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California- El Capitan


Disavventura sul Nose -
di Marco Marrosu

Londra- British Airways. Un aereo si stacca dalla pista diretto verso San Francisco, due sardi si accoccolano nei sedili pronti ad affrontare le nove ore di volo.Marco e Lorenzo

“Ti farà paura, appena lo vedi ti farà paura..” erano queste le parole che mi risuonavano in mente mentre l’aereo si tuffava nell’aria, le stesse che a Dicembre mi aveva detto Lorenzo. Lui era già stato in Yosemite la primavera scorsa ed era rimasto impressionato ed impaurito dalla parete. Ti farà paura. Per esorcizzarla avevo letto più volte la relazione del Nose, la via che si svolge sul suo muraglione e che avevamo intenzione di percorrere, sino ad impararla quasi a memoria. Trentadue tiri per superare i mille metri di El Capitan! Le difficoltà di artificiale, A2, e di obbligatorio, 5.9, non devono farla sottovalutare: si tratta di un’arrampicata stile big wall data in cinque giorni di scalata. La parete nasce dal bosco inattesa, imprevedibile, innalzandosi verso il cielo con una verticalità spaventosa. L’avevo vista tante volte nelle videocassette prima di partire e mentre le guardavo segnavo sulla relazione i tratti che riconoscevo, aggiungendovi utili particolari e cercando nuove soluzioni per superare i problemi.
Lorenzo arrivava dalla Grecia ed eravamo rimasti d’accordo che ci saremo incontrati sull’aereo che partiva da Londra. All’inizio non siamo riusciti ad incontrarci e ci siamo visti solo dopo un po’ che l’aereo era in volo, quando ormai disperavo di trovarlo. Il volo è lungo ma sull’aereo si incontrano i personaggi più strani e riusciamo a superare le interminabili ore di volo scherzando e parlando con altri viaggiatori.
Parlare del Nose vuol dire parlare della prima scalata del Capitan. Mentre qui sulle Alpi si snobbava l’arrampicata californiana considerandola, forse convenientemente, un’arrampicata di serie B (visto che non vi erano quelle condizioni di tempo instabile, quota, ghiaccio e neve caratteristiche dell’arco alpino) nel frattempo in California, ispirati anche da rocciatori europei come Walter Bonatti, nasceva un diverso stile di arrampicata. Nella vallata di Yosemite si innalzano lunghe pareti di granito segnate da interminabili fessure. Qui la tecnica di arrampicata in fessura venne sviluppata in maniera impressionante, la Marco a San Franciscocontinua mancanza di appigli indicava che quella era l’unica maniera per salire… Negli anni ‘50 sono due i rocciatori “trascinatori” che scalano uno dopo l’altro i “problemi” della valle: Royal Robbins e Warren Harding. Nel Luglio del 1957 Robbins era riuscito a scalare l’Half Dome…solo la folle idea di scalare El Capitan poteva superare per temerarietà la via appena nata. Harding si dedicò a fondo al problema, così, sei giorni dopo la nascita della nuova via, si gettò anima e corpo alla scalata di una parete apparentemente impossibile. Cominciò con l’arrivare alla Sickle Ledge, a circa 200m dal suolo, impiegandovi 3 giorni. Da quel momento in poi ricorse, con più compagni, all’uso delle corde fisse, ma venne l’Inverno e l’attività riprese nel Maggio del ’58. Le fessure erano ora larghe ora strette e ogni volta i rocciatori si ingegnavano per inventare qualcosa che permettesse loro di proteggersi e di progredire. Forgiarono chiodi, cunei e quant’altro. Non usavano l’imbrago ma la corda legata alla vita e le loro corde erano di fibre naturali. Le corde fisse lasciate durante l’inverno sbattevano violentemente sulle rocce a causa del vento e le tempeste di neve le avevano più volte incrostate di ghiaccio prima del disgelo. Se ne accorsero ben presto durante le loro lunghe risalite coi prusik e non mancarono gli incidenti durante i quali qualcuno si è salvato per miracolo ruzzolando e finendo su un ripiano anziché nel vuoto. La scalata si concluse nel mese di Novembre, Harding arrivò trionfante in vetta dopo ben 45 giorni di scalata effettivi, 18 mesi e 125 chiodi utilizzati.


