e io lo sottolineo. La mia condizione fisica influenza la mia sicurezza e il mio buonumore perciò cerco di tenere sempre tutto in piena forma. Ma devo ammettere di essere un po’ pigro, mi alleno sempre, costretto da una vecchia sublussazione alla spalla, e intensamente quando ho in mente qualche nuova parete che voglio affrontare.

Se smettessi di scalare faresti…
Mi impegnerei maggiormente nella speleologia (che pratico) e viaggerei per mari e monti. Il mondo è tanto grande, la vita è una sola, breve, e abbiamo ancora tante cose da vedere e tante esperienze da vivere.

Che cosa ami di più della Sardegna?
Adoro tantissimo i profumi della macchia, il vento, i fiori della primavera e l’azzurro del mare. Mi piace il fatto che c’è di tutto e che tutto è a portata di mano.

E cosa detesti?
La lentezza burocratica e la corrotta classe politica sarda che ha le mani in pasta ovunque, che favorisce i raccomandati, che si vende facilmente al primo straniero, che prende una barca di quattrini all’anno e lo passano a bisticciare tra loro.
Inoltre anche la grande propensione al cemento da parte delle amministrazioni pubbliche. Anziché conservare l’aspetto diverso della nostra isola cercano di trasformarla in una Rimini senza capire che chi viene da noi cerca un’alternativa a posti come quelli.

Vorresti vivere e scalare altrove?
Dovrei avere viaggiato ovunque per poterti rispondere. Di sicuro dovrebbe essere un posto simile alla Sardegna, con montagne oltre i 4000, col suo clima, il mare e meno caldo d’Estate (max 27°).

Secondo te gli arrampicatori sardi sono?
Non si può generalizzare ma per quanto ho potuto vedere e leggere probabilmente pieni di difetti. Fighetti: perché troppo attaccati alle cose superficiali come le scarpette e l’abbigliamento ultimo modello. Perché “il vento è troppo forte e quel posto è troppo in ombra”.
Stakanovisti: perché bisogna veramente essere dei veri stakanovisti per stare 6 mesi attaccati a una singola via per poter dire “ho fatto un 8a” (oops! Volevo dire “faccio l’8a”), ma non avere neanche il 7b a vista. Lavoratori seri ed efficienti: perché per me appendersi sulle corde, portarsi dietro il trapano e le batterie di ricambio, bucare e resinare è proprio un duro lavoro (anche palloso)
Spendaccioni: perché vengono in continuazione aperte vie spittate e fittonate (ma i soldi chi ve li dà?). Con la spesa di tre vie fittonate mi comprerei un mazzo di chiodi da roccia e ci arrampicherei per almeno 3 anni.
Scarsi lettori: perché non esistono solo le guide sintetiche di arrampicata. Solo leggendo le esperienze dell’arrampicata degli anni 50/60 ci si sente delle merde. Calzando le scarpette su un 6a e pensando a loro che calzavano gli scarponi del dopoguerra sulle stesse difficoltà.

