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Londra-
British Airways. Un aereo si stacca
dalla pista diretto verso San Francisco,
due sardi si accoccolano nei sedili
pronti ad affrontare le nove ore di
volo.
“Ti farà paura, appena lo vedi ti
farà paura..” erano queste le parole
che mi risuonavano in mente mentre
l’aereo si tuffava nell’aria, le stesse
che a Dicembre mi aveva detto Lorenzo.
Lui era già stato in Yosemite la primavera
scorsa ed era rimasto impressionato
ed impaurito dalla parete. Ti farà
paura. Per esorcizzarla avevo letto
più volte la relazione del Nose, la
via che si svolge sul suo muraglione
e che avevamo intenzione di percorrere,
sino ad impararla quasi a memoria.
Trentadue tiri per superare i mille
metri di El Capitan! Le difficoltà
di artificiale, A2, e di obbligatorio,
5.9, non devono farla sottovalutare:
si tratta di un’arrampicata stile
big wall data in cinque giorni di
scalata. La parete nasce dal bosco
inattesa, imprevedibile, innalzandosi
verso il cielo con una verticalità
spaventosa. L’avevo vista tante volte
nelle videocassette prima di partire
e mentre le guardavo segnavo sulla
relazione i tratti che riconoscevo,
aggiungendovi utili particolari e
cercando nuove soluzioni per superare
i problemi.
Lorenzo arrivava dalla Grecia ed eravamo
rimasti d’accordo che ci saremo incontrati
sull’aereo che partiva da Londra.
All’inizio non siamo riusciti ad incontrarci
e ci siamo visti solo dopo un po’
che l’aereo era in volo, quando ormai
disperavo di trovarlo. Il volo è lungo
ma sull’aereo si incontrano i personaggi
più strani e riusciamo a superare
le interminabili ore di volo scherzando
e parlando con altri viaggiatori.
Parlare del Nose vuol dire parlare
della prima scalata del Capitan. Mentre
qui sulle Alpi si snobbava l’arrampicata
californiana considerandola, forse
convenientemente, un’arrampicata di
serie B (visto che non vi erano quelle
condizioni di tempo instabile, quota,
ghiaccio e neve caratteristiche dell’arco
alpino) nel frattempo in California,
ispirati anche da rocciatori europei
come Walter Bonatti, nasceva un diverso
stile di arrampicata. Nella vallata
di Yosemite si innalzano lunghe pareti
di granito segnate da interminabili
fessure. Qui la tecnica di arrampicata
in fessura venne sviluppata in maniera
impressionante, la continua
mancanza di appigli indicava che quella
era l’unica maniera per salire… Negli
anni ‘50 sono due i rocciatori “trascinatori”
che scalano uno dopo l’altro i “problemi”
della valle: Royal Robbins e Warren
Harding. Nel Luglio del 1957 Robbins
era riuscito a scalare l’Half Dome…solo
la folle idea di scalare El Capitan
poteva superare per temerarietà la
via appena nata. Harding si dedicò
a fondo al problema, così, sei giorni
dopo la nascita della nuova via, si
gettò anima e corpo alla scalata di
una parete apparentemente impossibile.
Cominciò con l’arrivare alla Sickle
Ledge, a circa 200m dal suolo, impiegandovi
3 giorni. Da quel momento in poi ricorse,
con più compagni, all’uso delle corde
fisse, ma venne l’Inverno e l’attività
riprese nel Maggio del ’58. Le fessure
erano ora larghe ora strette e ogni
volta i rocciatori si ingegnavano
per inventare qualcosa che permettesse
loro di proteggersi e di progredire.
Forgiarono chiodi, cunei e quant’altro.
Non usavano l’imbrago ma la corda
legata alla vita e le loro corde erano
di fibre naturali. Le corde fisse
lasciate durante l’inverno sbattevano
violentemente sulle rocce a causa
del vento e le tempeste di neve le
avevano più volte incrostate di ghiaccio
prima del disgelo. Se ne accorsero
ben presto durante le loro lunghe
risalite coi prusik e non mancarono
gli incidenti durante i quali qualcuno
si è salvato per miracolo ruzzolando
e finendo su un ripiano anziché nel
vuoto. La scalata si concluse nel
mese di Novembre, Harding arrivò trionfante
in vetta dopo ben 45 giorni di scalata
effettivi, 18 mesi e 125 chiodi utilizzati.