America!yosemite- l'Half Dome si specchia sul Merced River

Arriviamo a San Francisco e mi sorprendo di quanta gente di colore, meticci e quant’altro si trovi in giro per le strade. Operai, , muratori, passanti, tutti erano di colore, mi sentivo quasi l’unico bianco della zona. Ci spostiamo con l’autobus per raggiungere la stazione dei pullman di Greyhound e l’atmosfera non sembra cambiare. Sembra di assistere ad un film americano, riusciamo a distinguere i vari personaggi che abbiamo visto dozzine di volte seduti in poltrona di fronte al televisore. Ho l’impressione che su tutto aleggi la pazzia, una sensazione che non mi abbandonerà durante tutta la mia permanenza in California. Gente di colore che si veste nella maniera più strana e dall’aria minacciosa, grandi macchine ovunque, un bianco con lunga barba e lo zaino con la scritta fatta col gesso “Gesù Cristo vi salverà se vi pentite”, grattacieli, un barbone che beve dalla fontana sbavando, una poliziotta grassissima…ovunque gente obesa. Sembra un mondo di matti. Anche l’autista del pullman per Merced si comporta come un folle: un negro con aria autoritaria che mastica continuamente chewingum, porta due occhiali scuri a goccia e una specie di divisa che lo fa sembrare più un giustiziere che un autista. Non capiamo bene come funziona “l’imbarco” e rischiamo di rimanere a terra perché nessuno ci aiuta a capire cosa dobbiamo fare. Così paghiamo 30 dollari di sovrapprezzo, perché gli zaini pesano troppo, e poi il giustiziere ci indica il nostro bagaglio per farci capire che dobbiamo metterlo nel mezzo…Finalmente partiamo e seduto tranquillamente, vacillando per il fuso orario, ho ancora la forza di pensare alle contraddizioni di questo paese che ho appena calcato. Il benessere materiale sembra non andare di pari passo con quello delle persone: sembra quasi che queste abbiano un dannato bisogno di credere in qualcosa per sentirsi realizzati. Questo lo si può vedere nei tanti personaggi che si incontrano o nelle numerose bandiere americane che appaiono all’esterno di quasi tutte le case dei paesi in cui passiamo. L’America sembra non un nome ma la famiglia di queste persone che sembra cerchino nella bandiera qualcosa per sentirsi parte di un tutto: “United we stands” leggo in un cartellone, “Uniti noi stiamo in piedi”arrivo al camp 4

