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(1997)

PARADISI ARTIFICIALI

a chiunque può capitare di precipitare nel "tunnel"

di Maurizio Oviglia Pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 205, Ottobre 1997

Plastic People, "gente di plastica" per gli italiani. Così definiva i frequentatori dei supermercati, e in genere la società dei consumi, il geniale compositore e musicista Frank Zappa, ormai 30 anni orsono. Da poco quel brano musicale mi è tornato in mente allorchè cercavo affannosamente un titolo per la mia ultima via superstrapiombante nell'ultimo settore alla moda... Nel 1984 avevo intitolato una via, posta in una vallone solitario e dimenticato da tutti, "Gente Distratta": è stata dunque la volta di "Gente di plastica", riferendomi agli abituali frequentatori di quel genere di itinerario, appunto un muro strapiombante a buone prese distanziate. Ma in particolare volevo con questo titolo ricordare al mondo (in realtà i quattro gatti che scalano qui) il vero responsabile di tutto questo, una nuova macchina delle torture chiamata "pannello". E la mia tesi trovò definitivamente conferma quando, pochi giorni dopo, un amico che provò la via sucitata mi gridò: "Ehi, ma sembra di essere su un tabellone!". Ma gli sarà poi piaciuta? Pannello, tabellone, muro, bunker... lo si può chiamare in mille modi diversi ma è sempre lui, la vera novità di questi anni '90. "Ce l'hai il muro?" viene oggi prima del "Che grado fai" o del "com'è la roccia dalle tue parti", e non si capisce bene se ci sia o meno da preoccuparsi... _ l'oggetto dei desideri di ogni climber quindicenne, il rimedio, dicono, ad ogni deficit di forza e la sicura ricetta per diventare qualcuno: quante volte abbiamo sentito, "Non riesci a salire? Ti chiudi qualche settimana nel bunker e poi vedrai..." Un bellissimo gioco per alcuni (pochi), uno strumento di allenamento efficacissimo per altri (quasi tutti), è innegabile che il "muro" ha di fatto stregato quasi tutti i climber dell'ultima generazione. I pochi che si chiamano fuori dal mucchio lo giudicano freddo e insensibile (in confronto alla roccia) o lo paragonano spesso ad una ruota per criceti, ultimo animale (dopo la scimmia) della catena - evolutiva? - a cui il climber di oggi tende a somigliare. Ed in effetti il gioco consiste nel girare su e giù, anche molte volte di seguito ed in pochi metri quadrati di muro strapiombante, seguendo il più delle volte una sequenza di prese... Capita così che qualche abituale frequentatore delle falesie sparisca per un po' di tempo dal "giro" per entrare nel "giro", o meglio nel "tunnel", del pannello. Dove sarà mai finito? "Impegni di lavoro e di famiglia, non ho potuto più arrampicare", ti dice quando lo rivedi... Poveraccio, che stress... Ma stringendogli la mano e sentendo quelle protuberanze callose capisci che c'è qualcosa di strano... soprattutto quando poi lo vedi volteggiare sopra la tua testa con apparente leggerezza! Oramai, leggo su un autorevole pubblicazione per soli arrampicatori adulti (vietata ai minori di 7a), "il popolo delle cantine" è approdato alle falesie e i risultati non si sono fatti attendere... Certo, penso, da un lato il livello medio è salito paurosamente (oramai è normale fare il 7b dopo un solo anno di arrampicata), dall'altro però le falesie alla moda devono oggi per forza somigliare allo stile pannello, pena il degrado e il rapido oblio del luogo. E siccome nessun chiodatore è disposto ad essere subito dimenticato (altrimenti per cosa spende i soldi?), spesso questo risultato è stato ottenuto al prezzo di inutili e gratuite violenze alla struttura minerale, leggi appigli scavati a forma di piccolo televisore 15 pollici ecc. ecc. Ma al di là di queste considerazioni di carattere etico, si sa che anche una macchina delle torture, seppur maligna, può riservare dei tratti positivi, anche se ben occultati tra i suoi ingranaggi... _ dunque possibile parlare del pannello senza che si riporti la ricetta del "mister" per salire di tre gradi in sole due settimane? Non solo lo è ma è a mio avviso necessario farlo per evitare di arrivare prima al completo esaurimento delle forze e...di noi stessi. In realtà l'idea di un muro casalingo, il pannello appunto, parte da molto lontano. Di certo non sono sato io ad inventarlo ma so che quando ci sono salito per la prima volta il mio corpo ha improvvisamente riprodotto, sepolti da milioni di altri messaggi motori venuti negli anni