America!
Arriviamo a San Francisco e mi sorprendo
di quanta gente di colore, meticci
e quant’altro si trovi in giro per
le strade. Operai, , muratori, passanti,
tutti erano di colore, mi sentivo
quasi l’unico bianco della zona. Ci
spostiamo con l’autobus per raggiungere
la stazione dei pullman di Greyhound
e l’atmosfera non sembra cambiare.
Sembra di assistere ad un film americano,
riusciamo a distinguere i vari personaggi
che abbiamo visto dozzine di volte
seduti in poltrona di fronte al televisore.
Ho l’impressione che su tutto aleggi
la pazzia, una sensazione che non
mi abbandonerà durante tutta la mia
permanenza in California. Gente di
colore che si veste nella maniera
più strana e dall’aria minacciosa,
grandi macchine ovunque, un bianco
con lunga barba e lo zaino con la
scritta fatta col gesso “Gesù Cristo
vi salverà se vi pentite”, grattacieli,
un barbone che beve dalla fontana
sbavando, una poliziotta grassissima…ovunque
gente obesa. Sembra un mondo di matti.
Anche l’autista del pullman per Merced
si comporta come un folle: un negro
con aria autoritaria che mastica continuamente
chewingum, porta due occhiali scuri
a goccia e una specie di divisa che
lo fa sembrare più un giustiziere
che un autista. Non capiamo bene come
funziona “l’imbarco” e rischiamo di
rimanere a terra perché nessuno ci
aiuta a capire cosa dobbiamo fare.
Così paghiamo 30 dollari di sovrapprezzo,
perché gli zaini pesano troppo, e
poi il giustiziere ci indica il nostro
bagaglio per farci capire che dobbiamo
metterlo nel mezzo…Finalmente partiamo
e seduto tranquillamente, vacillando
per il fuso orario, ho ancora la forza
di pensare alle contraddizioni di
questo paese che ho appena calcato.
Il benessere materiale sembra non
andare di pari passo con quello delle
persone: sembra quasi che queste abbiano
un dannato bisogno di credere in qualcosa
per sentirsi realizzati. Questo lo
si può vedere nei tanti personaggi
che si incontrano o nelle numerose
bandiere americane che appaiono all’esterno
di quasi tutte le case dei paesi in
cui passiamo. L’America sembra non
un nome ma la famiglia di queste persone
che sembra cerchino nella bandiera
qualcosa per sentirsi parte di un
tutto: “United we stands” leggo in
un cartellone, “Uniti noi stiamo in
piedi”
Yosemite, lezioni di sopravvivenza
a Camp 4
Arriviamo alla stazione di Merced
di notte e noi ci accaparriamo due
panchine sdraiandoci incuranti di
tutti i passanti (la maggior parte
messicani). La compagnia non sempre
è delle più rassicuranti ma il sonno
è tanto e il continuo andirivieni
di pullman ci dà quella parvenza di
sicurezza che ci permette di dormire
sereni. La sveglia ci viene data l’indomani
mattina da un gigantesco treno che
ululando sfreccia a quaranta metri
dalla stazione trasportando i suoi
novanta vagoni!
Pullman per Yosemite e questa volta
un simpatico autista con cappellone
da cowboy ci porta finalmente all’interno
della vallata. Boschi immensi, il
Merced River che serpeggia nell’immensa
piana, placche di granito ovunque
e alla fine ecco apparire, imponente
con i suoi mille metri di granito
grigio, El Capitan. Sembra impossibile
da scalare, un immenso lucido muro
che nasce dal niente ma già, col viso
spiaccicato sul finestrino, cominciamo
a riconoscere sommariamente i vari
tratti. All’interno della vallata
si trova un’unica strada che compie
un giro circolare. Per potersi spostare
al suo interno il Parco ha messo a
disposizione dei turisti un free-shuttle,
un autobus che permette di spostarsi
gratis. E’ con questo che raggiungiamo
il Camp 4, il campeggio più a buon
prezzo della valle (5 dollari a testa)
e quello che riceve il sole per primo.
