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(1995)
Le
età della pietra di Sardegna Esplorazioni verticali delle grandi pareti
dell'isola: 1995, stato dell'arte
Pubblicato su Rivista della Montagna n. 179, Agosto 1995
Terra
di nessuno La Sardegna è un'isola in mezzo al Mediterraneo e le Alpi
sono lontane, a volte troppo perchè ci si ricordi come sono fatte. Tutte
le volte che si sente parlare di montagna i sardi non pensano alle Alpi,
alle Dolomiti...pensano ai boschi del Gennargentu, alle rocce del Supramonte,
alle scogliere di Baunei. Gli arrampicatori naturalmente non sfuggono
a questa idea e anche loro hanno trovato qui le loro montagne, così
simili eppure così profondamente diverse dalle piccole falesie dove
sono abituati ad arrampicare. Le "montagne" sarde esistono naturalmente
da sempre, sono nate prima ancora delle Alpi e delle Dolomiti, ma nessuno
ha mai pensato di arrampicarle, almeno fino ai primi anni '70. Per gli
alpinisti veri, quelli del nord, queste non sono vere montagne; per
gli arrampicatori sportivi di oggi non sono vere falesie e sembrano
lontane ed inafferrabili. Sono da sempre terra di nessuno, o meglio
terra di conquista per un manipolo di romantici che nel corso di questi
25 anni di storia si è avvicendato sulle loro rocce. Gente tanto strana
da confondere le scogliere con le montagne, persone in qualche modo
diverse dai comuni alpinisti, comunque abbastanza lontane dagli stereotipi
di casa loro. Certo, nonostante si trattasse spesso di cani sciolti
anche gli arrampicatori che hanno fatto la storia di queste rocce erano
e sono figli del loro tempo: anche qui sono passati i pionieri del Nuovo
Mattino e i loro giovani figli, anche qui sono sbarcati i trapanatori
folli con centinaia di placchette appese all'imbrago. Le rocce del Supramonte
portano ancora i segni delle martellate dei dolomitisti tradizionalisti
e le fessure non riescono ancora a liberarsi dei loro chiodi ritorti.
Rocce senza nome nè quota vengono scoperte solo oggi ma non passa giorno
che qualche "sassista" non gridi "ero già salito io! E senza usare nè
lasciar nulla...". Insomma questa Sardegna è stata conquistata da tutti
e da nessuno, tutti sono passati ma sembra ancora che ogni cosa sia
ancora da scoprire e da vivere come 25 anni fa. Oggi, 1995, sembra ritornare
l'interesse per le grandi pareti. Smaltita la sbornia per l'arrampicata
sportiva, sfociata ben presto nella competizione sintetico-sportiva,
i pochi superstiti si guardano intorno smarriti cercando nuovi spazi
e nuovi stimoli. I nut e i friend riescono dai cassetti, le corde si
allungano, il discensore sostituisce nuovamente il gri-gri. Ma mentre
i figli del sintetico cercano di imparare come si fa il barcaiolo e
come si evita alle corde di incastrarsi durante una doppia, mentre i
vecchi alpinisti rispolverano il cliff-hanger e cercano di piantare
uno spit stando in equilibrio su appigli microscopici, sulle pagine
delle riviste ci si interroga: si può usare lo spit in montagna? Ma
qual'è la montagna di cui parlate? "Parlano delle Alpi, vero?" mi chiese
allarmato un amico di Cagliari leggendo uno di quegli interventi...
