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Un
Assaggio
Dopo aver fatto autostop per l’ennesima
volta ci avviciniamo a piedi alla
base della parete. Poco sotto, a una
ventina di metri da noi, un orso si
allontana lentamente.
E’ sera. Su pareti molto lunghe la
logistica è importante: bisogna decidere
e pianificare bene come avverrà la
scalata. Molte cordate attrezzano
con delle corde fisse, dopo averli
arrampicati, i primi 4 tiri. Questi
sono considerati i più difficili dell’intera
via ma questo è un metodo che non
ci piace da subito, per noi una volta
che si attacca bisognerebbe proseguire
senza scendere, inoltre è un’opportunità
che non prendiamo neanche in considerazione
visto che la lunghezza delle nostre
due corde (60m) non ci permetterebbe
di raggiungere il suolo. Partiamo
così la sera. Il nostro programma
prevede di attrezzare i primi 2 tiri
di avvicinamento con le nostre corde,
dormire in uno spiazzo la notte e
partire l’indomani ancora al buio
per issare il saccone e continuare
lungo i famigerati 4 tiri. Dormiamo,
un po’ titubanti ripensando all’orso
di qualche ora prima.
La sveglia è
al buio, una magra colazione, prepariamo
lo zaino e Lorenzo comincia a salire
lungo le corde fisse. Lo seguo col
saccone che da questo momento in poi
verrà issato ad ogni tiro o con un
paranco o con la tecnica del contrappeso,
in ogni caso elemento fondamentale
dei due sistemi è il Gri-gri, questo
ci permette non solo di issare ma
anche di rilasciare corda nel caso
il nostro bagaglio dovesse incastrarsi.
Senza
grandi difficoltà ci portiamo all’attacco
vero e proprio. I primi tiri sono
molto difficili perché bisogna passare
dall’artificiale all’arrampicata libera,
in continuazione. Saliamo lentamente.
La roccia è diversa da quella sulla
quale arrampichiamo abitualmente,
lo zaino è pesante e non abbiamo ancora
quella scioltezza nelle manovre che
ci permette di essere efficienti.
In un tratto Lorenzo deve issarsi
sulla staffa ma il nut che ha messo
continua a voler uscire e non rimanere
dentro, alla fine, con l’adrenalina
che scorre, decide di premere col
dito il nut spingendolo dentro la
fessura e contemporaneamente di salire
sulla staffa. Incontriamo il primo
dei numerosi pendoli che ci aspettano
e cominciamo a capire come far passare
lo zaino anche in queste situazioni.
Il secondo si porta appresso tutto
il materiale alpinistico trasformandosi
in un porta-materiali. Il caldo è
mostruoso, non ho il termometro ma
penso ci siano trenta gradi, e la
fatica fisica che si fa ad ogni tiro
ci fa scolare litri di acqua continuamente.
Dopo tre tiri sono passate ben 6 ore,
ci guardiamo in faccia e il primo
a parlare sono io:
-“Lorè, così non arriveremo mai in
cima, abbiamo sbagliato tutto..”
-“Hai ragione” mi risponde “siamo
troppo lenti”
-“Questo non è un guaio” dico io “bisogna
avere pazienza, la via è lunga, ma
non abbiamo acqua a sufficienza e
anche se siamo tenaci potremmo essere
costretti a ripiegare”
-“Cosa proponi?” sfiduciato
-“Scendiamo lasciando le corde fisse
e lo zaino qua in sosta, compriamo
altra acqua, ci rilassiamo al campo
e domani ripartiamo” La proposta è
accettata e comincio a calarmi collegando
le nostre corde da 60 metri. Ma la
sfortuna vuole che le corde non arrivino
al suolo per 50m. Mi invento un pendolo
sino ad un albero, sfrutto il tratto
di corda che mi resta e disarrampico
50m di IV sino a toccare terra. “Domani”
penso”sarà un bel casino con tutta
quell’acqua che dovremo portare”.
Lorenzo mi raggiunge e dopo un po’,
sempre in autostop, siamo di nuovo
al campo.
Un Passaggio
Al campo si era sparsa la notizia
del nostro tentativo al Nose e qualcuno
si avvicina per capire se eravamo
già saliti o se era successo qualcosa,
giochiamo e scherziamo sull’equivoco
e dopo un po’ due inglesi si avvicinano.
