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(1997)

Mongioie di Maurizio Oviglia

Pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 205, ottobre 1997

Arrampicare sul Mongioie è, in questa zona di basso Piemonte forse un po' tralasciata dagli arrampicatori, uscire dalla dimensione del monotiro, della falesia, per accedere alla montagna. Pochine le falesie, poche ma dure direbbe qualcuno, al di là della porta ci sono solo le Alpi Marittime, con i loro scuri costoni di granito, con i loro valloni desolati e solitari colmi di pietre di ogni dimensione. Certo, tutti sappiamo che queste montagne pullulano di itinerari: le Alpi del sud hanno una storia alpinistica di tutto rispetto, scalatori un poco famosi e illustri sconosciuti hanno qui saputo cogliere i frutti di un'alpinismo essenzialmente di ricerca che quasi mai ha potuto accedere all'onore delle cronache... Dunque una storia fatta di personaggi silenziosi ma nello stesso tempo fieri delle loro montagne, orgogliosi dell'asprezza che ancora oggi hanno saputo mantenere questi luoghi, anche in questi giorni in cui pure le più grandi montagne paiono addomesticate. _ forse per questo che se vuoi guardare al di là della falesia devi essere alpinista, è la dura realtà che impongono questi luoghi. Una realtà che è stata legge fino agli anni '80, tempo in cui un gruppo di trapanatori, al servizio del pirata Castiglia, mise mano agli spit per assaltare il Corno Stella. Scandalo, si gridò ovunque nella provincia granda! Pare che gli autori vennero poi processati e adesso, a meno che non siano finiti nel "braccio della morte" in attesa di giudizio, saranno stati scarcerati, liberi quindi di spittare ancora. Certi criminali... Dunque anche le "montagne occitane" profanate dallo spit, non bastava la Rocca Provenzale a fare da pecora nera: etichettarla come "palestra" era stata certo una soluzione, si era salvato il salvabile, ora però occorreva giustificare gli spit sulla montagna simbolo delle Alpi Marittime: il Corno Stella. Ma evidentemente il germe dello spit aveva attecchito inesorabilmente se, poco dopo e poco più a sud, fiorì rigoglioso su un'altra parete dimenticata e assopita da tempo: la Rocca dei Campanili, nella contea del Mongioie! Che fare allora? Processare anche costoro? Macchè, questa volta non capitò nulla! Evidentemente i tempi erano cambiati e le vie a spit qui proliferarono tranquille, senza che alcuno pensasse a schiodarle e ad eliminarne gli autori. Forse il Mongioie è meno montagna che il Corno Stella? Mah, non sarà proprio montagna con la M maiuscola ma ho verificato di persona che lassù tira un'aria frizzantina da farti ritornare d'un tratto la gioia di vivere! Quando non c'è il sole e sei fermo alle soste le nebbie ti avvolgono facendoti sentire l'umido nelle ossa ad ogni folata, il tanto da farti rimpiangere di non essere rimasto ad oziare sui prati del piano del Rifugio. Non resta allora che buttar giù le doppie e correre e scivolare sui bianchi nevaii sino alla prima erba, ancora cosparsa di bucaneve, e sdraiarsi a guardar le nuvole. Montagna, appunto, in una sola parola. Chi ha inventato dunque questa meravigliosa parete? Chi l'ha estratta dal cappello che aveva nascosto in soffitta per offrircela su un piatto d'argento? Andando a leggere la storia di queste pareti scopriamo che, verificato con un po' di ritardo che qui c'era forse il miglior calcare del Piemonte, i locali cercarono subito di non diffondere molto la notizia, come si conviene ad ogni vero apritore "D'OC". Fatta la provvista di noci, insomma, non rimaneva che stare nella tana a mangiarsele con tutta calma... Fedeli alla linea, i pionieri della Val Tanaro, che al di fuori della provincia di Cuneo erano - e sono - perfettamente sconosciuti, cominciarono a tracciare bellissime vie lungo le solari placconate della Rocca dei Campanili e della Rocca Garbo. Tra essi vi fu un tale, di nome Enrico Gallizio, che