Attorno pareti enormi ovunque.
Subito ci diamo da fare montando la
tenda e cominciando a prendere visione
del materiale che abbiamo portato.
Si tratta di 50 friends, oltre 50
nut e micronut, circa 20 moschettoni
con ghiera, 20 rinvii, 20 moschettoni
sfusi, 2 corde da 60m, cordini, staffe
e chi più ne ha più ne metta. Cominciamo
a fare un ulteriore smistamento, a
controllare i viveri e a documentarci
sulle condizioni meteorologiche. Uno
dei tanti problemi da risolvere è
l’avvicinamento alla parete di El
Capitan che dista diversi chilometri
dal nostro camping. Cerco di guardarmi
dentro per capire se lo voglio scalare
o no questo Nose, il “naso”. E’ una
strana sensazione quella che provo,
quasi di estraneità, come se stare
su questo spiazzo con gli scoiattoli
a montare la tenda o passeggiare per
la mia città siano la stessa cosa.
Forse l’aereo fa di questi scherzi:
in 13 ore di volo sono arrivato su
un altro continente dove vivono persone,
piante e paesaggi diversi da quelli
che conosco. Probabilmente il passaggio
tra questi due mondi così differenti
è stato troppo veloce e non ho avuto
modo di abituarmici. Invece Lorenzo
appare già a suo agio, ricco di entusiasmo
ed è sempre lui quello che mi sprona,
che comincia a segnare sul taccuino,
che mi raccomanda gli insegnamenti
appresi l’anno precedente e che comincia
a spiegarmi come si svolge la vita
nel campeggio, “il Campo” come si
chiama qua. La prima cosa da imparare
è che gli scoiattoli hanno l’aria
simpatica ma sono dei gran bastardi:
se lasci delle briciole di cibo in
tenda o nello zaino loro rosicchiano
tutto bucando la tela, sembra che
gradiscano anche il sapone ed affini.
La seconda è che i coyote, che ogni
tanto fanno il loro guardingo ingresso
nel campo, sono amici dell’uomo perché
si mangiano gli scoiattoli. La terza
che è meglio mettere tutto ciò che
è commestibile o profumato in appositi
contenitori anti-orso/scoiattoli..eh
si..perché c’è anche la quarta cosa
da sapere: gli orsi scorrazzano allegramente
per tutta la vallata e si sono abituati
a mangiare ciò che mangia l’uomo.
Sono grandi, pelosi e potenzialmente
pericolosi e dopo tutto quello che
mi è stato spiegato su cosa fare quando
se ne incontra
uno o su come evitare di incontrarlo,
sinceramente non ne ho capito niente
tuttora. Meno male che ci sono i ranger
e le ranger. Il loro ruolo è simile
a quello degli uomini del nostro corpo
forestale ma qui s’assomigliano all’autista
“giustiziere” del nostro pullman:
hanno una bella divisa, autorità e
non sono proprio snelli salvo poche
eccezioni, la maggior parte di quelli
che incontriamo sono donne. Per tutto
ciò che riguarda l’arrampicata (soccorsi,
informazioni ecc.) il riferimento
è il “Climbing Ranger”, cioè il “Ranger
Arrampicatore” , devi andare nel gabbiotto
informazioni e chiedere “Scusi, sto
cercando il Ranger Arrampicatore..”.
Nel campo ci sono molti blocchi che
emergono dal pianoro e quasi tutti
gli arrampicatori presenti giocano
e si allenano tentando di salirvi.
Noi veniamo scambiati regolarmente
per spagnoli, visto che gli italiani
sono assenti.
