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Picos de Europa


Ricevo una telefonata. E’Corrado che mi dice che la sua spedizione in Afghanistan è definitivamente saltata e quindi si rende disponibile per una gita fuori porta. Partiamo gli dico. Ma dove? Picos de Europa mi risponde. E dove si trova? In Spagna, nei Pirenei. Notizie più precise? Conta su una cartolina ricevuta 26 anni fa da una sua amica spagnola. E’ più che sufficiente. Si parte. Il via da Cagliari il 19 luglio in nave per Corrado. Appuntamento con me a Savona dove mi trovo per lavoro. Viaggio verso la Francia e riunione strategica per decidere da che parte raggiungere i Pirenei.
Optiamo per un percorso che comprenda Andorra nell’illusione (fallace) di poter comprare materiale d’arrampicata a prezzi di realizzo. Si ma dov’è questo Picos de Europa? Consultiamo le mappe ma sui Pirenei non si trova nulla. Portiamo il dito sempre più su, svoltiamo a sinistra ci lasciamo alle spalle Santander, Bilbao. Laredo, la regione cantabrica e finalmente eccolo! In pieno principato delle Asturias, con l’oceano atlantico ai nostri piedi si erge il massiccio dei Picos de Europa nel bel mezzo dell’omonimo parco nazionale. Morale: da Genova 1.750 km in macchina. Ma al ritorno ci facciamo più furbi e passando dal versante francese con tappa a Carcassone ( stupendo borgo fortificato da 2 cinta di mura e 54 torri) raggiungiamo il punto di imbarco, Marsiglia, dopo solo 1.100 km.

Dopo 2 giorni di viaggio (mica abbiamo fretta) raggiungiamo finalmente le Asturie. Ovviamente in piena notte. Raggiungiamo l’albergo che nel frattempo avevamo prenotato, un parcheggio a tre stelle nell’abitato di Panes, prepariamo il fuoristrada per la nanna e…buonanotte! L’indomani raggiungiamo Arenas de Cabrales, porta di ingresso pei i Picos, infruttuosa ricerca di una guida aggiornata delle vie del massiccio ( è in ristampa), preparazione degli zaini e via! Mille metri di dislivello per raggiungere i 2.000 metri del rifugio Uriellu fatti da me nelle 3 ore canoniche ma con la lingua a penzoloni data la mia condizione non proprio ottimale; Corrado inserisce i quattro piedi motrici e raggiunge la meta in 2H e 10 min. Durante il cammino d’improvviso dietro un ennesima rampa si disvela la montagna che dovremmo affrontare. Ci lascia senza fiato: un panettone di 650 metri di calcare semplicemente perfetto. Raggiunto il rifugio diventiamo ben presto l’attrazione principale degli altri ospiti. Siamo per tutti LOS ITALIANOS e l’attenzione è giustificata dal fatto che in 100 anni di ascensioni su queste pareti siamo forse i quinti italiani che vedono in queste lande. Ci guardiamo intorno e rimaniamo favorevolmente colpiti dal fatto che a differenza dei rifugi (o ospizi?) alpini italiani la maggior parte degli ospiti abbia al massimo 25 anni. Il rifugio che può ospitare 96 persone è stracolmo, Tutt’intorno si piantano tende nonostante i divieti e la zona si anima come un campo base dell’Everest. Esibiamo al gestore del rifugio le nostre tessere Cai che ci danno diritto a un congruo sconto sulla tariffa base di 25 euro: con 18 euro otteniamo pernottamento, cena e prima colazione. E arriva il giorno della prima scalata, la notte ci ha portato consiglio e anche grazie alle assicurazioni dei locali circa la bellezza e il modo in cui sono protette le vie decidiamo di affondare la via Martinez- Solano,V+, sulla cara este del Piccu Urriellu. I primi apritori e i successivi ripetitori spagnoli hanno un concetto molto vago di cosa significhi l’esposizione: le protezioni sono lunghissime e, data la qualità della roccia, sono ben poche le possibilità di integrare con nuts e frends. I chiodi sono poi letteralmente inutili. Ho calcolato che la distanza media tra una protezione e l’altra è di circa 15 metri. Soste comprese che per fortuna la Guardia Civil ha provveduto a sistemare con anelli inox. Capiamo subito che più della ferraglia per affrontare questi tiri (largos) serve molta testa e…ci siamo capiti vero? Me ne rendo ben conto nell’affrontare un traverso di (solo) V di 55 metri dove c’è un soltanto chiodo (clavo) e due clessidrine (pont de piedra) cosi fragili che non reggerebbero il peso di uno starnuto. Ogni volo è potenzialmente mortale, ma la qualità della roccia e la bellezza dell’intinerario in breve ci portano all’ultimo tiro (il più duro) affrontato da Corrado con ottima tecnica nonostante i “funesti” avvertimenti che ci avevano dato al rifugio. Dovete sapere che in quel tratto si raccordano parecchie vie e la roccia è maledettamente unta ed il chiodo sul passo chiave non ti protegge, in caso di caduta nel terrazzino sottostante, da fratture scomposte. Comunque raggiungiamo l’ultima sosta ( reunion) e con quattro doppie (rapeles) siamo sulla strada del ritorno.