Spit sì, ma come? Nel corso degli ultimi 20 anni sono avvenuti molti
cambiamenti nel campo dell'arrampicata: molta rilevanza è stata data
all'affermarsi dell'arrampicata sportiva e all'avvento della competizione,
meno attenzione è stata riservata ai mutamenti che sono avvenuti sulle
grandi pareti e ai nuovi metodi di apertura delle vie in montagna. _
innegabile che l'affermarsi del chiodo ad espansione (spit) come metodo
di protezione molto ha giocato sull'evoluzione (o involuzione) dell'arrampicata
sulle falesie. E se è evidente che sulle falesie lunghe un tiro di corda
lo spit ha permesso di raggiungere livelli fino a pochi anni fa impensabili,
altrettanto non si può dire per quanto riguarda le grandi pareti, la
montagna. Su questo terreno ancora si discute se sia lecito o meno l'utilizzo
del chiodo ad espansione, ancora regna molta confusione sul come vengono
aperte le vie e sul valore etico e sportivo da attribuire ad ogni itinerario.
Non è pertanto del tutto evidente che le vie che fanno uso di spit siano
"più difficili" di quelle aperte senza, tanto meno è chiaro se sia da
considerarsi "evoluzione" salire con o senza spit, dall'alto o dal basso,
facendo uso dell'artificiale o solo del cliff-hanger. Invece di cercare
di chiarire le diverse metodologie di apertura ed attribuire ad esse
un relativo valore e riconoscimento, si continua a discutere se usare
o no lo spit, con toni sovente demonizzatrici nei confronti del mezzo
come tale, arrivando anche a costruire fantasiose tesi ambientaliste
per dimostrarne la dannosità. In verità credo che siano molto più valide
le critiche che si basano su presupposti etici, punti di vista importanti
di cui bisogna tenere conto: di fatto lo spit diminuisce o può eliminare
del tutto l'elemento rischio dall'arrampicata, diminuisce anche l'incertezza
e permette di salire quasi ovunque. Tuttavia nel caso che si apra dal
basso non uccide "l'impossibile", perchè se non si ricorre all'artificiale
come progressione, ci si trova spesso di fronte all'incapacità di salire.
Certo, si potrà tentare e ritentare senza rischiare la vita, ma l'esito
della riuscita non è del tutto scontato... Fatte queste considerazioni
appare evidente che è importante il "come" e il "quanto" lo spit viene
usato ed è pertanto inutile continuare a dibattere su possibili divieti,
dato che oggi la quasi totalità degli apritori ne fa uso. Lo spit non
è un'invenzione di questi ultimi anni ma esisteva già ben prima degli
anni '70. Allora come oggi veniva utilizzato per salire tratti altrimenti
inchiodabili con i mezzi tradizionali e non fa molta differenza se negli
anni '60 quegli stessi tratti venivano saliti in artificiale e oggi
in libera. _ importante riconoscere che lo spit è un mezzo di protezione
largamente utilizzato che non si può mettere al bando solo per ragioni
etiche. Va accettato come tale ma va chiarito una volta per tutte in
che modo e in che misura è utilizzato. Anche se i demonizzatori dello
spit tendono a far credere che una volta che si ricorre ad esso non
fa differenza se lo si pianta stando comodamente appesi ad una corda,
sulle staffe, su un cliff-hanger o tenendosi ad un appiglio, chiunque
abbia avuto modo di aprire una via sa che le differenze esistono e possono
essere spesso notevoli... Queste differenze delimitano il valore etico
e sportivo di una via e costituiscono la base per valutare la possibile
evoluzione dell'arrampicata sulle grandi pareti. Sono, in poche parole,
più importanti di altri parametri come il livello tecnico, i tempi,
la lunghezza e l'altitudine. Un'isola diversa... Esiste un'isola zeppa
di falesie di calcare che ancora attendono di essere salite. Gli itinerari
classici sono pochi, quelli moderni quasi inesistenti: alcune pareti
hanno diedri, placche spigoli mai presi in considerazione da nessuno.
