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Un
balcone sul vuoto- la terza notte
E’ prima dell’alba che cominciamo
a salire le corde fisse. Il sacco
è già stato issato sulla sommità e
noi portiamo sacchi a pelo e viveri
in uno zainetto. Guardiamo in basso
e sotto i primi raggi mattutini scorgiamo
sulla Dolt Tower due persone ancora
infagottate nei loro sacchi a pelo.
-“Ehi!! Ma sono Bill e Cec!!” urla
Lorenzo. Saluti reciproci e urla varie.
“Sarebbe bello arrivare in cima insieme”
penso. Mancano trecento duri metri
per uscire dalla parete e un forte
senso di vittoria ci prende: si vede
chiaramente che la cima è vicina e
che noi abbiamo superato abbondantemente
la metà…è solo questione di tempo.
Calo Lorenzo dalla Boot Flake per
20m. Si tratta di un megapendolo per
raggiungere una frattura nascosta
da uno spigolo.
-“Pronto?” mi urla Lorenzo
-“Vai!”
Comincia ad ondeggiare lentamente
prendendo velocità. Sotto di lui 650
metri di vuoto. Alla fine sta letteralmente
correndo lungo la parete ed ogni volta
che giunge alle estremità del pendolo
la forza centrifuga lo stacca dalla
roccia. Dopo due tentativi gli sforzi
sono tanti ma il risultato appare
vano, nel terzo tentativo invece Lorenzo
corre deciso e quando ormai sembrava
ce l’avesse fatta perde l’equilibrio
e la corda lo porta via spingendolo
violentemente verso uno spigolo.
La botta è forte e Lorenzo, penzolando
ancora nel vuoto, urla a squarciagola.
“Una distorsione!” penso, vedendolo
ondeggiare. Ma poi continua ad urlare.
Capisco cosa è successo, appoggio
la testa alla parete e parlando con
me stesso a voce bassa, quasi come
se avessi paura di quello che stavo
dicendo, bisbiglio “..Fottuti..”.
Nel frattempo Lorenzo si è fermato.
Mi guarda: “Marco, siamo fottuti..”
-“Lo so, ce la fai a salire?”
-“Ci provo, fissami una corda”.
Sale con i bloccanti molto lentamente
e finalmente mi raggiunge. Togliamo
la scarpa e all’altezza della caviglia
sinistra la pelle è gonfia a dismisura.
Provo a ruotargli il piede e un forte
stridere di osso ci fa inorridire….frattura!!
Per noi la scalata è finita! Bisogna
scendere.
Blocchiamo la caviglia con due garze,
do a Lorenzo un antidolorifico e cominciamo
le calate. Ogni calata è un problema
a sé e Lorenzo riesce a calarsi autonomamente
nelle prime due ma il sistema è poco
rapido. Insieme a lui bisogna portare
giù anche il nostro saccone e nelle
calate verticali riesco anche a sopportarne
il peso attaccandomelo sotto, sicuramente
la mia esperienza speleologica mi
stava aiutando.
Lorenzo non si lamenta, io sono sempre
pensieroso e rifletto sulle difficoltà
da affrontare per le calate da effettuare.
Dobbiamo raggiungere la Dolt Tower.
Da quel ripiano dove avevamo passato
la seconda notte parte la calata attrezzata
che porta alla base della parete.
Si tratta di 9 calate di 50m attrezzate
con tasselli ad espansione e catena,
posizionati sul gigantesco sperone
che sostiene il ripiano. Per raggiungere
la Dolt Tower però bisogna fare una
serie di pendoli e traversi complessi
che Lorenzo, nelle condizioni in cui
si trova, non è in grado di effettuare.
