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Paolo Carta, oristanese, per
i suoi amici “l’alpinista”, a causa della
sua continua voglia di esplorare mondi nemmeno
lontanamente immaginabili per chi svegliandosi
vede saltare i pesci nello stagno di Cabras...
Eppure Paolo, pur non essendo un top climber,
svela qui la sua genuina passione per l’arrampicata
e per ciò che c’è al di là del gesto e del
risultato sportivo. Così dal monotiro si
è spinto sino sulle vie lunghe dell’isola,
passando per un’intera nuova falesia attrezzata
in solitudine sul Monti Ferru. C’è da giurarci
che presto lo vedremo sulle rocce levigate
del Capitan o sulle montagne del Pakistan,
perché la strada che ha imboccato porterà
inevitabilmente lassù, magari in dolce compagnia,
come è solito accompagnarsi…

Un disco?
sicuramente Anime Salve, l’ultimo magnifico
lavoro nonché testamento artistico di Fabrizio
De Andrè, un megacapolavoro gonfio di umanità,
una poesia dopo l’altra, che renderei obbligatorio
a scuola!
Un film?
Prima della Pioggia, del regista
macedone Milcho Manchewski, un incantato
intreccio di tre storie diverse, unite dallo
sfondo di morte delle guerre nei balcani,
con un incredibile finale che si risolve
in un paradosso temporale.
E uno scrittore?
Ne ho diversi che mi piacciono
molto, ma visti i miei ideali e la mia indole
strenuamente contraria a qualsiasi forma
di aggressione alla dignità umana, direi
il cileno Luis Sepulveda, del quale consiglio
in blocco l’intera bibliografia.
Quando hai conosciuto
la scalata?
Purtroppo solo nel 1996 ho potuto contrarre
il virus che a tutt’oggi mi attanaglia,
grazie ad un corso di avviamento all’arrampicata
organizzato dai benemeriti amici Filippo
Canu (mio compare, ciao Phil!!) e Marco
Bussu.
E qual’è stata
la scintilla?
Banalmente la scintilla è stata il venire
a conoscenza che si stesse organizzando
ad Oristano quel corso, ma so che l’arrampicata
era già dentro di me. La bellezza di un
gesto sentito e misurato ancor prima di
essere fatto, il salire in alto, il sentire
il corpo che si muove sotto il sole, il
cuore che batte a stretto contatto con la
tua anima, queste cose che adoro nella scalata
le sentivo già: si trattava solo di farle
venir fuori.
Esiste una falesia
dei tuoi sogni?
credo che si trovi a Phrah Nang,
ma comunque posso dire che qualunque falesia
è la falesia dei miei sogni: a me piace
arrampicare dappertutto, nessun posto escluso.
E quella invece
dove vai di solito?
per motivi di scelta e di comodità vado
spesso a Fuili, ma comunque posso dire che
tutta l’area di Cala Gonone è la mia seconda
casa.
Un traguardo?
fare tutte le vie lunghe e di
montagna alla mia portata in Sardegna, io
adoro le vie lunghe, niente mi fa stare
così bene come quando scalo, possibilmente
al sole, con centinaia di metri sotto i
piedi!
Un mito dell’arrampicata?
fra chi ci ha lasciato, Wolfgang
Gullich. Vivente, senza dubbio il mio intervistatore.
Ho sempre apprezzato moltissimo la tua etica
nello scalare, la tua generosità e la perfetta
bellezza di moltissime tue creature, specie
sulle vie lunghe. A proposito, ho goduto
da morire a salire col Luisa “La mia africa”!
Che importanza
ha l’amicizia in arrampicata?
la stessa importanza che può
avere voler bene ad un fratello che sai
farà di tutto per cavarti da qualsiasi impiccio!
Per me è stato così con diverse persone,
specie - guarda un po’ - chi mi ha accompagnato
o più spesso guidato sulle grandi pareti
della nostra splendida terra: Filippo Canu,
Maurilio Pintus, Matteo Loi - coi quali
ho condiviso l’avventura purtroppo breve
della società sportiva “Is Pistillonis”-.
