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(1998)

Lo Scoglio dimenticato arrampicate classiche e moderne sullo Scoglio di Mroz, Vallone del Piantonetto

Pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 222, Marzo 1999

C'era un tempo in cui i valloni piemontesi del Gran Paradiso parevano essere diventati una miniera inesauribile di nuove pareti. I cercatori di vie nuove erano allora non più di dieci ma non passava domenica che una nuova via non fosse salita e una nuova gemma di granito venisse alla luce. Ogni angolo del "Grampa" veniva accuratamente passato al setaccio, immagino prima a tavolino studiando le curve di livello della cartina, e poi direttamente sul luogo a saggiare con mano. E' vero, il più delle volte erano centinaia di metri di dislivello, magari per una via non bellissima... ma qualche volta si ritornava a casa con una nuova stupenda parete ancora tutta da "pennellare". La parola d'ordine era esplorare, andare a vedere e ri-vedere ciò che fino allora non era stato visto, vuoi perché non si trattava di una montagna, vuoi perché sembrava troppo difficile. Ma la cosa più bella di quei tempi, che molti solgono identificare con il periodo detto del "Nuovo Mattino", è che ogni montagna, ogni parete, ogni sasso aveva la stessa dignità. Accessi lunghi o corti, bello o brutto, artificiale o libera, poco importava: tutto valeva la pena di essere visto. In realtà si cercava di ri-vedere tutto, ciò che in definitiva si conosceva benissimo, con nuovi occhi, come quando, dopo molto tempo, si rileggono le riviste e gli scritti dei tempi passati. Poi, finiti gli anni della febbre dell'oro, della foga dell'esplorazione, tutto si fermò o sembrò fermarsi: seguì un lungo periodo di stasi in cui solo le pareti più evidenti e famose tra quelle esplorate continuarono ad essere frequentate, mentre le altre caddero in una sorta di oblio. Alcuni, come Ugo e Gian Carlo, per citarne due, non si fermarono e continuarono a cercare tra le pieghe del Paradiso, sempre più su e lontano dalle valli. Ma è l'eccezione che conferma la regola... Lo Scoglio di Mroz, un piccola (tutto è relativo) piramide di granito alle pendici del Gran Paradiso in una valle laterale della Val dell'Orco, fu tra queste: esplorato e salito ai tempi delle famose vie del Caporal e del Sergent fu poi presto dimenticato... Incredibile se si pensa che per i suoi primi salitori possedeva la stessa dignità delle altre strutture! Oggi è infatti facile conoscere persone che hanno ripetuto molte vie del Caporal e del Sergent e che non sanno dove si trovi lo Scoglio. Ma il destino di questi luoghi dipende ormai solo dalla loro appetibilità: se lo Scoglio di Mroz, che necessita di un'avvicinamento di 45 minuti, è tralasciato cosa ne sarà mai delle pareti di Noaschetta, per cui occorrono diverse ore di camminata? E l'arrampicatore di oggi è meno elastico e il "nuovo Mattino" non lo possiede nemmeno più nel codice genetico: in poche parole vuole le vie "moderne" e con gli spit. Spit ed evoluzione Ma la "massificazione" di queste pareti non è certo un passaggio obbligato per il rilancio di questi luoghi ed è bene subito chiarire che, per quanto su di esse oggi vengano piantati gli spit e a loro venga fatta pubblicità sulla carta patinata, non potranno mai essere alla moda e soddisfare la sete di roccia, o pseudo-roccia, delle nuove generazioni. Tuttavia una certa "evoluzione" di pensiero e di concezione di una linea di arrampicata è accettabile anche qui e, a dispetto di quanti vorrebbero che il tempo si fermasse agli anni '70 (per non parlare di chi non ha digerito nemmeno quelli), la mentalità si "evolve" anche sopra i 500 metri di quota e di ciò che è considerato "falesia". Non so se lo Scoglio di Mroz sia montagna o falesia (a me piacerebbe trasportarlo in