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Case vacanze
 

10 Gennaio 2005

Partenza da cagliari con destinazione Dar es Salaam capitale della Tanzania. Per ora siamo solo in tre: Sandrina, Eugenio ed io.

I due scali ad Addis Ababa prima e a Nairobi dopo iniziano a mettere alla prova la nostra resistenza per un viaggio che abbiamo già calcolato essere abbastanza pesante.Ma ci abitueremo in fretta. E così, tanto per gradire, 10 ore di fuoristrada ci portano verso Ovest a Iringa dove incontreremo mons. Tarcisius vescovo di questa città.

Tarcisius coordina, nella sua diocesi, 31 missioni tra cui quella di Usokami dove ci recheremo nei prossimi giorni.

Nella povertà più totale, è incredibile quanto queste persone riescano a fare per la gente bisognosa. Con orgoglio ci mostra le ultime realizzazioni in materia di scuole e centri di accoglienza. E' una persona veramente speciale, fortemente attaccata alle tradizioni e alla cultura del suo paese, ma al contempo proiettata verso un futuro moderno fatto di studio e lavoro per i suoi bambini e ragazzi delle missioni. Gli mettiamo in mano una somma di denaro che in principio ci sembrava ragguardevole (22.500 euro) ma che poi, rapportata alle esigenze, ci sembra quasi fuori luogo. Dico questo perchè già il giorno dopo eravamo alla missione di Usokami dove è bastato pochissimo per vedere il volto della vera Africa, quella più povera, quella più abbandonata, quella più deprivata.

Usokami, la missione gestita da giovanissimi padri bolognesi è da considerarsi un'oasi di felicità se paragonata ai poverissimi villaggi che vi gravitano intorno.

Questi padri, Franco, Davide, Massimiliano e poche suore, trottano tutti i giorni dalle 5 del mattino fino a mezzanotte occupandosi dell'istruzione di circa 300 bambini, della gestione di un fatiscente ospedale senza medici, di una casa di accoglienza per ragazze madri malate di AIDS, di un centro per bambini abbandonati, e poi dei campi da coltivare, del bestiame da accudire, dell'approvvigionamento idrico, della manutenzione della vettura.... E sempre con il sorriso in bocca, con una carezza per i bambini, con una parola di conforto per chiunque.

Sono molto ben voluti e noi ci sentiamo veramente piccoli, schiacciati dal nostro egoismo quotidiano.

 Nei giorni trascorsi con loro ho avuto modo di capire tante cose, e sono andato via un pò con un groppo alla gola ma anche un pò contento dopo che ci hanno mostrato il sito dove ora, finalmente, con i nostri denari, potranno costruire il tanto agognato pozzo. Ad una foto di commiato con la bandiera realizzata dai bambini della scuola media di Elmas e la bandiera di Summit for Peace ci accompagna ora il loro entusiasmo verso la realizzazione dei nostri obbiettivi sportivi. La salita del Kilimangiaro e la scalata del mt. Kenia.

Il 16 arrivano gli amici dall'Italia; siamo ora in 15, e dopo il lungo lavoro dell’ottimizzazione dei bagagli, il 17 verso le 11 siamo già dentro il parco nazionale del Kilimangiaro in una rigogliosissima foresta pluviale, in cammino verso il primo campo, Mandara, a 2750 m.

Il rifugio è confortevole ma per qualcuno il mal di montagna è già in agguato. Al mattino il mal di testa si fa già sentire e l’idea dei 13 km che ci aspettano per arrivare all’Horombo hut a 3800 esalta il malessere. Arriviamo alla spicciolata con anche 9 ore di percorrenza…. Purtroppo il paesaggio non aiuta. La foresta ha presto lasciato il passo ad un desolatissimo altopiano brullo solo raramente punteggiato da rigogliosi seneci e lobelie.

