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California- El Capitan

 

Un Assaggio

Dopo aver fatto autostop per l’ennesima volta ci avviciniamo a piedi alla base della parete. Poco sotto, a una ventina di metri da noi, un orso si allontana lentamente.Marco con Elly, la ranger E’ sera. Su pareti molto lunghe la logistica è importante: bisogna decidere e pianificare bene come avverrà la scalata. Molte cordate attrezzano con delle corde fisse, dopo averli arrampicati, i primi 4 tiri. Questi sono considerati i più difficili dell’intera via ma questo è un metodo che non ci piace da subito, per noi una volta che si attacca bisognerebbe proseguire senza scendere, inoltre è un’opportunità che non prendiamo neanche in considerazione visto che la lunghezza delle nostre due corde (60m) non ci permetterebbe di raggiungere il suolo. Partiamo così la sera. Il nostro programma prevede di attrezzare i primi 2 tiri di avvicinamento con le nostre corde, dormire in uno spiazzo la notte e partire l’indomani ancora al buio per issare il saccone e continuare lungo i famigerati 4 tiri. Dormiamo, un po’ titubanti ripensando all’orso di qualche ora prima.
La sveglia è al buio, una magra colazione, prepariamo lo zaino e Lorenzo comincia a salire lungo le corde fisse. Lo seguo col saccone che da questo momento in poi verrà issato ad ogni tiro o con un paranco o con la tecnica del contrappeso, in ogni caso elemento fondamentale dei due sistemi è il Gri-gri, questo ci permette non solo di issare ma anche di rilasciare corda nel caso il nostro bagaglio dovesse incastrarsi. SenzaLorenzo lungo il 1° tiro di avvicinamento grandi difficoltà ci portiamo all’attacco vero e proprio. I primi tiri sono molto difficili perché bisogna passare dall’artificiale all’arrampicata libera, in continuazione. Saliamo lentamente. La roccia è diversa da quella sulla quale arrampichiamo abitualmente, lo zaino è pesante e non abbiamo ancora quella scioltezza nelle manovre che ci permette di essere efficienti. In un tratto Lorenzo deve issarsi sulla staffa ma il nut che ha messo continua a voler uscire e non rimanere dentro, alla fine, con l’adrenalina che scorre, decide di premere col dito il nut spingendolo dentro la fessura e contemporaneamente di salire sulla staffa. Incontriamo il primo dei numerosi pendoli che ci aspettano e cominciamo a capire come far passare lo zaino anche in queste situazioni. Il secondo si porta appresso tutto il materiale alpinistico trasformandosi in un porta-materiali. Il caldo è mostruoso, non ho il termometro ma penso ci siano trenta gradi, e la fatica fisica che si fa ad ogni tiro ci fa scolare litri di acqua continuamente. Dopo tre tiri sono passate ben 6 ore, ci guardiamo in faccia e il primo a parlare sono io:
-“Lorè, così non arriveremo mai in cima, abbiamo sbagliato tutto..”
-“Hai ragione” mi risponde “siamo troppo lenti”
-“Questo non è un guaio” dico io “bisogna avere pazienza, la via è lunga, ma non abbiamo acqua a sufficienza e anche se siamo tenaci potremmo essere costretti a ripiegare”
-“Cosa proponi?” sfiduciato
-“Scendiamo lasciando le corde fisse e lo zaino qua in sosta, compriamo altra acqua, ci rilassiamo al campo e domani ripartiamo” La proposta è accettata e comincio a calarmi collegando le nostre corde da 60 metri. Ma la sfortuna vuole che le corde non arrivino al suolo per 50m. Mi invento un pendolo sino ad un albero, sfrutto il tratto di corda che mi resta e disarrampico 50m di IV sino a toccare terra. “Domani” penso”sarà un bel casino con tutta quell’acqua che dovremo portare”.
Lorenzo mi raggiunge e dopo un po’, sempre in autostop, siamo di nuovo al campo.