I pochi che sono arrivati ai piedi di queste pareti e hanno sentito
l'impulso di salirle lo hanno fatto secondo la propria voglia, le proprie
capacità, i propri mezzi. Ciò è molto bello perchè nelle altre regioni,
specialmente quelle alpine, si è sempre stati condizionati dal peso
della tradizione. Ci sono stati anni in cui si salivano queste pareti,
che sovente erano sperdute in selvagge codule ad ore di cammino dall'auto,
solo per il piacere di vivere una giornata diversa. Altri hanno sentito
lo stesso impulso di arrampicarle perchè volevano catalogare ed esplorare
zone ancora vergini e recondite. Oggi i tempi sono forse cambiati e
si cerca di salire vie che divengano un giorno famose ed apprezzate.
Spesso per questo si ricorre allo spit, ma non sono diminuite le ore
di fatica e le pareti non sono per questo più vicine. Forse è meno pericoloso
ma non è certamente più facile nè meno faticoso. Solo pochi anni fa
si pensava che utilizzare lo spit avrebbe portato una marea di gente
sulle grandi pareti del Supramonte ma così non è stato. Gli stessi autori
di vie tradizionali sono ritornati con il trapano per vedere se succedeva
qualcosa di diverso, ma niente è successo, le loro vie sono oggi quasi
irripetute come quelle di qualche anno prima. Allora un giorno anche
gli arrampicatori sportivi hanno pensato di provare a conquistare gli
stessi spazi calandosi dall'alto con il trapano a tracolla. Raggiunta
la sommità delle falesie si sono calati spittando dove la roccia era
più verticale ed impressionante. Ma il vuoto sotto li faceva trasalire
e la carica del trapano finiva sempre troppo presto. Occorreva molto
denaro per terminare di attrezzare e molto tempo a disposizione. Alcuni
itinerari sono oggi incompiuti... E già, quanti sarebbero stati disposti
a ripetere quella via in centro al Supramonte e su una scogliera sperduta?
Per chi tutta quella faticaccia e quella spesa? Ogni modo di realizzare
una via ha la propria filosofia ed è forse improprio parlare di metodi
moderni o tradizionali. Esistono semplicemente vari modi di arrampicare
una roccia mai salita e tutti sono validi e rispettabili, oggi come
ieri. Una via aperta senza l'uso degli spit è forse eticamente più pulita
ma non sempre più impegnativa e difficile di una che ne fa uso. Forse
quella via non conoscerà mai alcun ripetitore ma questo non è importante
perchè non per questo è stata realizzata. Al contrario le vie attrezzate
dall'alto sono come delle opere create per essere vendute ed apprezzate
da un vasto pubblico, sono come la musica leggera. Il loro valore è
diverso e non può essere paragonato a quello delle vie tradizionali.
Si sbaglia a mescolare il sacro con il profano e a voler a tutti costi
stabilire cosa sia giusto o sbagliato, quale sia l'evoluzione e quale
l'involuzione. Si sa che i migliori artisti sono stati quelli che hanno
saputo mescolare brillantemente e con gusto l'arte alta con quella bassa.
E pure in arrampicata è stato recentemente dimostrato che le due cose
possono essere mescolate, arrampicando cioè dal basso ma lasciando la
via interamente chiodata ed accessibile ad un vasto pubblico. Itinerari
diversi, più difficili o meno difficili, più pericolosi o del tutto
sicuri, più o meno "puliti. Vie semplicemente diverse. Ma perchè si
ha paura di questa diversità? Perchè si vuole a tutti costi che le cose
siano fatte in una sola maniera? C'è un modo per comprendere meglio
tutto ciò nello spazio di una piccola vacanza: basta un biglietto per
la Sardegna. _ forse l'unico modo per lasciarsi alle spalle i condizionamenti