Bill e Cec (si legge come sex) sono
due cinquantenni con alle spalle esperienze
come la nord dell’Eiger e vie californiane
come Zodiac e la Salathè e ci chiedono
la cortesia di mettere le loro corde
sino dal punto più alto che abbiamo
raggiunto. Anche loro vogliono fare
il Nose ma preferirebbero evitare
di salire quei tiri sfruttando le
corde fisse, in cambio loro ci daranno
un passaggio in auto sino all’attacco
della via e ci presteranno una corda
per assicurarci nei 50m che abbiamo
dovuto disarrampicare. L’accordo è
presto fatto. “E se una cordata è
più lenta dell’altra?” chiediamo.
Bill allarga le braccia e dice semplicemente
“Diplomacy”.
Attacco! ovvero il Commando Internazionale
e le due prime notti
E’ pomeriggio. Come un commando
ci muoviamo veloci e decisi raggiungendo
in poco tempo la macchina di Bill
e Cec. Entriamo tutti e quattro e
partiamo, direzione El Capitan! Con
Lorenzo ne avevamo già parlato: in
vetta ad ogni costo! Non avevamo più
intenzione di tornare indietro e a
costo di impiegarci 10 giorni punteremo
verso la cima. Indietro non si torna!!
Portiamo con noi un telo di plastica
per dormire anche sotto la pioggia
e giacca e pantaloni impermeabili
per poter arrampicare anche sotto
un temporale..solo un incidente ci
potrà far tornare sulla nostra decisione.
L’auto viene lasciata presso la parete
e ci inoltriamo nel bosco, decisi.
Ci vestiamo e comincio a salire attrezzando
con una corda i 50m disarrampicati
il giorno precedente. Segue Lorenzo
e gli inglesi. Salgo con le jumar
e sostituisco le nostre corde con
le loro. In breve siamo alla sosta
del terzo tiro. La sosta è nel vuoto
ma il nostro zaino è ancora in parete,
lo rimpinziamo di tutto ciò che abbiamo
portato e con un altro tiro raggiungiamo
la Sickle ledge, “schifoso bivacco
per due”, dice la relazione..ma è
proprio qui che vogliamo passare questa
prima notte. Salutiamo gli inglesi,
che tornano al camping e partiranno
l’indomani standoci così ad un giorno
di distanza, attrezziamo i due tiri
successivi e, al buio, ci caliamo
e ci prepariamo per la notte. Il cielo
è stellato.
Luci brillanti in un cielo nero. Niente
vento. La serata è passata senza accorgercene.
La fatica e la concentrazione l’hanno
fatta scorrere velocemente, ed ora
sono qua, su questo ripiano largo
circa 60cm, con 200m di vuoto oltre
il bordo, sdraiato. Lorenzo sta ad
almeno un metro da me con i piedi
poggiati sul nostro saccone. Scherziamo,
ridiamo, l’umore è alto ma ben presto
prendiamo sonno.
Sveglia un’ora prima dell’alba, colazione
fredda e risalita delle corde fisse
con complesso recupero del saccone
che coi suoi 34kg ci dà qualche problemino.
Dopo due tiri va avanti Lorenzo.
Il programma del giorno è risalire
la Stoveleg Crack, una fessura lunga
4 tiri. Per raggiungerla bisogna fare
un pendolo. Così facciamo ma la fessura,
che nella relazione danno come abbastanza
facile nella sua parte iniziale, appare
ostica. Larga di media 5 cm sale verticale.
Và Lorenzo che passa subito all’artificiale.
La fessura si mantiene sempre con
una larghezza costante e può utilizzare
solo 4 friends che una volta posti
tutti, li sposta dal basso verso l’alto.
La progressione è snervante e solo
dopo 30m si accorge dell’errore. Con
un breve pendolo raggiunge la sosta
che sta più a sinistra e mi fa cenno
di raggiungerlo. Stressato per il
tiro appena fatto lo sostituisco e
vado avanti io stressandomi a mia
volta dopo un tiro di 45m. Dalla relazione
sembra che manchino 15m per arrivare
alla Dolt Tower, il ripiano per passare
la notte.
