Climbing Areas
METEO
SC STAFF
SardiniaPoint
Case vacanze
 


(1996)

DALL'ARRAMPICATA SPORTIVA ALL'ALPINISMO.

una proposta di classificazione degli itinerari di montagna e qualche regola per garantirci un futuro di Maurizio Oviglia Pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 191, Agosto 1996

Chiunque tra voi frequenti o abbia frequentato le falesie di arrampicata si sarà accorto come l'arrampicata sportiva, grazie alla prerogativa di aver eliminato quasi completamente il rischio, abbia attirato moltissimi praticanti. Se alcuni di questi sono alpinisti che più o meno si riconoscono in questa nuova attività e la praticano con piacere tra una salita in montagna e l'altra, moltissimi sono invece quelli che si sono avvicinati alla roccia per la prima volta proprio grazie all'arrampicata sportiva. Una fetta non trascurabile di questi, poi, ha addirittura iniziato ad arrampicare nelle palestre indoor, con corsi di arrampicata che iniziano dalla ginnastica per poi arrivare alle falesie, dove gli stessi principianti hanno iniziato a salire direttamente dal VII grado, o 6a che dir si voglia... Non desidero però in questa sede valutare se questa sia una metodologia giusta ed efficace per imparare ad arrampicare; sta di fatto che, tutti quelli che hanno iniziato almeno 10 anni fa, possono osservare senza alcun dubbio come il modo di apprendimento sia radicalmente cambiato. Non esiste più, per esempio, il lungo apprendistato da secondo di cordata, sono state totalmente abbandonate le vie sotto il VI grado ed in placca, che consentivano a mio giudizio un migliore apprendimento motorio ed un graduale inserimento in quello che era il mondo dell'arrampicata e della montagna. Ma si può osservare che la grossa differenza rispetto a 10 anni fa nei principianti di oggi è la totale mancanza di un background culturale: non è più la curiosità per una disciplina che si basa su concreti presupposti filosofici a far avvicinare all'arrampicata e all'alpinismo ma piuttosto il suo aspetto meramente fisico, se non addirittura quello spettacolare (vedi spot televisivi). Ne consegue che i nuovi arrampicatori, e gli arrampicatori sportivi in generale, non sentono più l'esigenza di trovare una risposta al loro andar per rocce, non leggono e non sono pertanto a conoscenza di tutta la storia e la letteratura di cui è in parte f Altra differenza fondamentale ma più sfumata è quella della lunghezza delle pareti su cui si arrampica: con la consacrazione del "monotiro" come punto di riferimento e di definizione dell'arrampicata sportiva, è venuto meno l'interesse per le grandi pareti, lasciate volentieri al regno dell'alpinista o del free-climber (ma, dopo l'avvento dell'arrampicata sportiva, esiste ancora una differenza tra queste due figure?). Tuttavia non è tutto così chiaro come sembra e le cose stanno in parte mutando dall'avvento dello spit in montagna che ha riversato orde di arrampicatori sui ghiacciai con risultati più o meno scioccanti per la montagna e per gli arrampicatori stessi. E' questo uno dei temi più dibattuti in questo buio periodo di transizione della storia dell'arrampicata e se è vero che tutti, o quasi, hanno compreso le reali differenze tra l'arampicata sportiva e l'alpinismo, a livello pratico ci si prepara ad un grande rimescolamento di carte a cui forse non siamo sufficientemente preparati... Chi frequenta le falesie avrà notato il crescente interesse dei nuovi praticanti di cui prima si parlava per la montagna o in generale per le vie cosidette "lunghe": tutto ciò è normale e non è il caso di stupirsi più di tanto, come nessuno si scandalizza se uno sciatore di pista cominci l'attività fuoripista e poi quella sci-alpinistica. Essere incuriositi da quello che stà al di là della porta è una prerogativa tipicamente umana e non può meravigliarci se molti tra questi arrampicatori sportivi sentano l'esigenza di conoscere le grandi pareti e l'alpinismo. Il problema semmai nasce quando questi individui, generalmente digiuni di ogni conoscenza alpinistica, mettono effettivamente piede in montagna. Non sorretti da una effettiva motivazione ed da quel bagaglio di esperienze comune a tutti gli alpinisti, il loro impatto con l'alpe è spesso traumatico perchè non è graduale ma si svolge secondo gli stilemi propri della falesia. Tuttavia non si può nascondere ed ignorare questo fenomeno perchè fra breve esso assumerà vaste proporzioni, ed il crescente interesse per le vie lunghe interamente spittate ne è la prova. Molti illustri alpinisti e critici non sanno far altro che indignarsi se compare una placchetta sul Pilone Centrale, se vengono spittate le soste della Tofana di Rozes o se addirittura vengono scavate le prese sulla Meje: farebbero senz'altro meglio ad analizzare le cause che hanno portato a questi atti, più o meno dichiaratamente trasgressivi. L'eccessiva confusione che regna sovrana da qualche anno