si innamorò talmente di queste rocce da ritornarvi innumerevoli volte, cercando di custodire il più possibile il segreto. Dopo la comparsa dei primi spit, ad opera del più conosciuto Angelo Siri, dopo l'apertura di una via molto difficile da parte di Andrea Parodi, esploratore per eccellenza di queste lande alla periferia delle Alpi, nonostante la stessa fu ripetuta in libera dal monregalese Diego Dho il cui verdetto, ben 7b, aguzzò le orecchie agli arrampicatori sportivi, ebbene dopo che tutto ciò si era visto sotto il cielo del Mongioie queste pareti erano non più che una delle tante, più o meno sconosciute, zone di arrampicata delle Alpi. Ci voleva ben altro per far divenire il Mongioie quello che è oggi! Pensate, quasi 50 vie tra i 150 e 200 metri interamente chiodate a spit, normalmente ci vogliono 10 anni per attrezzarle! Forse ha iniziato ad arrampicare il sindaco di Ormea e ha quindi trovato come investire i fondi per il turismo? Lo stesso sindaco, con tutti gli assessori, hanno forse pagato un'intera squadra di manovali che hanno messo le impalcature alla parete? Tranquilli, niente politica, è bastato il "ciclone" Manlio Motto, come lo definisce lo stesso Parodi, a stravolgere la quiete di una tranquilla contea delle Alpi. Non una persona, come preciserebbe subito il buon Manlio, ma un gruppo di amici con la passione dell'apertura... Fatto sta, che tra il 1 spit sembravano veramente cadere dal cielo, come la manna per chi era stato sino ad allora chiuso nelle falesie a rincorrer chimere, piuttosto come una maledizione divina per chi aveva per queste pareti ben altri progetti, pensando di potersele stare a sgranocchiare poco a poco! Ma restando emozionalmente freddi, come si conviene a dei buoni storiografi, occorre dunque constatare che, in men che non si dica, Manlio consegnò le chiavi di un superbo terreno di gioco, aprendo di fatto le porte del Mongioie agli arrampicatori delle falesie, fino a ieri ricacciati in bassa valle, in quel di Bagnasco. Ora potevano, anche quassù, trovare pane per i loro denti: spit e gradi alti a volontà! Non va però taciuta la coda della storia, la più recente, normalmente dimenticata dai cronisti poco attenti... Dunque gli arrampicatori vennero, come tanti non se ne erano mai visti in valle, e addirittura da ogni parte d'Italia. Si vide persino qualche francese, rimbalzato qui chissà come dai calcari della Provenza e della Loubiere. Furono fatti finalmente articoli sulle riviste, finalmente chiuque sapeva dove si trovava il Mongioie, anche all'altro capo delle Alpi. Tuttavia la maggiorparte trovò che le regole del gioco che imponeva Manlio e i suoi compari di apertura non erano così semplici da accettare. Gradi stretti e spit lontani era il fio che si doveva pagare per poter arrampicare in montagna protetti dagli spit, per non doversi mettere la mazzetta dei nut all'imbragatura! Avete voluto gli spit? Bene, eccoli, ora però dovete guadagnarveli con il moschettone tra i denti! E ci fu anche chi, meglio non far nomi, si fece mandare quel particolare bastone dall'America, riuscendo improvvisamente a passare il terribile 7a obbligatorio delle vie più difficili, che mai avevano visto altre dita se non quelle di Manlio e del suo secondo... "Non è poi così difficile" disse raggiante il nostro signor Rossi una volta tornato in valle! Sono tornato al Mongioie varie volte, perchè è un posto che adoro. Non trovi altra roccia così bella nelle Alpi piemontesi e le vie di Manlio sono veramente dei capolavori, bisogna pur ammetterlo! L'adrenalina, poi, è una droga che fa tornare tante e tante volte, soprattutto quando si possiede anche la fortuna di non essere mai precipitati per vedere che effetto fa un volo di 10 metri in placca. Tuttavia non vedo molta gente che scala intorno a me e oggi, parlando con il rifugista, capisco il perchè: mi dice che le vie più ripetute sono quelle classiche, quelle del periodo