Yosemite, lezioni di sopravvivenza a Camp 4

Arriviamo alla stazione di Merced di notte e noi ci accaparriamo due panchine sdraiandoci incuranti di tutti i passanti (la maggior parte messicani). La compagnia non sempre è delle più rassicuranti ma il sonno è tanto e il continuo andirivieni di pullman ci dà quella parvenza di sicurezza che ci permette di dormire sereni. La sveglia ci viene data l’indomani mattina da un gigantesco treno che ululando sfreccia a quaranta metri dalla stazione trasportando i suoi novanta vagoni!
Pullman per Yosemite e questa volta un simpatico autista con cappellone da cowboy ci porta finalmente all’interno della vallata. Boschi immensi, il Merced River che serpeggia nell’immensa piana, placche di granito ovunque e alla fine ecco apparire, imponente con i suoi mille metri di granito grigio, El Capitan. Sembra impossibile da scalare, un immenso lucido muro che nasce dal niente ma già, col viso spiaccicato sul finestrino, cominciamo a riconoscere sommariamente i vari tratti. All’interno della vallata si trova un’unica strada che compie un giro circolare. Per potersi spostare al suo interno il Parco ha messo a disposizione dei turisti un free-shuttle, un autobus che permette di spostarsi gratis. E’ con questo che raggiungiamo il Camp 4, il campeggio più a buon prezzo della valle (5 dollari a testa) e quello che riceve il sole per primo. Attorno pareti enormi ovunque.
Subito ci diamo da fare montando la tenda e cominciando a prendere visione del materiale che abbiamo portato. Si tratta di 50 friends, oltre 50 nut e micronut, circa 20 moschettoni con ghiera, 20 rinvii, 20 moschettoni sfusi, 2 corde da 60m, cordini, staffe e chi più ne ha più ne metta. Cominciamo a fare un ulteriore smistamento, a controllare i viveri e a documentarci sulle condizioni meteorologiche. Uno dei tanti problemi da risolvere è l’avvicinamento alla parete di El Capitan che dista diversi chilometri dal nostro camping. Cerco di guardarmi dentro per capire se lo voglio scalare o no questo Nose, il “naso”. E’ una strana sensazione quella che provo, quasi di estraneità, come se stare su questo spiazzo con gli scoiattoli a montare la tenda o passeggiare per la mia città siano la stessa cosa. Forse l’aereo fa di questi scherzi: in 13 ore di volo sono arrivato su un altro continente dove vivono persone, piante e paesaggi diversi da quelli che conosco. Probabilmente il passaggio tra questi due mondi così differenti è stato troppo veloce e non ho avuto modo di abituarmici. Invece Lorenzo appare già a suo agio, ricco di entusiasmo ed è sempre lui quello che mi sprona, che comincia a segnare sul taccuino, che mi raccomanda gli insegnamenti appresi l’anno precedente e che comincia a spiegarmi come si svolge la vita nel campeggio, “il Campo” come si chiama qua. La prima cosa da imparare è che gli scoiattoli hanno l’aria simpatica ma sono dei gran bastardi: se lasci delle briciole di cibo in tenda o nello zaino loro rosicchiano tutto bucando la tela, sembra che gradiscano anche il sapone ed affini. La seconda è che i coyote, che ogni tanto fanno il loro guardingo ingresso nel campo, sono amici dell’uomo perché si mangiano gli scoiattoli. La terza che è meglio mettere tutto ciò che è commestibile o profumato in appositi contenitori anti-orso/scoiattoli..eh si..perché c’è anche la quarta cosa da sapere: gli orsi scorrazzano allegramente per tutta la vallata e si sono abituati a mangiare ciò che mangia l’uomo. Sono grandi, pelosi e potenzialmente pericolosi e dopo tutto quello che mi è stato spiegato su cosa fare quando se ne incontra uno o su come evitare di incontrarlo, sinceramente non ne ho capito niente tuttora. Meno male che ci sono i ranger e le ranger. Il loro ruolo è simile a quello degli uomini del nostro corpo forestale ma qui s’assomigliano all’autista “giustiziere” del nostro pullman: hanno una bella divisa, autorità e non sono proprio snelli salvo poche eccezioni, la maggior parte di quelli che incontriamo sono donne. Per tutto ciò che riguarda l’arrampicata (soccorsi, informazioni ecc.) il riferimento è il “Climbing Ranger”, cioè il “Ranger Arrampicatore” , devi andare nel gabbiotto informazioni e chiedere “Scusi, sto cercando il Ranger Arrampicatore..”.
