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(1993)
Lettera
sulle prese scavate
pubblicata
da Punto Rosso, 1993 Caro Alp e Punto Rosso,
leggendo
le vostre cronache delle falesie che ogni numero puntualmente redigete,
mi rimane sempre un po' di sconforto nel constatare che spesso avvallate
la convinzione più o meno generale che la pratica dell'intaglio delle
prese sulla roccia naturale sia un problema ormai superato. In poche
parole pare di capire che ormai tutti hanno preso atto che questa è
la tendenza e che, giusto o sbagliato che sia, il "progresso" non si
possa fermare... In passato ho letto con molto piacere l'articolo di
Andrea Gallo (forse il primo in Italia a denunciare il fatto) "Le prese
in giro" (Alp n. 20) e altri analoghi sulle riviste straniere: oggi
mi sconforta leggere che Andrea prende atto addirittura di essere un
matusalemme perchè non sa rinunciare alla convinzione che il gioco di
trovare i movimenti su una sequenza di appigli imposta dalla roccia,
sia in qualche modo più edificante che non quello di crearli ad hoc
per il nuovo mutante di turno! Le mie prese di posizione contro la pratica
dello scavare le prese sono ormai note: ho fatto ciò che potevo scrivendo
a Punto Rosso (Scalpellini, no grazie!) e dedicando a questo un capitolo
della mia guida Pietra di Luna. Peccato che tutti evitino con cura questo
spinoso discorso e che al più mi sia sentito rispondere: "...ma certo,
in Sardegna hai tanta di quella roccia! Che cosa ne puoi sapere delle
necessità nostre che ormai l'abbiamo esaurita?". Come dire che solo
gli africani si possono permettere di parlare di ecologia, tanto l'Europa
è già tutta rovinata! E intanto lo scempio continua e c'è chi addirittura
si giustifica sulle pagine di Alp con frasi del tipo: "...l'avvento
della sika poi toglie (alla parete o a chi?) ogni venatura di romanticismo",
oppure "si è cercato di rimanere in una direzione di ragionevole (?)
varietà prensile distribuendo... una certa varietà di appigli che prima
mancavano, come buchi per dita distese, cannette verticali, pietre incollate,
il festival del bricolage..." . Vorrei ricordare ai tracciatori di queste
mirabili sculture (lodevoli se non fossero monumenti naturali quali
le pareti di roccia) che in Francia, come riferito da un articolo di
Vertical (che chissà perchè non è stato tradotto sulle cronache italiane),
molte vie scavate in passato sono state ora ri-liberate senza l'utilizzo
di quelle prese. A questo punto, alla proposta dei "liberatori" di tappare
i buchi artificiali, si è levato un coro di no di coloro che avevano
anzitempo percorso la via e tremavano dalla paura di non riuscire a
rifarla! E' questo forse il destino delle nostre falesie? No, non riuscirò
mai a rassegnarmi all'idea che le pareti diventino come strutture indoor
dove poter fare e disfare tutto a nostro piacimento... Non sono mai
stato un estremista, e quando un appiglio si sta per staccare o rischia
di farlo lo solidifico con un po' di resina (se ci sono ragioni di supporre
che la via non si possa salire altrimenti). Allo stesso modo rispetto
l'orografia degli appigli che ci sono o c'erano al momento della chiodatura
di una via nuova, usando il martello e rare volte lo scalpello per arrotondare
quelli troppo delorosi o pericolosi per le dita. Ma trovo odiosi e senza
senso quei buchi scavati dalla punta del trapano per uno o due dita
e ogni altro genere di "bricolage" che stravolga senza rispetto la roccia.
Ed è oltremodo una questione di etica: anche tralasciando volutamente
le questioni dell'assassinio dell'impossibile (che ai giovani di oggi
pare una bestemmia), che valore c'è nel salire una via estrema costruita
per la propria morfologia? Dov'è andato a finire il rapporto del tuo
corpo con la roccia? Quando si traccia una via su una struttura di gara,
il tracciatore prova a salire e dice: qui manca una presa, là ce ne
vuole per forza un'altra...: è giusto che così diventi anche in falesia?
Sono domande a cui io ho già dato la mia risposta e rilancio la mia
convinzione che l'arrampicata di falesia debba staccarsi, in tutto e
per tutto, da quella sintetica, indoor o come caspita preferite chiamarla.
Le strutture artificiali stanno avendo successo in tutta Italia, la
gente si avvicina all'arrampicata con meno paura e più assiduità e,
constatate ormai da tutti le differenze sostanziali con l'arrampicata
sulla roccia naturale, qui si potranno formare i futuri "campioni" delle
competizioni. Chi sentenzia che ci sarà un ritorno alle falesie e quindi
nuovi campioni per la "nazionale" non ha capito ancora nulla! I campioni
dello sci di pista non vengono (l'eccezzione conferma la regola) dallo
sci-alpinismo perchè le due cose hanno in comune solo lo sci... E allora,
chi vuole fare della scultura faccia il corso di tracciatore e si diletti
con i muri artificiali! Se tra loro poi ci sarà anche qualcuno che ama
farlo all'aria aperta, potrebbe sempre prendere in considerazione manufatti
di ogni genere, come si è gia fatto in varie parti di Italia, ma la
roccia naturale non roviniamola irremidiabilmente! Fissiamo una buona
volta delle regole: non riesco a capire perchè tutti (o quasi) accettino
di non riposarsi o tirare sui chiodi e nessuno capisca che per garantirci
un futuro è meglio non scavare prese sulla roccia naturale, peggio che
mai in montagna! Grazie... Maurizio Oviglia (Cagliari)
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