e cercare di divertirsi in santa pace secondo le proprie possibilità,
per esprimersi in libertà come si desidera senza provocare un vespaio
di polemiche. Ma avvicinarsi al continente Sardegna per arrampicare
sulle sue "montagne" non vuol dire scegliere un certo tipo di itinerari
e disprezzare gli altri bollandoli come poco interessanti. Vuol dire
cercare di capire la filosofia che ha animato i tracciatori, apprezzarne
lo stile e le capacità, al di là del metodo di apertura scelto, delle
difficoltà o del numero degli spit utilizzati. Solo allora ci si ricorderà
che si arrampica in uno dei luoghi più belli e selvaggi d'Europa e che
ci si sta divertendo. Non è poi così importante allora se sotto le scarpette
abbiamo un nut o un solido spit... La Sardegna dell'epoca d'oro I primi
ad accorgersi delle potenzialità della Sardegna furono gli arrampicatori
continentali. All'inizio degli anni '70 un gruppo di finanzieri di Predazzo,
approfittando di un soggiorno nella zona di Oliena, si rese presto conto
delle enormi possibilità della zona. Le prime vie aperte furono logicamente
sulle montagne più appariscenti, quelle che presentavano le pareti più
alte. Proprio sopra Oliena la Punta Cusidore sfoggiava la sua parete
settentrionale lunga sino a 600 metri. Poco più in là anche il Monte
Oddeu fu preso in considerazione, con il suo versante orientale. Alessandro
Partel e amici tracciarono molte vie ma le più famose, ancora oggi discretamente
ripetute, rimangono quelle della Punta Cusidore. Lo spigolo NW è una
classica di 17 tiri che non supera mai il V+, forse la via lunga più
abbordabile dell'intera isola. Ma anche sul Monte Oddeu, parete che
rivivrà oltre 20 anni dopo, Partel tracciò una piccola perla: la Via
Dario Cinus (VI/A0, 6b+ in libera) si insinua tra gli strapiombi con
percorso elegante e ardito. Nel 1980 l'isola fu oggetto di ripetute
visite da parte di alcuni tra i più forti arrampicatori italiani del
momento. Uniti da Alessandro Gogna, deciso ad esplorare ogni angolo
ancora selvaggio dell'isola, si fecero avanti Maurizio Zanolla (Manolo),
Marco Bernardi, Gabriele Beuchod, Guido Azzalea. Insieme firmarono uno
dei periodi più grandi della storia dell'arrampicata italiana, a torto
trascurato dalle cronache. Sulle rocce della Sardegna fu spesso raggiunto
il limite delle difficoltà del momento, considerando che si saliva con
metodi tradizionali e senza spit, talvolta senza friend. Tra le più
grandi performances spiccano la prima salita dell'Aguglia di Goloritzè
(Sinfonia dei Mulini a Vento, 6b) e della Coda dell'Angelo (6c/A2 o
7a in libera) al Monte Oddeu da parte di Gogna e Manolo. Ma soprattutto
Bernardi si distinse per la salita di Sintomi Primordiali (6c) al Monte
Ginnircu e Spalle al Muro (6c) al Bruncu Nieddu. Importanti per la loro
lunghezza furono inoltre le ascensioni del Pilastro Comino a Gorroppu
(Bernardi/Gobetti,500 m, 6a), della Via del Carasau alla Punta Giradili
(Bernardi/Persico,450 m, 6a/A3) e del Lamento della Civetta al Cusidore
(Gogna/Beuchod/ Azzalea, 700 m, 6b). Dopo tali e tanti exploit ci fu
un black-out per qualche anno, sino alla metà degli anni '80 quando
un gruppo di bolognesi facenti capo a Lorenzo Nadali, Mauro Zanichelli,
Gimmy De Col e Mirco Giorgi si incaricò di portare avanti il discorso
lasciato aperto da Gogna e amici. Il loro terreno d'azione fu il Supramonte
di Baunei, le loro vie più importanti portate a termine in stile tradizionale
e senza spit furono Buon Anno Simpatia sull'Aguglia (Nadali, Scaglioni,150
m, 6c+) e Astrophytum (Nadali, De Col,250 m, 6b) in Codula di Luna.