Nel campo ci sono molti blocchi che emergono dal pianoro e quasi tutti gli arrampicatori presenti giocano e si allenano tentando di salirvi. Noi veniamo scambiati regolarmente per spagnoli, visto che gli italiani sono assenti.
Ci sono molti orientali, per lo più giapponesi. Mi colpisce molto come le culture siano differenti. Quando un europeo o un americano riescono a vincere un problema arrivando sulla cima del blocco si mettono a gridare e fare gesti di vittoria, quando invece un orientale arriva in cima appare imbarazzato, quando scende riceve pacche e applausi dagli amici e si accartoccia per la timidezza.
Nel frattempo con Lorenzo cominciamo a pensare quante provviste portare in parete. Nello stile big wall, che si usa su queste pareti dove si pratica l’artificiale per lunghi tratti, dopo ogni tiro il primo di cordata deve issare uno o più sacconi in cui sono contenute le provviste e il necessario per la notte, contemporaneamente il secondo sale con le jumar(bloccanti meccanici) lungo la corda fissa (cioè bloccata per un capo nella sosta superiore) ritirando dalla parete i nut e friend messi dal primo. Il saccone deve quindi essere robusto, in pvc, visto che va inevitabilmente a raschiare sulle rocce, munito di una apposita corda statica per issarlo e collegato ad essa per mezzo di una girella per evitare le torsioni della corda. Antones, un nostro amico greco che aveva fattoUn albero spettrale e David, camminando nel bosco verso la cima di El Capitan qualche mese prima la via, aveva un saccone di 90kg e avevamo conosciuto giapponesi che si erano portati dietro 120kg di bagaglio. Ognuno si fa i propri calcoli e per noi era chiaro che mai e poi mai avremo portato su un peso simile, la rapidità dipende anche dalla leggerezza. Vista l’esperienza dello scorso anno di Lorenzo sulla parete dell’Half Dome, la sua splendida condizione atletica, le mie conoscenze tecniche e nell’arrampicata artificiale calcoliamo che in tre giorni, nonostante la via venga data per 5 giorni, dovremo riuscire ad arrivare in cima. Andiamo così al supermarket del Yosemite Village, sognando anche un potenziale “due giorni e vetta”, dove acquistiamo viveri e acqua. La prima brutta notizia è che le bombolette a gas con attacco a vite non le hanno e siamo costretti ad acquistare un nuovo ed ingombrante fornello che non potremo portare in parete, la seconda è che tutti i contenitori da 1l. per l’acqua costano un’esagerazione(3.5 euro) e l’acqua 1/1.5 euro a litro!
Comunque facciamo i nostri acquisti e presso la nostra tenda cominciamo ad inzainare 16 litri di acqua, cioè 4litri al giorno per 4 giorni di scalata massimo. Lasciamo lo zaino al campo e facciamo autostop per raggiungere l’attacco della via che dista circa una decina di chilometri. Dopo mezzora ci prendono e qualche minuto dopo ci troviamo sdraiati su uno splendido campo in mezzo al bosco a controllare, relazione alla mano, i passaggi che ci aspetteranno nei prossimi giorni. Non resistiamo alla tentazione di andare all’attacco della via e ci inoltriamo nel bosco sino ad incontrare la fessura iniziale. Vista da sotto la parete sembra schiacciarti sotto il suo peso, so per esperienza che ciò che sembra appoggiato è verticale e che ciò che sembra verticale è strapiombante. La fessura è da dita e non resisto alla tentazione di salire così, incastrando le falangi, risalgoYosemite- Panorama, in discesa dalla cima dell'Half Dome i primi metri. E’ netta, non svasata come le nostre, regolare, la roccia è calda ed il granito di una grana fine grigiastra che lo fa sembrare calcare. Dopo aver disarrampicato i metri percorsi mi sento pervadere anche io dallo stesso entusiasmo di Lorenzo, la mano si incastra benissimo e sarà un piacere salire come dei serpenti lungo le fessure. Felici ed esaltati ci dirigiamo a piedi verso il camping camminando nel bosco. Gli alberi sono pini e sequoie immensi che arrivano senza difficoltà a 30/40m di altezza, ovunque il profumo della resina inebria l’aria e sorprendiamo saltuariamente strani uccelli azzurri. Arriviamo al buio al campo.

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