Ci sono molti orientali, per lo più
giapponesi. Mi colpisce molto come
le culture siano differenti. Quando
un europeo o un americano riescono
a vincere un problema arrivando sulla
cima del blocco si mettono a gridare
e fare gesti di vittoria, quando invece
un orientale arriva in cima appare
imbarazzato, quando scende riceve
pacche e applausi dagli amici e si
accartoccia per la timidezza.
Nel frattempo con Lorenzo cominciamo
a pensare quante provviste portare
in parete. Nello stile big wall, che
si usa su queste pareti dove si pratica
l’artificiale per lunghi tratti, dopo
ogni tiro il primo di cordata deve
issare uno o più sacconi in cui sono
contenute le provviste e il necessario
per la notte, contemporaneamente il
secondo sale con le jumar(bloccanti
meccanici) lungo la corda fissa (cioè
bloccata per un capo nella sosta superiore)
ritirando dalla parete i nut e friend
messi dal primo. Il saccone deve quindi
essere robusto, in pvc, visto che
va inevitabilmente a raschiare sulle
rocce, munito di una apposita corda
statica per issarlo e collegato ad
essa per mezzo di una girella per
evitare le torsioni della corda. Antones,
un nostro amico greco che aveva fatto
qualche mese prima la via, aveva un
saccone di 90kg e avevamo conosciuto
giapponesi che si erano portati dietro
120kg di bagaglio. Ognuno si fa i
propri calcoli e per noi era chiaro
che mai e poi mai avremo portato su
un peso simile, la rapidità dipende
anche dalla leggerezza. Vista l’esperienza
dello scorso anno di Lorenzo sulla
parete dell’Half Dome, la sua splendida
condizione atletica, le mie conoscenze
tecniche e nell’arrampicata artificiale
calcoliamo che in tre giorni, nonostante
la via venga data per 5 giorni, dovremo
riuscire ad arrivare in cima. Andiamo
così al supermarket del Yosemite Village,
sognando anche un potenziale “due
giorni e vetta”, dove acquistiamo
viveri e acqua. La prima brutta notizia
è che le bombolette a gas con attacco
a vite non le hanno e siamo costretti
ad acquistare un nuovo ed ingombrante
fornello che non potremo portare in
parete, la seconda è che tutti i contenitori
da 1l. per l’acqua costano un’esagerazione(3.5
euro) e l’acqua 1/1.5 euro a litro!
Comunque facciamo i nostri acquisti
e presso la nostra tenda cominciamo
ad inzainare 16 litri di acqua, cioè
4litri al giorno per 4 giorni di scalata
massimo. Lasciamo lo zaino al campo
e facciamo autostop per raggiungere
l’attacco della via che dista circa
una decina di chilometri. Dopo mezzora
ci prendono e qualche minuto dopo
ci troviamo sdraiati su uno splendido
campo in mezzo al bosco a controllare,
relazione alla mano, i passaggi che
ci aspetteranno nei prossimi giorni.
Non resistiamo alla tentazione di
andare all’attacco della via e ci
inoltriamo nel bosco sino ad incontrare
la fessura iniziale. Vista da sotto
la parete sembra schiacciarti sotto
il suo peso, so per esperienza che
ciò che sembra appoggiato è verticale
e che ciò che sembra verticale è strapiombante.
La fessura è da dita e non resisto
alla tentazione di salire così, incastrando
le falangi, risalgo
i primi metri. E’ netta, non svasata
come le nostre, regolare, la roccia
è calda ed il granito di una grana
fine grigiastra che lo fa sembrare
calcare. Dopo aver disarrampicato
i metri percorsi mi sento pervadere
anche io dallo stesso entusiasmo di
Lorenzo, la mano si incastra benissimo
e sarà un piacere salire come dei
serpenti lungo le fessure. Felici
ed esaltati ci dirigiamo a piedi verso
il camping camminando nel bosco. Gli
alberi sono pini e sequoie immensi
che arrivano senza difficoltà a 30/40m
di altezza, ovunque il profumo della
resina inebria l’aria e sorprendiamo
saltuariamente strani uccelli azzurri.
Arriviamo al buio al campo.
pag.
1 - 2 - 3
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