successivi, i movimenti che facevo 17 anni fa sui massi della Val Susa. Avevo allora 16 anni e già lavoravo in una fabbrica alla periferia di Torino: di fatto il lavoro era poco gratificante perchè impacchettavo risme di carta tutto il giorno ed ero pagato a cottimo, 10 lire al pacco. Ci andavo in bicicletta, respirando una buona dose di catrame per 16 km al mattino e 16 km alla sera! Forse è per questo che nella pausa di mezzogiorno, mi sembrava naturale scorrazzare un po' per le campagne in cerca di diversivi. A quel tempo vi era un omino di nome Gian Carlo Grassi che saliva centinaia di passaggi sulle pietre (i massi erratici appunto) applicando ad essi nomi fantasiosi e gradi altrettanto fantasiosi. Vi era poi chi diceva che i più difficili non li avesse davvero saliti ma avesse fatto solo finta, ma ciò non era molto importante per noi ragazzini. Le cose più belle che ricordo di quei giorni è la solitudine e il senso di comunione che dopo un po' provavi con quella ruvida pietra: da relitto abbandonato nella campagna torinese da un ghiacciaio fantasma, il sasso diventava improvvisamente una cosa viva, con cui ti ritrovavi poco dopo a dialogare. Cose da psicopatici, direte! Sarei falso e bugiardo se dicessi che i segreti incontri d'amore tra me e il masso fossero solamente un idillio! Il più delle volte era una lotta , spesso finivo con la schiena tra i rami, a volte con la caviglia dolente. Ah, quella maledetta "Diretta di Bernardi"! Qualche tempo fa ho avuto modo di ritornare nei luoghi della mia adolescenza e ho respirato quell'inquietante senso di abbandono che aleggia oggi intorno ai sassi, insieme al puzzo dei rifiuti delle discariche. Perchè si è lasciato che tutto andasse perduto? E perchè invece in altre nazioni questo gioco ancora continua? Ma ai primi movimenti su un pannello ho capito che il masso si era finalmente reincarnato! Al posto delle taglienti scagliette di serpentino c'erano oggi colorate prese di resina, a volte simili a mammelle di mucca o a cornetti di camoscio. Ma che importa? Il gioco poteva essere rivissuto! Ai primi gesti una voce mi riportò però rapidamente alla realtà: "Ehi tu, devi seguire il circuito, fare almeno 60 movimenti altrimenti non ti allena!". Esausto presi le mie cose e feci per andarmene quando il "mister" mi bloccò sulla porta con un "e domani devi fare la forza-resistenza, non scordare il cronometro!". Di notte tra un'incubo e l'altro sognai un pannello tutto mio, dove poter cambiare a piacimento le prese e poter inventare le cose più inverosimili! Cosa me ne fregava dell'allenamento? Al diavolo il cronometro! Corsi quindi a comprare le prese di plastica, le più svasate sul mercato, possibilmente completamente diverse da quelle che si trovano in natura sulla roccia. "La scaglietta la vuoi? No grazie, preferisco l'occhiale, oppure meglio quella palla variegata all'amarena..." Sono corso alla palestra dell'amico Enzo frequentata ormai solo da "spinellari" (coloro, appunto, che rifiutano l'allenamento) e, con in mano carta bianca, mi sono chiuso giorni e giorni per inventare un circuito come dicessi io. Dopo 5 giorni e 6 notti di ragionamenti era nato il "circuito viola", 29 movimenti in tutto, ognuno dei quali il risultato di complicati calcoli matematici su tutti i metodi possibili immaginabili per realizzarlo. Vicino alla presa "0" un bollino adesivo avvertiva: "piedi solo sulle prese delle mani", cosicchè a qualche furbone non venisse in mente di poter utilizzare tutte le prese... non siamo mica in falesia! Mi ci vollero altrettanti giorni per concatenare e mettere insieme i 29 movimenti (sono pur sempre un falesista e ci tengo alla prima!), perlopiù furiosi tallonaggi e agganci e contro-agganci di punta di piede necessari per evitare le mostruse (almeno per le mie braccia) sbandierate. In quei giorni avevo però rivissuto le sensazioni (esistono le sensazioni indoor?) dei miei 16 anni, probabilmente avendo perfettamente centrato l'obiettivo di non essermi allenato per niente! E, a quelli che mi dicevano "com'è noioso allenarsi da soli al pannello!" vorrei dire che non mi sono per niente annoiato ma che, anzi, l'ho trovato divertente! Il mio circuito oggi è lì e non ha nè nome nè grado. Forse, prima di cadere definitivamente nell'oblio, verrà disfatto e cancellato da qualche ripetitore un po' incazzato dal fatto di non riuscire a ripeterlo. Sempre meglio che la sorte toccata ai poveri massi della Val Susa! Maurizio Oviglia