Ci fermiamo per un giorno. I disagi dovuti alla quota rendono necessaria una pausa di acclimatamento. Sarebbe oltretutto pericoloso forzare in questa fase.

Alle prime luci del 20 siamo già in cammino per la penultima tappa che ci porterà al Kibo hut a 4700 m. Solo poche ore di riposo prima del balzo finale. Nessuno mangia. La quota, oltre a vagonate di mal di testa , provoca anche inappetenza, nausea e…. voglia di mollare tutto e scendere.

Alle 23,30 siamo già pronti a partire. Ci mettiamo addosso tutto il meglio del nostro abbigliamento tecnico: il termometro segna 11 gradi sotto zero.

Di per sé non sarebbe neppure tanto se non ci fosse un dannatissimo vento che ti fa entrare il freddo dappertutto. Nella prima parte della salita fino a quota 5200 non abbiamo necessità di accendere le lampade frontali perché la luna piena rischiara completamente il ripido sentiero. Ma qui purtroppo tre dei nostri danno forfait. Il freddo e la quota non li grazia. Noialtri faticosamente risaliamo gli ultimi pendii e puntualissimi siamo all’anticima per l’appuntamento con l’alba. Spettacolare. Altre due lunghe ore per contornare il bordo del cratere e finalmente facciamo sventolare le nostre bandiere sull’Uhuru Peak a 5895 m.

Siamo stanchi ma contenti e dopo le foto di rito cominciamo la lunga discesa pensando già alla settimana seguente di pausa, in giro per i parchi naturali, per ricaricare le pile in vista della ben più impegnativa salita al Kenia.

Di fatto, il parco del Serengeti e il cratere di Ngorongoro, ci regalano immagini che forse, dopo tanti sogni di ragazzini, si avverano come d’incanto. E’ difficile spiegare l’emozione di poter osservare da vicinissimo elefanti, giraffe, gazzelle o i più intriganti felini come i leoni, i ghepardi e i leopardi. Ma soprattutto ciò che ha dell’incredibile è la disinvoltura con la quale questi animali si muovono tra gli uomini, quasi consapevoli che almeno in quella parte del mondo non corrono il rischio di essere predati dall’ottuso egoismo di un cacciatore.

Tante immagini tra i Masai e i Sumburu, tanti tramonti da sogno, ma ormai il pensiero corre veloce (meno del fuoristrada) al mt Kenia.

Gli amici partono; rimaniamo i soliti tre. Ma arrivano i rinforzi. Altri quattro freschi freschi dall’Italia giungono a Nairobi il mattino del 29 gennaio.

Il caldo e le precipitazioni a Nanjuki, alla base del massiccio del mt. Kenia, non sono di buon auspicio per i nostri futuri giorni in montagna. Ma ormai i giochi son fatti. I bagagli questa volta sono decisamente più pesanti; negli zaini devono trovare posto corde, piccozze, imbracature, moschettoni, ramponi, chiodi ecc. ecc.

Il primo giorno di marcia si snoda lungo un sentiero in mezzo ad una splendida foresta di bambù; al primo campo, il Met Station a quota 3000, aspettiamo a lungo tre portatori bloccati sul sentiero da quattro bufali non proprio gioviali.

Proviamo per la prima volta il piacere inaspettato di un bellissimo e caldo fuoco realizzato appunto con canne di bambù.

La mattina dopo, dopo qualche battibecco con la guida del parco che aveva assoldato meno portatori di quelli pattuiti, ci incamminiamo per la stupenda Vertical Bog (la palude verticale) che apre l’accesso alla Teleki Valley. E’ un tripudio di piante grasse e fiori d’ogni genere, e il mal tempo del fondo valle sembra ormai dimenticato se non fosse per le nuvole che celano costantemente la montagna. All’alba del terzo giorno, appena fuori dal Mackinder’s Camp a quota 4200, 10 minuti di sereno ci regalano un mt. Kenia in tutta la sua imponente e superba bellezza. Non possiamo fare a meno di deglutire, tutti preoccupati, pensando a quello che ci attende.

