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INTERVENTO DI MAURIZIO OVIGLIA AL MEETING DEI CHIODATORI, SUBIACO

MAGGIO 1998

Nel mio passato di alpinista e apritore di vie in stile tradizionale e di cercatore di falesie e attrezzatore di itinerari di arrampicata sportiva ho raggiunto ormai la ragguardevole cifra di 700 nuovi itinerari tracciati. Nonostante i numeri, che mi pongono senza dubbio tra i più attivi chiodatori italiani, l'interesse crescente dei media per la mia vicenda personale (da alpinista a chiodatore, dal Piemonte alla Sardegna), dovuto, io credo, soprattutto alla bellezza della terra che mi ospita e dove svolgo la mia ricerca, debbo dire di non aver niente o quasi da insegnare ai miei colleghi. Non mi sento di proporre un modello universale, giusto e unico per attrezzare una falesia, anche se mi rendo conto che siamo qui per parlare di questo, per cercare in qualche modo di definirne uno. Ciò che mi ha spinto e che mi spinge tuttora è sempre stata la passione per la ricerca, per il nuovo, tanto che oggi, che sono stato ingaggiato da una società regionale per chiodare 180 nuove vie a Jerzu, ho quasi difficoltà a vivere l'attrezzatura di una nuova via con lo stesso entusiasmo di prima. Se non fosse così, amici, ora che sono pagato per attrezzare, non avrebbe senso continuare parallelamente l'esplorazione di altre aree a mie spese, come del resto ho sempre fatto. E invece sento ancora il bisogno di agire in piena libertà, chiodando dove mi pare (limitazioni ecologiche permettendo) e come mi pare, seguendo l'istinto e la spinta del momento. E questa libertà credo che sia la base della nostra attività e che in qualche modo vada salvaguardata, altrimenti il chiodare diventerebbe un lavoro da cantiere come un altro, le vie diverrebbero prodotti preconfezionati senza più identità alcuna, io chiodatori persone anonime senz'anima. Del resto, se tutti voi conoscete, ammirate e criticate l'operato dei nostri più famosi apritori, lo fate perchè ognuno di essi ha una precisa identità ed ha lasciato con le sue vie una traccia del suo essere, del suo modo di vedere le cose. Detto questo non significa che io non abbia delle precise opinioni sul come vada attrezzata una falesia di arrampicata sportiva e come una montagna! Rispettare l'operato di altri miei colleghi, riconoscerne la diversità, non significa approvarne incondizionatamente la filosofia che ne sta alla base. Fin dal 1987, dopo alcuni viaggi in Francia, mi sono convinto che le falesie debbano essere attrezzate secondo una precisa ottica finalizzata alla massima sicurezza e alla più alta possibilità di fruizione da parte dei praticanti, quale che sia il loro livello. Questo non significa che pensi che tutte le falesie debbano essere votate all'arrampicata sportiva. Nulla vieta di destinare alcune aree alla pratica esclusiva dell'arrampicata tradizionale, o se preferite avventurosa. Ho sempre creduto nella diversità, e uno dei concetti su cui mi sono basato quando mi accingevo ad attrezzare un nuovo sito è stato quello del pensare, innanzi tutto, a cosa volevo fare e dove stavo attrezzando. Non mi è mai venuto in testa di attrezzare 50 monotiri su un ghiacciaio a 4 ore dalla macchina e nemmeno vie con i chiodi normali a 5 minuti dai centri abitati. Ogni luogo ha una sua identità e l'arrampicata sportiva o tradizionale può inserirsi più o meno bene nel contesto, sta alla nostra sesibilità il deciderlo. Certo tutto si può fare e sono ugualmente accette le provocazioni. Quando Marco Pedrini piantò i primi spit in Valle dell'Orco lo fece per provocazione e la cosa destò più scalpore che le prime placchette sul Gran Capucin o sulla Marmolada. Al di là del gesto non credo che la storia di questi luoghi sia cambiata così radicalmente dopo le poche placchette infisse