Oltre a quelli, un saluto e un grazie va
indubbiamente al grande Corrado Pibiri (a
proposito di importanza dell’amicizia in
arrampicata), che mi ha mostrato la retta
via dell’alpinismo e dell’arrampicata tradizionale,
tutta fiuto e coscienza dei propri mezzi.
Dannatamente affascinante!
Ti senti di rischiare
più che nella vita di tutti i giorni ?
tutto sommato credo di rischiare
di più quando vado in macchina. Arrampicando
sto sempre al di sotto dei miei limiti -
la paura è sempre ben presente -, tant’è
vero che per me è quasi un imperativo non
volare mai. Non essendo interessato più
di tanto al risultato sportivo in sè e per
sé, ragiono sempre in termini estremamente
prudenziali. Quando sono incasinato di solito
disarrampico, e solo molto raramente incappo
in un volo. Qualcuno dirà che non oso abbastanza.
Probabilmente è vero, ma ciò che è completamente
soggettivo è il concetto stesso di cos’è
abbastanza. Per me abbastanza è il limite
che mi so dare, e sono contento di vedere
che piano piano si sta spostando in avanti!
Quanto è importante
per te sentirsi fisicamente in forma?
stare in forma ti dà un benessere
generale che va ben oltre la riuscita di
una via o di un singolo passaggio, per cui
è sicuramente molto importante. Non faccio
alcun allenamento specifico, scalo quanto
più possibile e vado in piscina. Il nuoto
mi ha aiutato moltissimo a migliorare in
arrampicata, senza impallarmi a soffrire
su un pannello o coi pesi!
Se smettessi di
scalare faresti…
credo mi darei al trekking ed alla speleologia.
Che cosa ami di
più della Sardegna?
la bellezza abbacinante delle
sue zone più impervie.
E cosa detesti?
della Sardegna in senso stretto direi niente,
detesto le persone stupide che, fortunatamente
di rado, capita di incontrare. In particolare
detesto chi non rispetta l’integrità della
natura, ma non posso certo dire che sia
una peculiarità dei sardi.
Vorresti vivere
e scalare altrove?
vorrei scalare tutte le rocce del mondo
nelle prossime mie mille vite, ma non vorrei
vivere da nessun’altra parte al di fuori
della mia adorata Sardegna.
Secondo te gli
arrampicatori sardi sono?
generalmente simpatici, di cricca
e molto godibili. In qualche caso, fortunatamente
raro, qualcuno perde tempo e fiato a parlar
male di qualcun altro. Consiglio: rispetto
e tolleranza, sempre!
Ti piace la concezione
attuale della scalata?
devo dire di sì: a livello top climber torna
a farsi vivo il desiderio di ingaggiarsi
con dei vioni estremi in montagna, da liberare
integralmente rotpunkt. Tutto ciò credo
rifletta il grandissimo passato dell’alpinismo,
che ritengo debba costituire l’imprescindibile
bagaglio tecnico e culturale di ogni climber.
Perciò apprezzo e stimo moltissimo gente
come Rolando Larcher, i fratellini Huber
(pazzesco l’exploit di “Bellavista” in Lavaredo!),
quel fuori-di-melone di Dean Potter e le
sue solitarie estreme in Yosemite, lo stesso
Bubu Bole (del quale però poco mi piace
la mediatizzazione e la tendenza al fare
un po’ la star). Nel gotha di questi irraggiungibili
elementi inserirei anche il semprevalido
sempreverde Nonnoviglia.
E le gare?
divertenti, l’ambiente è sempre
simpatico. Anche qui però, non essendo affatto
portato alla competizione, storco un po’
il naso a vedere che ogni tanto il clima
si avvelena, anche se so che è un fatto
normale.
Ma
in fondo cos’è per te arrampicare?
E’ il miglior modo per esprimere il meglio
di me, davanti a me stesso e davanti alle
magnifiche persone che condividono con me
questa esperienza. Un fine, uno stile di
vita, l’unico vero modo di essere vicino
ed in armonia con la tua anima.
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