Ma non è il momento di pensare: testa bassa, zaino in spalla e via su per la pietraia che verso le 12 ci deposita all’Austrian Hut a quota 4800, ultimo rifugio alla base del Lewis Glacier, a ridosso della parete Sud-Est delle punte Nelion e Batian. Invano restiamo per ore con il naso all’insù sperando in una tregua delle nuvole che avvolgono la parete. Infine, infreddoliti, entriamo nel rifugio per preparare il materiale per l’indomani.

La sveglia è per le 4,30. La parete ha circa 600 m di sviluppo con una discesa complicatissima e dobbiamo essere all’attacco alle prime luci. Anche Sandrina si alza pimpante: lei andrà ad ammirare l’alba sulla Nelion in vetta alla Lenana Point (la terza delle cime del mt Kenia).

In circa un’ora attraversiamo il Lewis Glacier e risaliamo la ripida pietraia fino all’attacco.

Tempo splendido e roccia non troppo fredda. Siamo in sei, divisi in tre cordate e a me tocca l’onore, e l’onere, di andare avanti. Legato alla mia corda, Eugenio, caro amico e fido compagno in tante salite in Sud America e in Himalaya. La parete si fa subito verticalissima e impegnativa. Su un totale di 13 tiri di corda, ne troviamo due con difficoltà superiori al quinto e altri tre sul quarto superiore. Non siamo al livello del mare e a 5000 m sono difficoltà di tutto rispetto. Noi due, anche per l’allenamento derivatoci dalla salita al Kilimangiaro, siamo decisamente più veloci; alle 13 arrivo in vetta con un sorriso da un orecchio all’altro. Comincio subito ad attrezzare la prima delle 18 corde doppie che ci aspettano, in attesa delle altre cordate.

Ma arrivano invece i problemi. Gli amici ritardano tantissimo. Uno di loro ha un edema polmonare. Riesce a costo di gravi sforzi a raggiungere la vetta e quando iniziano la discesa sono ormai le 18,00 !!! Mi raggiungono alla fine della prima doppia che sono le 19 passate. Io sono fermo lì da sei ore. Ormai è buio pesto e pensando che non sia affatto prudente scendere al buio su un terreno sconosciuto, decido che sia meglio fermarsi a bivaccare. Non abbiamo nulla di che bivaccare, ma troviamo un piccolo riparo di lamiera su un terrazzino colmo di ghiaccio. Il vuoto sotto di noi è tanto terribile quanto magico. Ma povera Sandrina alla quale non possiamo comunicare le nostre decisioni. Passerà tutta la notte in un preoccupato dormiveglia attenta a captare il più piccolo rumore di ramponi.

Inizia una delle notti più lunghe della mia vita. Una notte a combattere contro una posizione sempre diversa e sempre più scomoda, legati come salami, senza cibo né acqua, seduti sul ghiaccio, con una temperatura vicina ai 20 sotto zero, stando ben attenti a non dormire per non farsi sorprendere dall’ipotermia e quindi da morte sicura, ma soprattutto all’amico che stava malissimo.

A nulla sono servite due fiale di cortisone; l’unica cura è scendere. Per fortuna il primo sole del mattino incendia la parete di luce e calore e infonde in noi un bel po’ di ottimismo.

Le doppie sono estenuanti; ci si incastrano e perdiamo 3 corde, ma ormai il ghiacciaio è lì a un passo. E anche Sandrina che abbracciamo felici verso le 12. Siamo stati in parete per più di 30 ore.

Il nostro amico sta un po’ meglio ma non bene.

La sera stessa decidiamo di forzare le tappe e scendere allo Shipton’s Camp 800 metri più in basso. Era l’unica cosa da fare. Esausti, dormiamo tutti per 12 ore di fila. Ci svegliamo tra mille risate con nel cuore il rientro a casa.