Sardegna), come i pionieri degli anni '70 cerco di non chiedermelo... Ma proprio perché amo queste rocce e le ho frequentate, a dispetto delle mode, per oltre due decenni, penso che sia importante non fermarsi e saper vedere e salire dove prima non si pensava, proprio come allora. A quei tempi fu un cambiamento radicale di idee a spalancare immensi orizzonti, oggi è, forse meno nobilmente, il chiodo a espansione ad aprire la via verso il nuovo. Tuttavia, trascurando volutamente i dettagli etici del problema (simili ormai ad un labirinto senza uscita), resta il fatto che, usando lo spit con parsimonia e salendo dal basso, è possibile vivere intense avventure che non escludono l'impossibile e che fanno tesoro del progresso tecnico raggiunto in arrampicata libera. In poche parole un'evoluzione che non rompe con la tradizione. La libera e l'artificiale, come si facevano una volta, oggi sono superati e non regalerebbero più agli apritori le stesse emozioni che provarono i pionieri della "Valle". Tali avventure sono irripetibili, perché appartengono a quei tempi e a quel contesto culturale: è quindi sbagliato illudersi che ripetere le vie di allora equivalga a rivivere le sensazioni di chi le ha aperte o sperare che il mondo possa fermarsi ad allora. Car svegliatevi, siamo nel 2000! Salire il sesto grado con i chiodi normali è oggi un'esperienza interessante ma non un'impresa e chi scrive di passaggi di sesto ne ha saliti a centinaia, anche senza corda e con gli scarponi. Tale possibilità non può essere negata a nessuno e per questo è sbagliato richiodare le vie classiche salite un tempo senza chiodi ad espansione. Però una via di questo tipo e su tali difficoltà oggi non può più essere spacciata come evoluzione ed è, oltretutto, una mancanza di rispetto riguardo a chi il sesto grado lo saliva così già cinquant'anni fa... Se si vuole evolversi bisogna saper dire qualcosa di più. Abbiamo i friend, le scarpette migliori e la possibilità di allenarci a casa: allora dobbiamo essere capaci di fare il VII e l'VIII (e oltre) protetti dal chiodo o dal friend, altrimenti non abbiamo detto nulla di nuovo. Oppure, se non vogliamo rischiare la vita, dobbiamo essere liberi di non rischiarla ricorrendo allo spit, perché non esiste una visione unilaterale della realtà. Ma per chi usa questa possibilità deve essere chiaro che il gioco "evolutivo" sta nella ricerca del passaggio obbligatorio lontano dallo spit e nell'imprevedibilità del cliff-hanger su un microscopico cristallo di quarzo. Gli spit piantati appesi ad una corda e posti ad ogni metro sono oggi acqua passata! Ma non esiste solo la libera e, dal lato opposto, l'artificiale estrema con i materiali americani rappresenta l'evoluzione di quella che una volta era il salire una parete liscia piantando una fila di chiodi a pressione. Sono due facce di una ricerca che continua e che è positiva solo per il fatto che presenta un aspetto creativo che tenta, e dico tenta, di evolversi facendo qualcosa di più di quello che finora era stato fatto. Le due vie nuove dello Scoglio, tracciate dalla mia mano, non sono quindi un tentativo di commercializzazione di questa parete, peraltro alquanto imprevedibile anche se il sottoscritto fosse mosso da tale proposito. Non sono nemmeno particolarmente difficili e così lontane dal sesto grado dei padri, a cui guardo con profondo rispetto e a cui sono/ero legato da amicizia. Nel contesto dello Scoglio sono però "nuove", perché salgono dove 20 anni fa non si saliva (in alcuni tratti) nemmeno in artificiale. Sono lì a dimostrare che si può fare ancora e che basta vedere con altri occhi per trovare, anche oggi, la nostra avventura anche là dove tutto pare dimenticato e privo di interesse... La breve storia dello Scoglio Denominata Punta del Fendù (a causa del grande diedro