a questa parte e il voler per forza dire che gli alpinisti stanno da una parte e falesisti dall'altra ha in realtà costituito terreno fertile per questi atti "terroristici". In realtà sarebbe più opportuno affrontare serenamente il problema, partendo innanzitutto dal come si attrezzano gli itinerari e quindi eventualmente fissare delle tacite regole che salvaguardino la montagna e costituiscano, per chi lo desidera, un passaggio naturale oltrechè graduale tra l'arrampicata sportiva e l'alpinismo... Se qualche tempo fa era importante il dove si saliva un itinerario e se lo si faceva per primi oggi è più importante il come lo si attrezza: la mia proposta è di distinguere innanzitutto tra i vari tipi di vie e il terreno ideale su cui si svolgono, cosicchè siano le diverse tipologie di itinerari messi in scala a guidare l'arrampicatore sportivo che lo desideri all'alpinismo, facendo nascere in lui il desiderio di conoscere infine cosa sta dietro l'azione alpinistica e ritrovare evenualmene l'interesse per la cultura alpina a lui sconosciuto. In un secondo tempo, una volta stabilite le oggettive differenze, fissare delle regole sul cosa è meglio non fare, pena il degrado della montagna e l'esaurimento delle risorse future. Sul come si attrezza un itinerario di falesia è già stato detto molto; partendo dalla filosofia che il rischio deve essere il più possibile contenuto in ragione di una migliore prestazione fisica, i punti di assicurazione vengono infissi ogni 2 o 3 metri e devono essere il più possibile solidi e duraturi. E' stato in questo contesto utile che in passato si sia posto l'accento sulle differenze tra arrampicata e alpinismo, affinchè tutti capissero che era un controsenso attrezzare (attenzione, non salire) in falesia come su una grande via dolomitica. Alcuni personaggi come Manolo, nel bene e nel male, hanno fatto di questo controsenso uno strumento di affermazione: è chiaro che anche nelle falesie ognuno deve essere libero di salire come meglio crede, ma non si deve prescindere dal fatto che migliaia di persone si avvicinano a quelle rocce pensando di trovarvi sicurezza e non rischio della vita. E non ci si può nascondere dietro il fatto, quando capitano gli incidenti, che gli arrampicatori non sapevano a cosa andavano incontro: come si è detto la scarsa informazione è ormai una prerogativa di questa attività e, che lo si voglia o no, lo si deve prendere in considerazione quando si attrezza un itinerario di falesia. Al di là del monotiro esistono quindi le grandi pareti ed è qui che nasce la confusione: spit, nut chiodi normali, difficoltà obbligatoria... di solito le guide alpinistiche e le cronache fanno di questo un gran calderone che alimenta la grande confusione e non giova ai ripetitori! Possiamo innanzi tutto dire che al di là del monotiro, assume fondamentale importanza il come si attrezza una parete, se dall'alto o dal basso. E chiaro a tutti che in questo secondo caso è evidentemente importante la prestazione sportiva e l'impegno del capocordata dei primi salitori. Diversamente entra in gioco solo l'abilità di chiodatore, o se si vuole il senso "artistico" del tracciatore. Esistono infatti vie completamente spittate e attrezzate dall'alto anche su grandi pareti, proprio come tanti monotiri messi uno sopra l'altro. Presupponendo che su questi itinerari, proprio perchè attrezzati dall'alto, le distanze tra gli ancoraggi non superino mai i 3 metri (ma purtroppo questa chiarezza di vedute non è di tutti), è consigliabile che i falesisti scelgano proprio queste vie come primo approccio alle grandi pareti. L'impegno di una via lunga è (a parità di grado) molto superiore a quello del monotiro e un itinerario di questo tipo costituisce già un buon aperitivo alla montagna. Il falesista si troverà così per la prima volta a fare i conti con l'altezza e l'esposizione, con le tecniche di assicurazione e di calata, imparerà a cercare l'itinerario e a valutare le condizioni meterologiche, si informerà sugli accessi alla parete e su eventuali vie di ritirata... Tuttavia sarebbe opportuno che tali itinerari si limitassero alle grandi pareti tipiche dell'ambiente prealpino e del fondovalle, nonchè falesie e scogliere di ogni tipo (salvo ragionevoli eccezioni per cause ambientalistiche e non etiche), onde evitare di tappezzare le montagne di spit precludendo lo spazio ad altre forme di avventura che soprattutto in montagna hanno ragione d'essere; questa potrebbe essere una prima regola da rispettare tacitamente. Un gradino più su stanno le vie aperte dal basso: generalmente su questi itinerari il capocordata è costretto a rispettare le linee logiche di salita offerte dalla roccia: la chiodatura, anche se a spit, assume degli standard nettamente diversi da quelli della falesia. Limitando il discorso a quelle vie aperte dal basso e lasciate spittate, vediamo che un nuovo parametro diviene di