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(1993)
Intervista a Maurizio Oviglia, Pubblicata sulla
rivista Punto Rosso di Oliviero Toso
Il 1983 di Maurizio Oviglia com'è
ricordato oggi, dopo un decennio a rincorrere le rocce?
Il 1983 è un anno che ricordo con piacere,
è stato senza dubbio il periodo in cui ho raggiunto la mia maturità
alpinistica, anche se non quello in cui ho compiuto le mie salite più
difficili. E' stato un anno travagliato in cui la crisi esistenziale
(allora avevo 20 anni) mi ha spinto a rischiare di più in montagna,
salendo cascate di ghiaccio e compiendo vie di montagna in solitaria
integrale. Erano tempi in cui il rischio era parte integrante del gioco
e non ci si chiedeva neanche se valesse la pena di giocare d'azzardo
in quella maniera. Se poi il tutto, come nel mio caso, era ulteriormente
motivato da difficoltà di inserimento sociale ed affettivo nel lavoro
e nella società in generale, ecco che l'azione in montagna diventava
non solo una valvola di sfogo, ma anche l'occasione di dimostrare a
se stessi di contare come individuo_ Tutto ciò raggiunse forse l'apice
nell'estate 1983 quando sulla parete Nord delle Courtes fui sorpreso
da una gigantesca scarica di pietre e mi salvai per miracolo correndo
all'impazzata sui pendii di ghiaccio a 55 gradi e con le solitarie in
Piantonetto dove addirittura percorrevo tratti di artificiale di A2
in A0 e slegato, cose che oggi fanno accapponare la pelle! Sul Becco
della Tribolazione fui sorpreso da una improvvisa nevicata senza neanche
la corda per scendere e dovetti proseguire in scarpette verso la cima
senza potermi permettere il minimo errore. Allora la coerenza impediva
di fare troppa pubblicità a queste salite e quindi non ne diedi nemmeno
notizia. Ma nonostante questo non ho rimpianti e neanche nostalgia,
amo ogni periodo della mia vita per ciò che mi ha dato e per le prospettive
che mi ha aperto nel futuro. Nel 1983 ho aperto le mie prime vie, cosa
che in futuro diverrà la mia passione.
L'esperienza personale a cavallo
tra il Piemonte e la Sardegna; quando é nata e come si è sviluppata?
Come ormai tutti sanno, in Sardegna vi
sono approdato per puro caso, dato che vi fui destinato dal servizio
militare. Intorno al 1985 e 1986 la mia attività si divise tra Piemonte
e Sardegna, vie nuove di arrampicata in Sardegna, vie nuove su granito
ed alpinismo in Piemonte. Agli inizi non sapevo ancora che la mia futura
residenza sarebbe stata la Sardegna e non avevo ancora ben chiaro di
che fare della mia vita. Passata la crisi esistenziale mi rivolgevo
al futuro come tutti gli alpinisti della mia età di quel periodo, cioè
cercando di trovare il modo di vivere in montagna. A tal proposito feci
un corso per passare in Finanza e divenire poi guida ma non passai perchè
in soprannumero. Questo fu forse fondamentale per le mie scelte future
,come lo fu la mia relazione affettiva con Cecilia, tanto che nel giugno
1986 decisi di trasferirmi a Cagliari a tempo indeterminato. A parte
questo però nella mia formazione di falesista influì certamente un incidente
che ebbi nel 1983 in cui riportai diverse fratture ed ustioni ad una
mano. Il non totale recupero dell'uso delle dita mi convinse che il
futuro di falesista era per me compromesso e non mi restava che fare
l'alpinista. Erano gli anni in cui la gente del mio ambiente, i vari
Bernardi, Gallo, Massari, salivano le prime vie veramente dure per quei
tempi. Io mi muovevo sul 6a/6b e i miei guai alle mani mi fecero per
così dire perdere il treno! Mentre gli altri andavano a Finale io andavo
in Valle dell'Orco o nel Bianco e quando mi accorsi che i miei handicap
non erano poi così determinanti ero in ritardo di due gradi sul gruppetto
di testa, gap che a quei tempi pareva incolmabile, soprattutto per uno
come me che non voleva saperne di allenarsi_
Qual'è stata la prima via di una
certa importanza, che ha un po' rappresentato il punto d riferimento
dei primi tempi in Sardegna? Caratteristiche, stile di arrampicata,
aneddoti.
Quando mi trasferii in Sardegna l'isola
mi appariva come un immenso terreno di azione, una grande tela bianca.