Ti piace la concezione attuale della scalata?
Sin da quando avevo 16 anni sapevo piazzare sia gli spit roc che i fix ma mi affascinava maggiormente l’uso dei friend e dei nut. La speleologia, il soccorso alpino e il bagaglio tecnico datomi dall’arrampicata tradizionale mi ha dato una libertà di scelta nell’arrampicata che è pressoché totale. Costruisco da me le mie soste, vedo una parete e la salgo (o almeno ci provo), anche se lunga, mettendo e togliendo le protezioni. Quando arrampico sulle vie spittate riesco ad andare vicino ai miei limiti, è vero, ma sono costretto a seguire la fila di spit che sono stati precedentemente disposti da qualcun altro. Oltretutto sono sicuro della difficoltà che dovrò affrontare, della lunghezza della via, che ci saranno delle soste sicure, che ci sarà un bel maillon e una splendida catena ad attendermi. Quando apro una via in stile tradizionale invece tutto è nuovo. Le emozioni cominciano da lontano quando non so che attendermi ma cerco di capirlo: riuscirò a mettere delle protezioni? Se non riesco più ad andare avanti come potrò tornare?. Salgo la via cercando la linea a “goccia d’acqua” ma le mie capacità sono costrette ad adeguarsi alla roccia. Con me non porto cellulare né piantaspit perché devo sapere, salendo, che potrò contare solo sulle mie capacità. Una volta in vetta sotto di me non lascio quasi niente, la parete rimane così come l’avevo vista la prima volta, al massimo con qualche cordino in più. Le emozioni e le possibilità di scelta che mi dà questo tipo di arrampicata sono molto maggiori rispetto a quelle che provo con le vie spittate. Aprire una via lunga con il trapano è un vero e proprio lavoro che può richiedere anche molto tempo. Aprire una via lunga in arrampicata alpinistica è più rischioso forse ma anche più divertente e veloce. Questo tipo di arrampicata mi ha costretto ad arrampicare diverse volte al buio, sotto la pioggia, bivaccare o forzare un passaggio in artificiale con protezioni removibili…tutte esperienze che una volta vissute ti permettono di allargare i tuoi orizzonti!
E’ un tipo di arrampicata meno immediata di quella sportiva (dove basta saper fate un nodo, mettere i rinvii e usare un discensore) dove l’esperienza e la pratica contano moltissimo. Ma alla fine sei in grado di andare dove vuoi. Vedo che in Sardegna vengono aperte continuamente nuove vie sportive e mi spiace perchè questo toglie molto all’aspetto selvaggio dei posti. Per me la differenza tra i due tipi di vie è come quella tra una traccia in mezzo al bosco e un sentiero segnato con bolli e cartelli indicatori.
Secondo me gli apritori delle vie sportive prima di fare funzionare il trapano dovrebbero farsi un esame di coscienza, ricordandosi che ciò che mettono è inamovibile, e documentarsi attentamente sull’esistenza o meno di vie classiche sul posto. Mi è capitato spesso (ma a chi non è capitato?) di trovare vie spittate/fittonate male (con distanze tra gli spit pericolose), sporche (con massi o scaglie in bilico), poco rispettose della fauna (affianco a nidi di barbagianni, falchi ecc.), con materiale scadente (colate di ruggine sulla roccia o ancoraggi posti vicino al mare pur sapendo che tra un anno sarebbero stati corrosi), dispersive (cioè una via quà e l’altra molto distante), scavate (perché qualche idiota/ameba non ha ancora capito che deve migliorarsi anziché fare i gradini per salire). Per non parlare di spit piazzati su vie di arrampicata classica senza il consenso dei primi apritori (che sono passati senza metterne) come ad esempio la via “Sinfonia dei mulini a vento” a Goloritzè o “Il Pilastro del Corallo” a Capo Testa. Per me le vie sportive, come dice la parola stessa, devono essere il più possibile sicure, vicine e raccolte in settori dove puoi allenarti senza fare chilometri. Vorrei che in tutta la Sardegna (come auspica lo stesso Collegio delle Guide Alpine per tutta l’Italia) venissero riconosciute delle “Aree Clean”. Aree cioè in cui non si mettono assolutamente protezioni fisse come spit e fittoni. In maniera tale che quei posti possano mantenere intatto il loro spirito selvaggio e che chiunque passi per la prima volta possa avere l’impressione di esplorare un posto nuovo. In posti come questi si potrebbe arrampicare facendo boulder, arrampicata classica, mettendo un cordino su un albero o uno spuntone per arrampicare top rope (o “in moulinette” se vi piace maggiormente in francese).
Delle aree di questo tipo sono state già individuate nel Nord Sardegna. In alcune non si può già spittare per ordinanza comunale (Capo testa-Valle della Luna) altre sono aree a tutela integrale secondo l’Assessorato alla tutela dell’Ambiente (S. Pantaleo), altre sono delle riserve faunistiche (Capo Caccia-P.ta Cristallo), altri monumenti naturali (M.te Pulchiana) e così via.
Vorrei sfatare il mito che se una placca è liscia chi arrampica in stile classico non ci può salire e quindi “mettiamo gli spit”.
A quelle persone che la pensano in questa maniera consiglierei di leggersi l’articolo “l’assassinio dell’impossibile” di Reinhold Messner apparso per la prima volta sulla “Rivista del CAI” del 1968. Qui si spiega che non è detto che dove non riusciamo o ci sentiamo di salire noi non possa passare un altro. Questo è stato visto anche da poco con l’italianissimo Bubu Bole che a 5000m di quota ha realizzato una via tradizionale con una difficoltà di 7c+/8a (Women and chalk, Shipton Spire) o anche dallo stesso Oviglia che, insieme ai suoi amici Vigiani e Larcher, ha aperto Mercanti di Chiacchere (Nord del Cusidore, 700m, 7a).
Mi piacerebbe che più gente abbia meno fretta di imparare tutto e subito, facendosi trasportare dal ritmo cittadino, e che cominci ad avvicinarsi con calma e intento esplorativo a questa vecchia/nuova disciplina chiamata arrampicata alpinistica per poi magari avvicinarsi alle vie di misto alpine (neve/ghiaccio/roccia), alle salite su ghiaccio, fare spedizioni e…c’è ancora tanto da imparare…

E le gare?
Le gare sono un interessante punto di incontro ma non le vedo con occhio positivo. Spesso non sono elementi costruttivi ma distruttivi perché spingono la competizione a vivere di vita propria. Per me arrampicare vuole dire divertirsi, vincere se stessi e le difficoltà che la parete oppone. Tutto questo senza impegno e responsabilità, prendendosi il giusto tempo. Qualcuno, gareggiando, alla fine questo se lo dimentica e il fine diventa soltanto superare l’altro...meglio i raduni

Ma in fondo cos’è per te arrampicare?
Me lo sono chiesto anche io tante volte. Non penso di avere “la necessità” di arrampicare ma penso che soddisfi una parte del mio carattere. Penso di avere scelto l’arrampicata alpinistica proprio per questo lato. Non ripeto quasi mai un itinerario da me già percorso perché la prima volta mi dà delle emozioni che difficilmente diventano ripetibili con la seconda.
L’arrampicata è per me un modo per scoprirsi, vivere delle emozioni e soddisfare il mio desiderio di avventura…il tutto immerso in un selvaggio contesto naturale.