da questi personaggi . Le cose possono cambiare quando c'è chi si prende la briga di attrezzare cento nuove vie e lo fa secondo un'ottica precisa, ma per tutti, forse, desta più scalpore il gesto di un provocatore. L'enfatizzazione dei media intorno allo spit, al chiodo permanente, è quasi sempre esagerata e finalizzata alla polemica fine a se stessa. Si versano fiumi d'inchiostro per tre placchette che sono state sostituite sul Gran Capucin e nessuno parla delle centinaia di falesie mal attrezzate che costellano la nostra penisola. Molti di questi polemizzatori sono apritori di vie e ricorrono allo spit anche in Himalaya o in Patagonia, spesso con la massima natu nebulose e imprecise ma la verità è che quasi sempre, quando il gioco si fa troppo rischioso (o è in ballo la riuscita della spedizione) è meglio ricorrere allo spit, accantonando le proprie convinzioni etiche. Questi stessi personaggi, tornati poi sulle montagne di case, gridano a gran voce quando compare uno spit sulla parete dietro casa loro e, peggio, attrezzano falesie malamente pensando così di essere in pace con la coscenza giocando a fare i leoni a poche decine di metri da terra. Se può essere vero che la montagna debba rimanere terreno di avventura, più o meno alpinistica è arduo deciderlo, è anche sacrosanto che le pareti superfrequentate debbano essere sicure. Purtroppo molti dei nostri chiodatori hanno ancora le idee confuse in merito. Posso anche tollerare che uno di essi decida che la sua ultima scoperta debba presentare una chiodatura "ingaggiata" e non sempre sicura, perchè vuole preservare in qualche modo il gusto del rischio... Mi viene più difficile assolvere chi attrezza malamente rivolgendosi alla massa o, peggio, ai principianti. Oggi conosciamo le metodologie più sicure per attrezzare, tutti sappiamo che il fittone resinato è più sicuro di un fix e nella quasi totatlità dei casi costa anche meno. Eppure io continuo a vedere nascere nuove falesie chiodate a placchette, presentate sulle riviste come sicure e ben chiodate. La mia personale esperienza di chiodatore e ciò che ho realizzato in Sardegna può essere allora letta in questo senso e costituire una traccia per quanti hanno apprezzato e apprezzano le mie vie: da una parte falesie al 90% sicure, richiodate quando necessario, controllate periodicamente e dall'altra le grandi pareti, con vie in tutti gli stili, dallo spit al self-protecting, dove però in ogni via rimanga un briciolo di quella componente alpinistica che ritengo adatta ai grandi spazi. Naturalmente ora tutti si scateneranno a cercare le pecche, gli spit da sostituire o le catene troppo piccole e arrugginite, come tutti hanno analizzato le mie vie quando ho preso posizione sulle prese scavate, arrivando ad indicarmi come scavate delle prese bellissime modellate da Madre Natura... Anche io ho fatto certamente degli errori e nel corso degli anni ho cercato di migliorare sempre più, soprattutto dal punto di vista dei materiali. Naturalmente non è facile tenere sotto controllo tutto ciò che ho fatto in 20 anni ma vi posso assicurare che ci provo. Piuttosto che scrivere sulle fotocopie dei miei disegni, come usa fare un amico, che la scalata è un'attività ad alto rischio e che ogni incidente è sotto la propria personale responsabilità, preferisco cercare di eliminare il problema a monte, eventualmente riattrezzando dove è necessario. E in tal senso posso essere contento del fatto che fino ad ora, sono a conoscenza di soli due o tre incidenti avvenuti sulle mie vie. E in uno dei casi, non ho difficoltà ad ammetterlo, perchè il terzo spit era forse troppo alto rispetto ai primi due. Forse l'assicuratore era anche un po' distratto ma vi assicuro che un amico con i talloni rotti e fermo per due mesi non è un piccolo peso per la coscenza!!