Gli arrampicatori locali mi vedevano come un fuoriclasse, dato che allora
nessuno di loro superava il VI grado (1985), per il solo motivo che
salivo passaggi di 6a/6b in placca. Nel 1986 però qualcosa cambiò e
il superamento del 7a di Pulcinastro a Foresto in Piemonte mi diede
un considerevole input verso l'arrampicata sportiva e la ricerca della
difficoltà. In Sardegna di "materia" ne avevo a sufficienza ma mi scontravo
sempre con la mancanza di confronto con gli altri e con il fatto di
provare sempre vie da liberare e chiodate da me. Inevitabilmente Dolce
Insofferenza a Punta Pilocca, che doveva essere il mio primo 7b, è oggi
un 7a; la mancanza di certezze sarà sempre il filo conduttore della
mia attività di falesista. Paradossalmente però, con pochi 7a e un 7a+
all'attivo, nel 1987 raggiungevo la catena di Luna , 7b+; ancora una
volta erano le pareti di casa del Piemonte a sancire un deciso miglioramento.
Nei miei primi anni di Sardegna arrampicavo sovente a Punta Pilocca
e lì sono state le mie prime vie dure. Non sono state però dei punti
di riferimento per gli altri perchè in quel periodo, era il 1988, era
troppo il divario con i miei colleghi sardi. Si trattava di vie su muro
leggermente strapiombante, decisamente di dita e con un po' di continuità,
poca almeno per come la si intende oggi! Tra queste vie ha rappresentato
senza dubbio una tappa la salita (e naturalmente prima libera) di Culture
Club una via con un Boulder morfologico e una continuità fatta di laterali
e bloccaggi coi piedi di esterno su piccole tacchette. Mi ci vollero
17 giorni di tentativi per venirne a capo e per giunta in Luglio! I
tentativi iniziavano alle sette di sera e terminavano alle 21 e 30.
Per quanto ne so oggi la via è stata ripetuta solo due volte, dal tedesco
Fickert e dal sardo Piras e penso che possa essere gradata tra il 7c
e il 7c+, anche se allora la valutai 7b+.
Quando sono iniziate le prime esperienze
con gli allenamenti e come si è evoluto questo discorso?
Ho sempre avuto un rapporto conflittuale
con la sbarra e la tavola delle trazioni. Nel 1988 per superare Seven
Up, una via particolarmente di dita, feci cinque sedute di tavola e
poi più nulla, arrivando all'8a e all'8a+ con non più di 7 o 8 trazioni
consecutive alla sbarra. Oggi però mi accorgo di avere grossi handicap
sulle vie di strapiombo e sono entrato nell'ottica di fare un po' di
allenamento, anche se era stimolante raggiungere certi risultati senza
allenamenti a secco. Mi ero reso conto di essere diventato così diverso
dagli altri che avevo ormai grossi problemi di valutazione delle mie
vie, per esempio quando una grossa presa spezzava la continuità e dove
io non riuscivo a riposarmi. Le vie più dure che ho realizzato rimangono
infatti quelle senza punti di riposo e su roccia verticale.
E la tua montagna?
E' rimasta sicuramente inibita dal tuo trsferimento ma fino a che punto
e con quali compromessi.
E si, la montagna è rimasta un po' a malincuore
nel cassetto, per ovvie ragioni logistiche. Tuttavia nelle ferie ritorno
con rinnovato amore all'Alpe, dove salgo volentieri le vie dell'ultima
generazione a spit e nut , e non senza un po' di panico, dovuto al poco
allenamento psicologico. Ciò non mi ha impedito grosse soddisfazioni
come la salita a vista di Tabou (7a) alla Chandelle du Tacul o di EmpireState
Building (7b) che ho fallito veramente per un soffio, troppa emozione
nell'acchiappare il terrazzino della sosta! Sono comunque soddisfatto
quando riesco ancora a superare fessure di 6c proteggendomi interamente;
dopo anni di calcare e spit, per le mie possibilità non è poi così male_
Col trascorrere degli anni sono
cambiate molte cose; il numero delle falesie che hai chiodato, le difficoltà
che salivi, gli stili di arrampicata indirizzati oltre la verticale_
Quale è stata la nuova tappa dalla quale si è poi sviluppata la storia
di oggi, quale la via (o vie) che per te ha rappresentato qualcosa di
importante? Caratteristiche, conformazione morfologica
Certamente la mia carriera di falesista
non è nulla di esaltante ed in ogni caso niente di diverso da quella
di tanti perfetti ed onesti sconosciuti eppure bravissimi. Io credo
che se c'è qualcosa per cui si debba parlare di me è del come ho impostato
la valorizzazione delle falesie della Sardegna. Ai tempi in cui io ho
chiodato le prime falesie ben pochi in Italia avevano chiaro il modo
in cui si attrezza una via sicura sotto tutti i punti di vista e, soprattutto,
pochissimi erano disposti a lasciare da parte il rischio ed il provincialismo
di cui ancora oggi è intriso il nostro ambiente arrampicata. Io sono
stato uno dei primi ad essere ricordato per le vie ben attrezzate e
per l'averlo fatto senza alcuna sovvenzione, piuttosto che per la distanza
tra gli ancoraggi, per i gradi compressi o peggio per le falesie "segrete".