Un Passaggio
Marco lungo la Stoveleg crack
Al campo si era sparsa la notizia del nostro tentativo al Nose e qualcuno si avvicina per capire se eravamo già saliti o se era successo qualcosa, giochiamo e scherziamo sull’equivoco e dopo un po’ due inglesi si avvicinano. Bill e Cec (si legge come sex) sono due cinquantenni con alle spalle esperienze come la nord dell’Eiger e vie californiane come Zodiac e la Salathè e ci chiedono la cortesia di mettere le loro corde sino dal punto più alto che abbiamo raggiunto. Anche loro vogliono fare il Nose ma preferirebbero evitare di salire quei tiri sfruttando le corde fisse, in cambio loro ci daranno un passaggio in auto sino all’attacco della via e ci presteranno una corda per assicurarci nei 50m che abbiamo dovuto disarrampicare. L’accordo è presto fatto. “E se una cordata è più lenta dell’altra?” chiediamo. Bill allarga le braccia e dice semplicemente “Diplomacy”.

Attacco! ovvero il Commando Internazionale e le due prime notti

E’ pomeriggio. Come un commando ci muoviamo veloci e decisi raggiungendo in poco tempo la macchina di Bill e Cec. Entriamo tutti e quattro e partiamo, direzione El Capitan! Con Lorenzo ne avevamo già parlato: in vetta ad ogni costo! Non avevamo più intenzione di tornare indietro e a costo di impiegarci 10 giorni punteremo verso la cima. Indietro non si torna!! Portiamo con noi un telo di plastica per dormire anche sotto la pioggia e giacca e pantaloni impermeabili per poter arrampicare anche sotto un temporale..solo un incidente ci potrà far tornare sulla nostra decisione. L’auto viene lasciata presso la parete e ci inoltriamo nel bosco, decisi. Ci vestiamo e comincio a salire attrezzando con una corda i 50m disarrampicati il giorno precedente. Segue Lorenzo e gli inglesi. Salgo con le jumar e sostituisco le nostre corde con le loro. In breve siamo alla sosta del terzo tiro. La sosta è nel vuoto ma il nostro zaino è ancora in parete, lo rimpinziamo di tutto ciò che abbiamo portato e con un altro tiro raggiungiamo la Sickle ledge, “schifoso bivacco per due”, dice la relazione..ma è proprio qui che vogliamo passare questa prima notte. Salutiamo gli inglesi, che tornano al camping e partiranno l’indomani standoci così ad un giorno di distanza, attrezziamo i due tiri successivi e, al buio, ci caliamo e ci prepariamo per la notte. Il cielo è stellato.Lorenzo sulla Dolt Tower si prepara per passare la quarta notte in parete Luci brillanti in un cielo nero. Niente vento. La serata è passata senza accorgercene. La fatica e la concentrazione l’hanno fatta scorrere velocemente, ed ora sono qua, su questo ripiano largo circa 60cm, con 200m di vuoto oltre il bordo, sdraiato. Lorenzo sta ad almeno un metro da me con i piedi poggiati sul nostro saccone. Scherziamo, ridiamo, l’umore è alto ma ben presto prendiamo sonno.
Sveglia un’ora prima dell’alba, colazione fredda e risalita delle corde fisse con complesso recupero del saccone che coi suoi 34kg ci dà qualche problemino.
Dopo due tiri va avanti Lorenzo. Il programma del giorno è risalire la Stoveleg Crack, una fessura lunga 4 tiri. Per raggiungerla bisogna fare un pendolo. Così facciamo ma la fessura, che nella relazione danno come abbastanza facile nella sua parte iniziale, appare ostica. Larga di media 5 cm sale verticale. Và Lorenzo che passa subito all’artificiale. La fessura si mantiene sempre con una larghezza costante e può utilizzare solo 4 friends che una volta posti tutti, li sposta dal basso verso l’alto. La progressione è snervante e solo dopo 30m si accorge dell’errore. Con un breve pendolo raggiunge la sosta che sta più a sinistra e mi fa cenno di raggiungerlo. Stressato per il tiro appena fatto lo sostituisco e vado avanti io stressandomi a mia volta dopo un tiro di 45m. Dalla relazione sembra che manchino 15m per arrivare alla Dolt Tower, il ripiano per passare la notte.