centrale) in un antica carta del 1829, questo ardito contrafforte del Gran Carro fu ribattezzato Scoglio di Mroz (in onore dell'alpinista polacco Andrzej Mroz) dai suoi primi salitori. La parete sud e lo spigolo che la delimita a destra rappresentano una delle più belle strutture granitiche del Piantonetto, purtroppo alta "solo" 250 metri. In particolare sullo spigolo sud-est spicca una torre staccata dal corpo principale incisa da belle fessure, mentre appena a sinistra si nota la grande lama che caratterizza la Via della Torre Staccata, o via Gogna. La caratteristica inconfondibile della parete rimane tuttavia il grande diedro centrale che incide la parte alta della struttura. Esso fu vinto nel corso della prima salita dello Scoglio da Machetto, Gogna, Di Pietro e Rava nel 1972. La via rimase poi conosciuta come "Via Machetto" e raramente ripresa. Ben più elegante fu la successiva via di Alessandro Gogna (1973) che in compagnia di Leo Cerruti vinse il lato a sinistra della Torre Staccata superando, come si diceva, una magnifica lama nella seconda lunghezza. La via "Gogna" o "della Torre Staccata" diventò in pochi anni la più seguita e remunerativa dello Scoglio, liberata quasi subito dai pochi passi d'artificiale che "l'appesantivano". Purtroppo, nel corso degli anni, comparse anche qualche spit sui passaggi più arditi (alla faccia dei discorsi sull'evoluzione). L'anno dopo fu il turno della via "Grassi", a destra dello spigolo, anche questa molto bella ma tuttavia meno varia della Gogna. Dopo un buco di quasi 25 anni, se si eccettua una nuova via a sinistra della Machetto nel 1987 a rompere il silenzio, lo Scoglio si apre oggi alle vie moderne che, nonostante l'esiguo spazio a disposizione nell'intricato disegno di lame e diedri che caratterizza questa bella struttura di valle, regala ancora bellissime arrampicate che uniscono con sorprendente varietà i tiri in placca a quelli in fessura, seppure con l'uso dello spit. L'augurio del sottoscritto, autore delle ultime due vie sullo Scoglio, è che questa parete ritorni ad essere frequentata come un tempo e che abbia il posto che si meriti tra le più belle e remunerative del Piantonetto. Note tecniche Roccia: granito di ottima qualità e a grana grossa, a tratti ricoperto da un caratteristico lichene verde chiaro che tuttavia non disturba l'arrampicata. Esposizione: sud ed est, l'ombra arriva nel pomeriggio Periodo ideale: le mezze stagioni e l'estate, quando non fa troppo caldo Punto d'appoggio: le salite sono effettuabili comodamente in giornata. Avvicinamento: da Torino o da Milano raggiungere Courgnè, imboccare la Valle dell'Orco e proseguire sino a Locana. Pochi chilometri oltre, a Rosone, salire per la Valle del Piantonetto fino a San Giacomo. Proseguire per la stretta strada asfaltata, superare un piano con baite e grosso masso oltre il quale la strada diviene sterrata e compie un tornante. Poco dopo sulla sinistra si nota una stradina (vietato il transito, proprietà privata). Salire a piedi al termine della stradina, stazione di una vecchia teleferica, quindi portarsi a destra sul tetto della costruzione (ometti) e reperire una traccia che sale ripida nel bosco. In breve il sentierino porta nel canalone, ostruito da un grosso masso che occorre superare attraverso un buco (passaggio di IV o scaletta, in discesa breve salto o doppia dalla cima del masso). Si prosegue oltre fino alla base della parete, quindi la si costeggia a destra per una cengia, portandosi (traccia di sentiero) appena possibile sulla cengia più alta alla base dello spigolo sud'est (45 minuti dalla macchina). Altre vie: a sinistra della Via Machetto si sviluppano altre due vie: la via di G.C. Gariazzo, L. Formagnana, G. Lanza e M. Schwarzenberg, aperta il 27 luglio 1987 si sviluppa per 300 m e oppone difficoltà valutabili TD sup. Ancora a sinistra sale un vecchio itinerario artificiale ad opera di Isidoro Meneghin: su queste due vie non si hanno notizie particolareggiate. 