fondamentale importanza nella descrizione dell'itinerario ancor più della difficoltà massima: la difficoltà obbligatoria. Il passaggio obbligatorio più difficile (quel passaggio che bisogna superare per forza in arrampicata libera, senza la possiblità di aiutarsi in artificiale), non indica solamente il livello richiesto dal ripetitore ma rappresenta la reale prestazione dell'apritore, che è stato costretto a superare quel passaggio, senza conoscere ciò a cui va incontro, prima di poter fermarsi a piazzare un'altra protezione. Per tale ragione, su questo tipo di itinerari, non si dovrebbe mai aggiungere successivamente altri punti di assicurazione rispetto a quelli usati dai primi salitori. Questa piccola regoletta ci permetterà di stabilire, anche tra molti anni, il reale valore alpinistico e sportivo di una via e dell'apritore che l'ha effettuata. Su questi itinerari diviene importante l'aspetto psicologico: per la prima volta il falesista si trova a fare i conti con distanze elevate tra gli spit e con la necessità di superare obbligatoriamente un certo grado distante dalla protezione. L'impegno di queste vie è chiaramente ancora maggiore alle precedenti, e costituisce un gradino in più nella lunga strada che porterà il nostro arrampicatore sportivo all'alpinismo. Attualmente è molto di moda attrezzare itinerari di questo tipo e, contrariamente a ciò che si pensa, è necessaria una grande preparazione fisica e atletica oltre che molta esperienza: sarà per questo che sono ancora pochi gli apritori abili col cliff-hanger in grado di superare un elevata difficoltà obbligatoria durante la prima salita... Alcune di queste vie si svolgono in alta montagna ma generalmente sempre su pareti di facile accesso: costituiscono in ogni caso un primo punto di contatto con l'ambiente alpino, diciamo una sorta di "biglietto open" per l'alpinismo. Nella nostra ipotetica scala, che ha ormai abbandonato gli itinerari aperti dall'alto, abbiamo poi le vie miste, nut & spit. Questo tipo di itinerari si basa sulla filosofia che ammette l'uso degli spit laddove non ci si possa assicurare diversamente (con nut e chiodi). Queste vie mantengono di fatto un aggancio con la tradizione alpnistica e presuppongono, da parte del ripetitore, una buona capacità nel piazzare le protezioni "naturali" quali dadi e friend. Il nostro "sportivo" è quindi già quasi un alpinista, egli deve saper anche individuare l'itinerario laddove non sono state lasciate protezioni fisse (fessure e diedri). Tuttavia il rischio rimane potenzialmente limitato a voli lunghi ma non pericolosi, permane la possibilità di scendere lungo l'itinerario in caso di ritirata e quindi la possibilità di arrampicare leggeri. Naturalmente anche qui occorrerebbe rispetto per le convinzioni dei primi salitori: aggiungere spit e chiodi nelle fessure equivarrebbe a distruggere il senso di tali itinerari, falsandone completamente il valore storico. Essi diverrebbero insomma nè carne nè pesce e, ben più grave, si aprirebbe la strada ad una sorta di anarchia molto pericolosa. Al di là di questa tipologia di vie rimangono solo gli itinerari in stile tradizionale, che non fanno uso di spit o che ne hanno limitato l'impiego solo ai passaggi chiave delle vie. Si è ormai decisamente in campo alpinistico dove il rischio è parte integrante della salita ma è augurabile che a questo punto, dopo questo lungo apprendistato, il nostro ripetitore ne sia pienamente cosciente. Egli avrà anche imparato a distinguere tra i vari tipi di vie e ad informarsi sul come esse sono state aperte in modo da non avere sorprese... Ci si augura naturalmente che le guide alpinistiche e le monografie di itinerari seguano il passo e vadano anch'esse in questo senso, affinchè finisca una volta per tutte l'epoca dei grandi bluff o degli scherzi di dubbio gusto. Ecco tracciata la liason tra arrampicata e alpinismo, il cammino ideale che un arrampicatore nato nelle falesie potrà percorrere senza traumi per divenire un alpinista arrampicatore. Può darsi che questo nuovo essere sia molto diverso dall'alpinista tradizionale, ebbene, bisogna essere pronti ad accettare i cambiamenti purchè essi siano fatti sulle basi della tradizione. L'alternativa dei compartimenti stagni non serve a progredire e, la storia lo dimostra, è destinata ad esaurirsi. E' necessario un confronto costruttivo tra arrampicatori sportivi ed alpinisti, valutando sì le differenze, ma stabilendo anche i possibili punti di contatto. Allo stesso tempo, se si riconosce la validità di queste differenzazioni, ci potrà essere maggiore chiarezza nelle cronache alpinistiche, evitare falsi exploit e, volendo rispettare queste poche regole enunciate, anche evitare inutili estremismi quali l'intaglio delle prese sulle pareti alpine. Le regole, si sa, non piacciono a nessuno ma se prese con la dovuta e misurata elasticità possono garantire un futuro per tutti...