La sera non fatichiamo a prendere sonno nonostante la luce del sole sia ancora forte perché a quella longitudine tramonta dopo le 23. L’indomani il tempo non promette nulla di buono ma siamo gasati e vogliamo macinare metri e metri di calcare, affronteremo la via Nanni sulla parete sud . Vinciamo i primi tre tiri di buona lena alleggeriti di chiodi, martello e nuts (fissureros), ma davanti a noi una cordata lenta ci fa perdere un bel po’ di tempo. Rimaniamo fermi alla sosta del quarto tiro alla mercè di un vento gelido per oltre un’ora e quando parto sono ormai intirizzito e deconcentrato tanto da non riuscire a passare su un traverso sospeso protetto da un solo chiodo e nonostante mille tentativi. Il maltempo sembra avere la meglio e decidiamo di calarci. Alla base ripenso a quel maledetto tiro e sono sicuro che più caldo (e con 10 centimetri di altezza in più) sarei riuscito a passare. Nel frattempo il tempo migliora e vedo che il capo cordata di un gruppo che stava dietro di noi sullo stesso passo ha le medesime difficoltà nonostante abbia già ripetuto la via tre volte e sia uno che ha aperto vie fino a A4 in artificiale. Dopo 2 ore è ancora li. Magra consolazione. E’ ora di lasciare il rifugio per un po’ di meritato riposo. Raggiungiamo Cabrales e li facciamo la conoscenza di una compagna che allieterà tutte le nostre serate: la sidra. Una bevanda ottenuta dalla fermentazione del succo di mela e moderatamente alcolica(5/6 gradi). Tecnica di degustazione della sidra: in un ampio bicchiere tenuto inclinato all’altezza delle ginocchia si versa una minima quantità di liquido che scende a fontana dalla bottiglia tenuta con il braccio ben teso sopra la testa. E si usa dare un bicchiere par due persone. Noi ignorantoni alla vista di un bicchiere con poca sidra dentro ne abbiamo preteso un altro e li abbiamo riempiti fino all’orlo. Siamo scampati per poco al linciaggio. Ma abbiamo imparato in fretta. Dopo un giorno di riposo e bagno ristoratore nell’atlantico siamo pronti per riaffrontare la roccia. Destinazione Frendisnello una montagna con vie di impostazione un pochino più moderne con protezioni nei tratti più duri anche a quattro metri una dall’altra. Comunque ormai siamo scafati e saliamo sempre più alleggeriti nel materiale. Ripetiamo la via Los Buitres 6a max e a me tocca la fortuna di salire il secondo tiro: semplicemente eccezionale; una placca che diventa muro leggermente strapiombante e impossibile da integrare. Comunque in 40 mt ci sono ben sei spit! L’indomani è il giorno della via Separacion Real ma un vento fortissimo ci impedisce di salire. Decidiamo di fare un giro nei dintorni e scopriamo il paradiso: decine di chilometri di solido calcare completamente vergine con placche, muri, strapiombi, grotte in un contesto da favola. Rimpiangiamo di avere poco tempo e…di aver lasciato il trapano a casa.

E’ il giorno di Separacion Real max 6a+ per l’occasione si apportano alcune variazioni alla cordata, per antica consuetudine tra me e Corrado a lui va l’onere del primo tiro ma siccome le guide danno il secondo largos come il più bello concedo al mio compagno di salirlo da primo. La roccia si rivela compatta e salire è un piacere, ormai ci siamo abituati alle chiodature “genovesi”. Il vento aumenta di intensità e pensiamo di avere problemi per le doppie ma qui esce l’esperienza di mister Pibiri che ci riporta alla base senza nessun intoppo. E’ ora di rientrare, l’avvicinamento a Marsiglia sarà intervallato da tappe eno gastronomiche di tutto rispetto con visita a città stupende. Di questa vacanza ci rimarrà il ricordo di una natura incontaminata, di montagne incantate, di gente ospitale, di giovani e forti ex climber che riscoprono il valore e l’etica della montagna e dell’alpinismo classico e di un’ atmosfera nei rifugi e nei paesi simile a quella delle dolomiti di quarant’anni fa: poche griffe e molta sostanza.

Fra due anni speriamo proprio di ripetere l’esperienza: ci attente la mitica parete ovest del Piccu Urriellu.

Vince e Corra.