1 - VIA MACHETTO. Prima salita Carmelo Di Pietro, Alessandro Gogna, Guido Machetto, Miller Rava l'8 ottobre 1972, prima libera Maurizio Oviglia giugno1986 (un tiro in top rope). Difficoltà TD, max. 6c o 5c/A1. Sviluppo 245 m. La via è quasi interamente chiodata. Portare qualche friend, una serie di dadi, 2 corde da 50 m. Si tratta di una bella arrampicata, soprattutto nel diedro terminale che può però essere raggiunto anche al termine della Via Gogna o dalla terza sosta dell'itinerario seguente (e allora, direte voi, perché sciropparsi la parte sotto?). Tuttavia, rispetto alle vie vicine, risulta essere meno bella e quindi meno percorsa (Rel. Guida "Gran Paradiso" TCI/CAI 1980, pag. 390). 2 - L'IMPORTANTE E' ESAGERARE. Prima salita (dal basso) Maurizio Oviglia (primi due tiri in solitaria) e Patrick Minotti, il 29/7/98 e il 5/8/98. Difficoltà ED, max. 6c, 6b+ obbl. Sviluppo 150 m. La via è quasi interamente chiodata a spit. Portare una serie di friend, 2 corde da 50 m o una da 70 m. Bella e varia arrampicata di concezione moderna, particolarmente interessante nei due tiri chiave, uno splendido tiro in placca e uno spigolo che richiede decisione. La via può essere abbinata agli ultimi tiri della Via Machetto. Attaccare a sinistra della via Gogna per una evidente fessura un po' antipatica perché sbilanciante (6b) che termina su ciuffi d'erba e lame, S1 (25 m). Ci si impegna, anche se controvoglia, sulla placca soprastante che presenta un' arrampicata tecnica su cristalli dapprima a sinistra e poi a destra seguendo la linea degli appigli (come da veri classici) più grossi, (6c), S2 (30 m). Si supera un muretto e poi una lama (5c), quindi si traversa a sinistra alla base di un diedro aperto apparentemente disturbato dai ciuffi erbosi: si scala in realtà il tecnico spigolo di sinistra inframezzato fortunatamente da tacche e gradini (6b), uscendo a destra per uno strapiombetto ad un comodo terrazzo, S3 (40 m). Si segue il diedro a sinistra (5a) sino sullo spigolo, quindi si attacca un muro difficile e verticale (non è valido aggiungere chiodi nelle fessure) sino sullo spigolo di destra (6c) su cui si ristabilisce con un bel passaggio obbligatorio dopo il quale, come si diceva una volta, si ha la salita in pugno... Si torna in placca (più facile) e si finisce delicatamente per il bordo di una lama (evitando di caderci dietro) sin su terrazzo alla base di un diedro strapiombante, S4 (30 m) alla fine della Via Gogna (rispettate lo stop in caso di cordate). Si supera il diedro strapiombante (6b), si esce a destra in placca e ci si ricongiunge agli ultimi metri della via Impressioni di Settembre, S5 (25 m). Felici o "bastonati" si scende infine in doppia lungo l'itinerario di salita oppure per quest'ultima. 3 - VIA GOGNA o DELLA TORRE STACCATA. Prima salita Leo Cerruti e Alessandro Gogna il 10 giugno 1973, la prima libera è difficile da stabilire. Difficoltà TD , max. 6a+ o 5c/A1. Sviluppo 150 m. La via è quasi interamente chiodata. Portare qualche friend, una serie di dadi, 2 corde da 50 m. Una delle più belle arrampicate tradizionali della valle del Piantonetto con una gran varietà di situazioni e di stili, ancor più interessante se abbinata al diedro finale della Via Machetto. Attaccare in un evidente fessura camino sormontata da un albero e salira (5a) sino su una cengia su cui si esce, spesso con le ginocchia, sui ciuffi d'erba, S1 su spit alla base di una bella lastra (25 m). Salire la lastra in opposizione (5c, spit sacrilego da non moschettonare), poi traversare a destra (5b) su fessurina e sostare nel camino macabro a sinistra della Torre Staccata, S2 (30 m). Continuare