Come arriva Lorenzo, ancora snervato,
glielo dico: “Vai tranquillo, sono
solo 15m e siamo arrivati. Issiamo
il saccone e prepariamo tutto per
la notte” Un po’ perplesso Lorenzo
comincia a salire titubante e appena
supera un bordo che ci impedisce di
vedere lo sento gridare “Ma qui c’è
una fessura lunghissima!”. Guardo
di nuovo il disegno della relazione
“Vai Lorè, deve essere un’effetto
ottico..”. E così l’effetto ottico
diventa
un tiro di quasi 50m e si fa buio.
Quando Lorenzo mi urla di salire comincio
a recuperare tutto il più velocemente
possibile per raggiungerlo. Penso
al ripiano della Dolt Tower, al calduccio
del mio sacco a pelo, alla cenetta,
alla mia felpa che mi aspetta nello
zaino e.. invece trovo Lorenzo in
piedi su un microripiano triangolare
dove a malapena ci possono stare i
nostri 4 piedi. Da questo parte una
fessura fuori-misura, cioè di quelle
dove non puoi incastrare una mano
né la spalla perché troppo larga,
ma non abbastanza per salire con tecnica
di camino. Insomma con la pila continuo
io, rassegnato, utilizzando i magici
friendoni della Camelot. Mi incastro
nella fessura che diminuisce sempre
più di inclinazione sino a quando
non sento un’intensa puzza. Mi odoro
le mani “Lorè odore di piscio!” “Buon
segno!!” mi sento rispondere dal basso.
E’ vero, buon segno ed in breve sono
sulla cima della Dolt Tower. Fisso
una corda e urlo a Lorenzo di salire.
Vicino alla sosta stavano tre contenitori
da 4l lasciati. Avevamo sentito dire
più volte che le cordate in ritirata
abbandonavano l’acqua in eccesso nei
ripiani e questa poteva essere per
noi la ghiotta occasione di risparmiare
le nostre provviste. Sollevo il primo
contenitore, svito il tappo e ci porto
vicino il naso per sentire cosa contiene.
La puzza è fortissima e mi ritiro
col viso inorridito: urina, 4 litri
di urina!! Ma chi cazzo avrà avuto
un’idea così allucinante! Controllo
anche il secondo contenitore ma anche
in questo caso l’odore non mi convince
per niente, solo il terzo sembra contenga
acqua.
O almeno la ritengo acqua perché tale
sembra alla luce del mio frontale,
di avvicinare di nuovo il naso non
se ne parla proprio! Arrivato Lorenzo
e messo al corrente dei liquidi contenuti
prende coraggio e prova a bere il
liquido che sembra acqua. “E’ acqua”
dice con una smorfia che lascerebbe
comprendere il contrario “E’ acqua
ma ha un saporaccio…”
“Beh” continuo io “la si potrebbe
tagliare con quell’acqua frizzante
al limone che abbiamo portato, così
almeno diventa bevibile..”. E così
acquisiamo 4 litri di altro “oro”,
come lo chiamiamo noi a causa dell’arsura
che dobbiamo sopportare durante il
giorno.
Mettiamo un corrimano lungo tutta
la Dolt tower, dormiamo in due spiazzi
separati e dopo una sana cena fredda
a base di wrustel al sugo con fagioli
e un buon reidratatore salino ci tuffiamo
nei nostri sacchi a pelo. Ogni cosa
dal giubbotto al materassino, al sacco
a pelo viene accuratamente agganciata
al corrimano, guai a far cadere qualcosa
nel vuoto, potrebbe diventare un serio
problema!
i accorgo che qualcosa sta cambiando
dentro di me e nella maniera di pormi
verso la parete. Prima la mia idea
era quella di salire il più velocemente
possibile, ora invece tutto sta assumendo
l’aria di una maratona: questa è la
seconda notte che passo e l’ombra
cupa e minacciosa della parete ancora
copre un’ampia porzione di cielo.
Chissà domani cosa ci aspetterà. Ripasso
mentalmente i passaggi descritti nella
relazione, penso a chi ha aperto la
via, alle persone che ci sono salite.
Tutto questo la rende più affascinante
come se la parete avesse un corpo
roccioso
e un’anima data da tutte le vicende
che si sono alternate nel corso degli
anni, ogni cordata vivrà la propria
storia personale. L’ombra continua
ad essere minacciosa, ma dall’altra
parte della vallata vedo il monolito
della Cathedral Rock che mi appare
più basso, segno che oggi siamo saliti
di parecchi metri. Nella strada sottostante
le luci di una macchina che passa.
Che piccola.
pag.
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