A.M., "avanti Motto" appunto. Gradi più semplici, spit più vicini, obbligatori più umani. E se c'è da usare qualche nut, che differenza fa? Rimango di sasso. Ma come, la tendenza non era quella di privilegiare solo le vie a spit? Ma, chiedo io, e tutte le vie bellissime di Manlio, non le prova nessuno? Per carità, mi risponde un po' imbarazzato il giovane, niente da dire! Ma solo una o due sono classiche, c'è la Teresin, Pap Test, ma le altre, chi ci riesce? Dopo aver sfogliato il libro del rifugio e aver avuto conferma di quanto mi dicono scendo a valle con un pensiero che mi frulla in testa: non sarà la maledizione dei primi apritori? Di pareti, di vie e di accoglienti rifugi... Se risalendo la Val Tanaro, oltre gli sconquassi dell'alluvione e oltre la paretina di conglomerato di Bagnasco, famosa forse più per le risse tra proprietario e arrampicatori che per le sue vie, avete voglia di vedere da quali erte montagne sgorga quest'acqua ribelle, lasciate dunque andare i puzzolenti camion verso il Col di Nava e inoltratevi nella tranquilla vallata di Viozene. Dieci chilometri di boschi e dirupi calcarei lasciano improvvisamente il posto a dolci praterie, sulle quali è adagiato il tranquillo villaggetto di Viozene. A questo punto il vostro occhio sarà subito catturato dai contrafforti calcarei della Rocca del Manco (quella con il buco), dallo scudo della Rocca dei Campanili e, più a destra, dagli slanciati Bricchi Neri e dalla Rocca Garba. Quale spettacolo per gli occhi di un climber assetato di roccia! Tralasciando la pur interessante etimologia dei nomi, vi dirò che, alla base di tutte queste montagne, su un pianoro a voi ora invisibile, sorge l'accogliente Rifugio Mongioie, che può servire come base di partenza per ogni vostra salita. Naturalmente per i polpacci di ferro è possibile anche "fare tutto in giornata" (ma dove sta' scritto che si fanno più punti?) ma, 900 metri di dislivello a parte, chi vi salverà quando la gamba comincerà a tremare a 5 metri dallo spit sotto? Molto meglio fare tutto in tranquillità e godere dell'ospitalità di questo rifugio che, soprattutto fuori stagione, è quasi sempre poco frequentato. Guadagnato quindi l'uscio del casolare in soli 45 minuti di comodo sentiero, il vostro altimetro segnerà "solo" 1520 metri: quanti ne resteranno da fare l'indomani? In effetti è pur vero che il sogno di ogni climber è uscire dal rifugio ed arrampicare, ma, ammettiamolo, di Envers des Aiguilles nelle Alpi c'è n'è solo uno! Rassegnatevi dunque ad arrancare sul ripido "pratone" per guadagnare le vie, non più di un'ora, lo giuro, se sarete freschi e riposati senza aver bevuto troppo vino la sera innanzi. Dal rifugio tutte le pareti brillano davanti a voi al primo sole del mattino: un lungo diagonale e un ultimo canale sarà necessario per raggiungere le Rocce del Manco, appena poco nascoste laggiù, verso ovest. Senza via obbligata per la massima pendenza per la Rocca dei Campanili, forse la più bella struttura del Mongioie. Un po' più di cammino, invece, per le restanti pareti, poste a sinistra del Bocchin dell'Aseo, un evidente canale innevato sino a giugno. Per queste occorrerà che vi portiate alla base dei Bricchi Neri, che di nero non hanno nulla, per poi contornare la parete della Rocca Garba alla sua base, sino all'attacco delle ultime vie nate, quasi tutte molto impegnative. Infine, per chi non volesse arrampicare su vie lunghe, il gestore del rifugio e vari amici hanno attrezzato una piccola falesia di roccia quarzitica posta sui risalti inferiori della Rocca Garba. A 30 minuti del Rifugio, seguendo il sentiero del Bocchin dell'Aseo, si incontra la Falesia della Vastera, con 13 monotiri che spaziano dal 4 al 7a. Oltre il canale, un'altra paretina battezzata "Placchette alte" propone altri 8 monotiri dal 5a al 7b+. Ma venendo ad alcune considerazioni di carattere tecnico, si può rilevare che chi non voglia cimentarsi solamente