nel camino (4a) sino alla base di un diedro strapiombante dove si sosta, S3 (30 m). Si sale ora il diedrino strapiombante francamente un po' di braccia (6a), quindi si esce per una splendida fessura (6a+) che porta ad un buon terrazzo (questo tiro era originariamente artificiale) S4 (30 m). Si continua per una strozzatura un po' demodè (5c) e per il camino seguente uscendo su una terrazza, S5 35 m. A questo punto è consigliabile (tanto Alessandro non mi sente) seguire gli ultimi due tiri di Impressioni di Settembre (passo di 6a, spit), o, volendo seguire il percorso originale, evitare le difficoltà a sinistra lungo un diedro obliquo, S6 (35 m). Fine. 4 - IMPRESSIONI DI SETTEMBRE. Prima salita dei primi tre tiri Livio Casetta e Maurizio Oviglia il 9 ottobre 1983, terminata da Giorgio Caddeo e Maurizio Oviglia nel settembre 1997, dal basso. Difficoltà TD sup, max. 6b, 6a obbl. Sviluppo 160 m. La via è quasi interamente spittata. Portare solo 10 rinvii, 2 corde da 50 m e qualche friend, una serie di dadi. Bella via con alcune lunghezze, le prime, molto varie e veramente notevoli. Inoltre si arrampica su un granito di notevole qualità e dalle fessurazioni molto nette (per fortuna). Per molti anni questa via terminava nel camino della via della Torre Staccata, e proseguiva in comune con la via Gogna. Recentemente è stata proseguita secondo i canoni moderni, dando vita ad un itinerario indipendentemente, sicuramente non estremo ma tra i più interessanti dell'intero Vallone di Piantonetto . Se questa professionale anticipazione sull'itinerario vi ha motivati attaccate la roccia per una bella fessura netta da integrare, se non vi sentite a vostro agio, con friend (6a+) pervenendo poi ad un gradino, S1 (20 m). Si scala un diedrino (6a) e si prosegue per lo spigolo alla Rebuffat, ovvero molto bello ed estetico (5c), sostando dopo un bellissimo muretto a grossi cristalli, S2 (25 m). Si guadagna ora la fessura diagonale che incide la torre e la si supera possibilmente con astuzia e senza tirare i chiodi (6a+, spit, friend) sino con i piedi su una comoda lama. Si supera il muro a destra della lastra (6b, passaggio chiave con lucchetto) sino alla sommità della torre staccata, S3 (25 m). Si guadagna a sinistra una fessura con un passo delicato (6a), quindi si sale finalmente più facilmente (5b) a dei terrazzini, S4 (20 m). Si continua in direzione di una lama appoggiata che si supera in opposizione (5b), quindi si arrampica per un diedro aperto dove, lo ammetto, ho ricercato il difficile (6a) pervenendo ad un terrazzo, S5 (35 m). Si supera una piccola placca (5c), quindi un diedro fessurato che porta al terrazzino di fine via. 5 - VIA GRASSI Prima salita Gian Carlo. Grassi e G. Griseri il 29/5/1974. Difficoltà TD, max. 6a, o 5c con un passo di A1 Sviluppo 105 m. La via è quasi interamente da proteggere ma sono in posto diversi chiodi. Portare solo 10 rinvii, 2 corde da 50 m, una serie di friend e una di dadi. Ultima possibilità a destra dello spigolo su percorso interamente in fessura e da non perdere per gli amanti di questa arrampicata. Bella la seconda lunghezza su fessure rettilinee ma la roccia è a tratti eccessivamente lichenosa . La via Grassi non la descrivo per intero per tenere fede alla tradizione che vuole il suo salitore, il povero "Calimero", sempre bistrattato da tutti e sfortunato nella vita. Gian Carlo perse la vita perché, nella nebbia, gli crollò una cornice sotto i piedi (dopo tante temerarie vie di ghiaccio...è il colmo!). Vi consiglio però di ripeterla e scoprirla voi stessi ed apprezzare così questo grande personaggio dell'alpinismo tutto campo degli anni '70 da cui è in qualche modo nata l'arrampicata moderna...si, si, anche quella del pannello dove state girando! (Rel. Guida Gran Paradiso TCI/CAI 1980, pag 392).