Ma proprio quando l'epoca d'oro delle esplorazioni sembrava esaurirsi
ecco che ancora qualcuno si prendeva l'onere di continuare il discorso
dei padri: Marcello Cominetti apre due grandi itinerari sulla scogliera
di Capo Monte Santo (400m, sino al 6c+/A3), probabilmente i più impegnativi
della Sardegna; Maurizio Oviglia traccia anch'egli, negli anni '90,
alcune vie in stile tradizionale come Mani Pulite al Cusidore (Oviglia,
Dessì,350 m, 6b), Cacciatori di Fantasia al Bruncu Nieddu (Oviglia/Svaluto
Moreolo, 250 m, 6a), I Fantasmi del Passato alla Punta Jacu Ruju (Oviglia/Vacca,
250 m, 6b). L'arrampicata sportiva sulle grandi pareti I primi ad aprire
vie sulle grandi falesie con i criteri dell'arrampicata sportiva, ovvero
calandosi dall'alto e utilizzando sistematicamente gli spit furono gli
stessi bolognesi di cui si parlava prima. Con Itu Damagomi (1986,7a,
150 m) all'Aguglia e Spleen (1985, 7a+, 150 m) al Ginnircu, il team
emiliano firmò due capolavori indiscussi di questo genere. Anche Gerry
Fornaro ricorse a questo metodo per la sua Trans Surtana Express (1986,
6c,120 m) e pure Eugenio Pesci con lo Spigolo Turchese all'Aguglia (1987,
6c+, 140 m). In tempi più recenti vanno ricordate Un Piede in Paradiso
al Ginnircu (1991, 7a+,120 m) e Sole Incantatore all'Aguglia (1995,6c,130
m) di Maurizio Oviglia e Superpibiri al Cusidore (1994, 6c, 120 m) e
Metafisica della Qualità a Masua (1992, 6b+, 100 m) da parte di Enzo
Lecis. La new wawe e le prospettive per il futuro Ma gli sviluppi più
interessanti degli ultimi tempi nacquero dalla coniugazione della tecnica
di salita dal basso in stile tradizionale con l'utilizzo dello spit.
Fin dal 1987 il gruppo dei bolognesi sperimentò in Codula di Luna i
primi rudimenti di una tecnica di apertura che sarebbe poi divenuta
molto seguita negli anni seguenti. Gli spit sulle vie della Codula (castello
della Quinta Ansa) erano in verità pochissimi e posti senza utilizzare
il trapano, ma il concetto già c'era e sarebbe stato ripreso da lì a
poco da Maurizio Oviglia che tracciò una via alla Punta Cusidore destinata
ad aprire la strada a questo nuovo stile. La Forza del Destino (1988,
7a+, 170 m) fu la prima via ad essere aperta dal basso utilizzando il
trapano ma soprattutto fu la prima a rimanere pressochè interamente
chiodata, ripetibile con l'ausilio di nut e friend. In seguito la visita
dei fratelli Remy fruttò altri itinerari aperti con questa tecnica,
come la Via dell'Amicizia al Cusidore (1989, 6b, 450 m) e Porc et Pique
(1989, 7a, 120 m) a Surtana. Sulla falsariga dei fratelli Remy, Oviglia
realizzò poi al Cusidore Cuore di Pietra (1992, 7a, 350 m) e Per Forza
o Per Amore (1993,6b+,300 m), itinerari ibridi che necessitano sempre
dell'integrazione del materiale esistente con nut e friend. Ma in seguito
Oviglia affinò ulteriormente questa tecnica importando dai chiodatori
alpini alcune importanti variazioni. Escludendo a priori la progressione
artificiale in fase di apertura e lasciando la via interamente spittata
con passaggi obbligatori tra uno spit e l'altro nacquero alcuni begli
itineari in zone fino ad allora rimaste vergini. Tra essi vanno ricordati
i più audaci come Vivere di Sogni all'Oddeu (6c obbl., 6c+ max, 1994),
Personal Mountain (6c obbl., 6c+ max, 1992) e Biglietto per Wenden (6c+
obbl., 7b+ max, 1994) a Gutturu Pala.
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