con le vie del "ciclone", di cui ho già ampiamente riferito, non può che indirizzarsi verso il settore sinistro della Rocca dei Campanili, dove una bella placconata offre varie possibilità. "Com'è umano lei" potremo allora dire, come Fracchia, agli apritori di codeste vie! Altrimenti, classica è lo spigolo dei Bricchi Neri, anche se su roccia non proprio perfetta. Sul settore sinistro della Rocca dei Campanili è possibile arrampicare anche solo sui primi tiri delle vie, insomma facendo finta che la parete finisca alla prima sosta, cosa assai ardua per chi ha sangue alpinista nelle vene. Per gli aspiranti climber moderni d'alta quota, che tuttavia si sentono ancora un po' conigli, consiglio invece di restare sotto il 6b, ad esempio sulla cima delle Colme, a destra della Rocca dei Campanili, dove 2 itinerari liquidati da Manlio con un "molto facile", possono ancora regalare il piacere di muoversi in sintonia con la roccia. Per chi "il 6c se lo pappa senza problemi" consiglio la Ciri o la Teresin alla Rocca dei Campanili, forse il must della parete, oppure le vie "più facili" delle Rocce del Manco che, stando alle relazioni, raramente raggiungono il 6c ma che tuttavia, fidatevi di me, è meglio saper fare... Per il resto è tutto terreno per pochi eletti, sul quale, secondo me, è necessario avere un livello 7a/7b per arrampicare relativamente tranquilli senza passare tremando da una staffa all'altra. Che poi sarebbe, sempre a mio parere, stravolgere lo spirito di queste arrampicate, che non portano in cima a nessuna montagna, ma che possono comunque regalarvi forti emozioni. Che dirvi di più, posso solo consigliarvi di allenarvi bene... Il pannello lasciatelo stare, non serve, meglio una bella vacanza sulle placche finalesi o ad Arco, sulle falesie di una volta. Scarpe strette e male ai piedi insopportabile sarà il segnale che siete pronti, forse, per il Mongioie...

COME, DOVE, QUANDO COME arrivare. Viozene, punto di partenza per tutte le vie, è raggiungibile attraverso la Val Tanaro. Per chi proviene dal nord occorre che raggiunga Ceva, lungo l'autostrada Torino-Savona, e di qui percorra tutta la valle sino a Ponte Nava, località in cui occorre abbandonare la statale in direzione di Viozene. Proveniendo dalla Liguria, riviera di Ponente, sono possibili altre strade. Ad esempio, se si vuole raggiungere il Mongioie da Finale Ligure, e fare così una bella abbinata, è possibile passare da Albenga - Pieve di Teco - Ponte di Nava, non più di un'ora e mezza di strada in tutto. Da Imperia è invece raggiungibile Pieve di Teco senza passare da Albenga. Documentarsi. Tutte le vie sono riportate su chiari schizzi lasciati, da Motto in persona, al Rifugio Mongioie ma chi volesse trovare queste vie su una guida può procurarsi "Le Alpi del mare" di Flaviano Bessone per le Idee Verticali Edizioni. Come è ormai consuetudine per questo genere di itinerari non troverete una relazione dettagliata del percorso ma solo disegni con indicata la massima difficoltà dei tiri e il materiale necessario: lasciatevi, insomma, guidare dagli spit. La discesa è da effettuarsi sempre in corda doppia con due corde da 50 m. DOVE mangiare e dormire. Il Rifugio Mongioie (45 posti) è aperto dal 15 maggio al 30 settembre e nei fine settimana, previa prenotazione al 0174 - 39.01.96. QUANDO andare. Le pareti sono poste sul versante meridionale della montagna ma ad una quota di poco superiore ai 2000 m. Ciò le rende frequentabili nelle mezze stagioni, preferibilmente nelle terse giornate d'autunno. In estate è certamente possibile scalare, ma spesso le rocce sono subito avvolte dalle nebbie e lungo l'avvicinamento le mosche possono dare non poco fastidio. In primavera si può giungere all'attacco con gli sci, il che offre la possibilità di una bella discesa nel primo pomeriggio. Occorre tuttavia fare attenzione alle colate sulla parete, soprattutto nelle calde giornate.

Maurizio Oviglia