Ho valorizzato le falesie di arrampicata sportiva della Sardegna come
hanno fatto i francesi per la loro Provenza e il mio lavoro è qui, sotto
gli occhi di quanti vogliano verificare; sulle mie vie non vi sono 6a
compressi , i quinti gradi sono attrezzati per i principianti e sono
uguali in tutto e per tutto a quelli che potete trovare a Briançon.
Le vie da liberare sono aperte a chiunque e su di esse non vi sono buchi
scavati, nel massimo rispetto della roccia e dell'ambiente. Ciò si può
dire solo per pochissime località d'Italia. Per quanto riguarda il mio
progresso di arrampicatore, esso si è svolto parallelamente all'attività
di chiodatura di intere falesie. Ho sempre avuto una forza irresistibile
che mi ha spinto a chiodare e subito dopo a cercare di realizzare i
tiri appena aperti che mi sono ritrovato con una quantità enorme di
vie sopra il 7a realizzate ma ben poco tempo dedicato a provare i tiri
durissimi, anche perchè per me il problema era triplice: trovarli, chiodarli
e risolverli senza alcun aiuto! Ciò nonostante, nel 1992 ho risolto
una via che per me credo sia stata la più impegnativa in assoluto.
Come si era evoluto l tua allenamento
nel frattempo? Avevi fatto qualcosa di particolare per superarla?
Per salire Master Mind le cose andarono
come per tutte le altre vie che ho chiodato, solo che all'inizio riuscivo
a fare a malapena i movimenti e la via era lunga 30 metri dei quali
gli ultimi 10 erano veramente complessi. Fui incoraggiato a intraprendere
la lotta da un mio caro compagno di arrampicata, Simone, che mi disse
che secondo lui, in capo a 10 giorni di tentativi ce l'avrei fatta.
Mi sembrava impossibile ma puntualmente il pronostico si avverò. Quelle
quattro settimane di prove furono veramente stressanti, dovetti perdere
qualche chilo e pagare la mancanza di allenamento a secco con decine
di tentativi nei quali cadevo sempre qualche cm più su. Alla fine della
fatica non c'era nemmeno un grado certo ma solo un probabile 8a+, da
confermare chissà quando! Ancora oggi non sono riuscito ancora a sapere
se quei movimenti stranissimi che ho fatto sono veramente necessari
o semplicemente astuzie escogitate per ovviare alla mia cronica mancanza
di forza. Al di là di questo è rimasto un po' d'amaro i bocca di una
via voluta solo per la sua difficoltà e non per la bellezza della sua
linea. Credo che questo sia un discorso molto attuale: c'è ancora un
senso a provare una via per giorni solo perché ha davanti un 8? Non
è meglio salire nel frattempo venti 7b dalla linea accattivante e magari
in falesie diverse e lontane da casa? Questa domanda la pongo naturalmente
a tutti i climber dilettanti come me.
A te si deve la ri-scoperta verticale
della Sardegna; ma cosa ti porti dentro, Maurizio? Sei soddisfatto di
questa tua nuova dimensione o vorresti fare ancora qualcosa di diverso
per continuare questa tua esaltante avventura?
Sono soddisfatto della mia dimensione attuale
ma in ogni momento colgo stimoli per cose nuove. Il mio futuro è un
libro aperto che non so cosa mi riservi: nuove falesie in Sardegna,
vie lunghe di alta difficoltà in Supramonte o la ri-scoperta dell'alpinismo
con salite sui contrafforti del Baltoro? Sono tutte cose che mi attirano
molto e che mi piacerebbe fare, ma preferisco non desiderarle e poter
scoprire ed innamorarmi delle cose all'improvviso, come è avvenuto per
le rocce piemontesi, per quelle francesi ed infine quelle sarde_
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