Come arriva Lorenzo, ancora snervato, glielo dico: “Vai tranquillo, sono solo 15m e siamo arrivati. Issiamo il saccone e prepariamo tutto per la notte” Un po’ perplesso Lorenzo comincia a salire titubante e appena supera un bordo che ci impedisce di vedere lo sento gridare “Ma qui c’è una fessura lunghissima!”. Guardo di nuovo il disegno della relazione “Vai Lorè, deve essere un’effetto ottico..”. E così l’effetto ottico verso El Cap Tower, Lorenzo risale la fessura off-widthdiventa un tiro di quasi 50m e si fa buio. Quando Lorenzo mi urla di salire comincio a recuperare tutto il più velocemente possibile per raggiungerlo. Penso al ripiano della Dolt Tower, al calduccio del mio sacco a pelo, alla cenetta, alla mia felpa che mi aspetta nello zaino e.. invece trovo Lorenzo in piedi su un microripiano triangolare dove a malapena ci possono stare i nostri 4 piedi. Da questo parte una fessura fuori-misura, cioè di quelle dove non puoi incastrare una mano né la spalla perché troppo larga, ma non abbastanza per salire con tecnica di camino. Insomma con la pila continuo io, rassegnato, utilizzando i magici friendoni della Camelot. Mi incastro nella fessura che diminuisce sempre più di inclinazione sino a quando non sento un’intensa puzza. Mi odoro le mani “Lorè odore di piscio!” “Buon segno!!” mi sento rispondere dal basso. E’ vero, buon segno ed in breve sono sulla cima della Dolt Tower. Fisso una corda e urlo a Lorenzo di salire. Vicino alla sosta stavano tre contenitori da 4l lasciati. Avevamo sentito dire più volte che le cordate in ritirata abbandonavano l’acqua in eccesso nei ripiani e questa poteva essere per noi la ghiotta occasione di risparmiare le nostre provviste. Sollevo il primo contenitore, svito il tappo e ci porto vicino il naso per sentire cosa contiene. La puzza è fortissima e mi ritiro col viso inorridito: urina, 4 litri di urina!! Ma chi cazzo avrà avuto un’idea così allucinante! Controllo anche il secondo contenitore ma anche in questo caso l’odore non mi convince per niente, solo il terzo sembra contenga acqua.Lorenzo sulla Dolt Tower mentre osserva le mie manovre su corda O almeno la ritengo acqua perché tale sembra alla luce del mio frontale, di avvicinare di nuovo il naso non se ne parla proprio! Arrivato Lorenzo e messo al corrente dei liquidi contenuti prende coraggio e prova a bere il liquido che sembra acqua. “E’ acqua” dice con una smorfia che lascerebbe comprendere il contrario “E’ acqua ma ha un saporaccio…”
“Beh” continuo io “la si potrebbe tagliare con quell’acqua frizzante al limone che abbiamo portato, così almeno diventa bevibile..”. E così acquisiamo 4 litri di altro “oro”, come lo chiamiamo noi a causa dell’arsura che dobbiamo sopportare durante il giorno.
Mettiamo un corrimano lungo tutta la Dolt tower, dormiamo in due spiazzi separati e dopo una sana cena fredda a base di wrustel al sugo con fagioli e un buon reidratatore salino ci tuffiamo nei nostri sacchi a pelo. Ogni cosa dal giubbotto al materassino, al sacco a pelo viene accuratamente agganciata al corrimano, guai a far cadere qualcosa nel vuoto, potrebbe diventare un serio problema!
i accorgo che qualcosa sta cambiando dentro di me e nella maniera di pormi verso la parete. Prima la mia idea era quella di salire il più velocemente possibile, ora invece tutto sta assumendo l’aria di una maratona: questa è la seconda notte che passo e l’ombra cupa e minacciosa della parete ancora copre un’ampia porzione di cielo. Chissà domani cosa ci aspetterà. Ripasso mentalmente i passaggi descritti nella relazione, penso a chi ha aperto la via, alle persone che ci sono salite. Tutto questo la rende più affascinante come se la parete avesse un corpo roccioso e un’anima data da tutte le vicende che si sono alternate nel corso degli anni, ogni cordata vivrà la propria storia personale. L’ombra continua ad essere minacciosa, ma dall’altra parte della vallata vedo il monolito della Cathedral Rock che mi appare più basso, segno che oggi siamo saliti di parecchi metri. Nella strada sottostante le luci di una macchina che passa. Che piccola.



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