Riesco a convincere Lorenzo che deve
fidarsi di me, lo calerò io, e nel
frattempo incrociamo gli inglesi ai
quali regaliamo un pò di acqua. Il
traverso da El Cap alla sosta sottostante
è molto lungo e per superarlo decido
di costruire una teleferica: faccio
arrivare il capo di una delle nostre
corde agli inglesi che lo assicurano
nella sosta in basso mentre collego
l’altro alla nostra sosta. Tendo la
corda con i bloccanti e il Gri-gri
facendole oltrepassare un grande diedro
tenendosi completamente nel vuoto,
uno spettacolo impressionante. Attacco
Lorenzo ad una carrucola e lo calo
facendolo scorrere lungo la corda
tesa frenando la sua velocità con
una seconda corda. Una volta nel vuoto
Lorenzo si gira e mi guarda. Da quando
è avvenuto l’incidente (poche ore
fa che sembrano giorni) non parliamo
molto ma in quello sguardo leggo chiaramente
la sua tensione e la sua domanda “Sei
sicuro di quello che stai facendo??”
O meglio “Sei sicuro che non mi rompo
definitivamente in questa tua maledetta
teleferica??”. Ma il metodo funziona
e dopo di lui è la volta del saccone.
Così ogni volta mi calo, fisso la
corda nella sosta in basso, risalgo,
tendo la teleferica, calo Lorenzo,
calo il saccone, scendo, recuperiamo
la corda. Il metodo diventa sequenza
ritmica ed arriviamo al pomeriggio
sulla Dolt Tower. Guardiamo l’ora
e capiamo che se continuiamo le calate
verremo sorpresi dal buio in parete.
La scelta più saggia è sicuramente
quella di attendere l’indomani. Le
soste sono posizionate su uno sperone
di lucido granito e a circa 50m una
dall’altra: potrebbe essere facile
perdersi nella parete o non riuscire
a recuperare la corda dopo una doppia.
Ci apprestiamo perciò a passare la
nostra quarta notte.
Su questo ripiano guardiamo di nuovo
la frattura. Tagliamo la calza e apriamo
la scarpa. Siamo tutti e due molto
amareggiati per l’accaduto. Mentre
Lorenzo si infila nel sacco a pelo
io comincio ad organizzare bene il
materiale, preparare la cena rintracciandola
nel saccone, tirare fuori l’acqua
rimasta e fare una rete di sicurezza
per potermi spostare agevolmente lungo
il ripiano. Mangiamo un po’ di frutta
secca e i soliti wrustel al sugo completati
da vitamina C e Polase, la nostra
bibita di fine pasto.
Dopo qualche ora la luce cede il posto
all’oscurità ed io sono sdraiato nel
ripiano poco sotto Lorenzo che già
dorme. Rifletto su tutto ciò che è
accaduto. Abbiamo attraversato una
vasta gamma di emozioni, da quella
della vittoria a quella della sconfitta,
ed ora sento dentro di me solo amarezza.
E’ una sensazione indefinibile che
non riesco ad esprimere esternamente
e che mi impedisce di sorridere. Lorenzo
è al calduccio, col suo passamontagna
calato e chiuso nel suo sacco a pelo,
tutto sembra che nel peggio vada per
il meglio..Strano gioco di parole.
Penso ancora che ce l’avremo fatta,
che tutto era alla nostra portata,
che avevamo quel grado di esperienza
che la via ci stava chiedendo. Improvvisamente,
mentre sono ancora chiuso in me se
stesso con queste riflessioni, mi
accorgo di quanto il cielo sia nero.
Sdraiato con lo sguardo verso l’alto
porto le mani dietro la nuca. Lo sfavillio
delle stelle è incredibile, la vallata
e la parete sovrastante sono ancora
più cupe. La via lattea, le costellazioni,
il silenzio della notte, una leggera
brezza… e mi sorprendo a sorridere.
Nove calate senza storia. Io mi calo
per primo con il saccone sotto e poi
mi raggiunge Lorenzo che si cala autonomamente
lungo la parete saltellando come un
uccellino ferito. Siamo partiti con
calma stamattina e, dopo aver preso
il giusto ritmo, le calate sono proseguite
come una catena di montaggio. Arriviamo
alla base della parete dove due svedesi
ed una ragazza ci danno una mano a
prendere lo zaino e sostenere Lorenzo.
Dopo un po’ capisco che la soluzione
migliore è quella di portare Lorenzo
sulle mie spalle e così faccio sino
ad arrivare, superato il bosco, alla
strada asfaltata dove i due svedesi
hanno la loro auto. Grazie al loro
passaggio raggiungiamo il Medical
Center dove Lorenzo viene ricoverato.
La diagnosi finale sarà: frattura
della tibia e rottura dei legamenti.
Il costo della radiografia e ingessatura
455 dollari!!!
Conclusione
Lorenzo bazzica ormai da diversi giorni
nel Camp 4. Saltella sulle sue stampelle,
tutti sono curiosi ed in breve la
nostra storia ed i nostri nomi vengono
a far parte delle conversazioni comuni
del campo. Abbiamo ricevuto i complimenti
da parte del servizio di soccorso
alpino locale e addirittura il Climbing
Ranger ha voluto fare un brindisi
in nostro onore (a quanto ci hanno
detto dei nostri amici inglesi, americani
e australiani). Questo ci può fare
piacere ma non toglie l’amarezza di
una sconfitta che brucia. Lorenzo
aveva una forte voglia di rientrare
ma ha deciso di rimanere per darmi
modo di fare altre esperienze. Pina,
una nostra amica inglese, vedendolo
ormai immobilizzato al campo gli ha
detto “Well Lorenzo, you have a reputation
to defence now!!” (“hai una reputazione
da difendere ora”, cioè quello che
le donne straniere si aspettano da
un maschio latino e italiano immobilizzato
in un camping).
Io non ho voglia di fare niente. Tutto
mi costa fatica ma comincio piano
piano a fare un trekking di due giorni
insieme all’amico inglese David durante
il quale dormo sulla cima di El Capitan.
Poi in cordata con David e con gli
amici Bill, Cec e Pina scalo in giornata
l’Half Dome lungo una folle via di
placca di Jim Bridwell. Ma ogni volta
che rischio un po’ più del necessario
una vocina mi ferma ed è la mia coscienza.
Siamo arrivati in due, Lorenzo è bloccato
al campo e se anche io dovessi farmi
male le cose si complicherebbero,
di molto. La mia malinconia e amarezza
si scioglie piano piano lungo le sponde
del Merced River. E’ nella sua acqua
che, nudo, mi faccio un meritato bagno
mentre i cervi pascolano tranquilli
brucando vicino ai miei vestiti…Ma
la mia malinconia svanisce quando
durante una notte David e Pina ci
fanno cenno di seguirli e, in auto,
ci portano nel parcheggio vicino alla
parete di El Capitan. Da qui nasce
un grande spiazzo erboso circondato
da potenti alberi sul quale è piacevole
sdraiarsi.
Ci inoltriamo nel suo interno per
poche decine di metri e poi, indicando
verso l’alto, ci dicono “Guarda”.
Sino a quel momento camminavo col
frontale a testa bassa ma alzandola
ci apparve uno spettacolo mozzafiato.
Davanti a noi la cupa mole di El Capitan
luccicava. Le pile dei tanti alpinisti,
impegnati nelle numerose vie, apparivano
come dei lumicini di natale che tessevano
una ragnatela luminosa su una tela
scura. Ognuna di quelle lucine raccoglieva
la storia, le emozioni e le speranze
di una cordata. Era un segno di vita
tra l’aridità della roccia. Anche
noi eravamo stati una di quelle lucine
e vederle ora dal basso mi faceva
pensare all’intensità dei momenti
che avevamo vissuto nei giorni scorsi.
Lorenzo guarda ancora quelle luci
che si confondono con quelle che brillano
nel cielo e dice scherzando “Rock
Stars!!!”. Tutti scoppiano a ridere
e come per incanto torniamo alla nostra
realtà incamminandoci verso l’auto
che aspetta.
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