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(1992)
Scalpellini,
no grazie! di Maurizio Oviglia
Pubblicato su Punto Rosso 1992
Negli ultimi
anni sono successe molte cose nel piccolo mondo dell'arrampicata: l'affermarsi
delle competizioni sulle pareti artificiali, l'interesse sempre maggiore
dei media verso la "nuova" arrampicata e la separazione definitiva di
quest'ultima dall'alpinismo non sono che alcuni tra i tanti piccoli
terremoti a cui abbiamo tutti assistito. Ma tutto questo non è stato
di certo indolore, sono emersi problemi fino a poco tempo fa inimmaginabili,
sono scoppiate polemiche su problematiche fino ad oggi trascurate. Che
l'arrampicata abbia e debba avere, oggi più che mai, delle "regole"
da seguirsi non è cosa nuova, fa parte del resto del concetto di "sportivo"
che con tanta fretta le si è voluto attribuire... Negli ultimi tempi
sono stati fatti molti sforzi per cercare di migliorare e mettere a
punto queste regole: molto è stato fatto, ad esempio, per migliorare
i criteri di valutazione degli atleti in competizione, fino a poco tempo
fa assai nebulosi; altrettanto non è stato però fatto per chiarire alcuni
problemi che si sono venuti a creare nelle falesie. Non trattandosi
di arrampicata agonistica, l'insieme di regole a cui si attengono "i
falesisti", potrebbe ad esempio chiamarsi "etica", come del resto si
è sempre definito il codice deontologico di ogni arrampicatore... Ma
prima di trattare di questo spinosissimo argomento, vorrei insistere
ancora sul come, negli ultimi tempi, l'arrampicata agonistica si stia
sempre più allontanando dalle falesie. Da terreno prediletto dei neo-atleti,
le pareti di roccia sono divenute oggi non di più che un piacevole diversivo
alle massacranti giornate di allenamento sulle prese sintetiche di garage
e cantine. Questo è vero, almeno per ora, per i sempre più numerosi
atleti agonisti, impegnati tra una coppa del mondo e una prova nazionale...
Di fatto è tuttavia innegabile che, da quando le competizioni sono divenute
esclusivamente sintetiche (con grande sollievo della roccia), l'allenamento
in parete si è dimostrato sempre meno utile in quanto poco specifico:
la varietà della struttura minerale mal si adatta alle esigenze degli
atleti, che domandano vie eclusivamente di continuità, solo in strapiombo
e senza i famigerati e selettivi "bloc". Questi ultimi, caduti progressivamente
in disuso sui tracciati artificiali (come si fa a valutare 20 atleti
che cadono sul medesimo passaggio?), abbondano invece sulla roccia come
è allo stato naturale, mentre scarseggiano ormai le vie esclusivamente
di continuità. Purtroppo non tutti si sono resi conto subito di quanto
andava accadendo, ed è stato inevitabile che le nostre falesie abbiano
risentito delle competizioni. Da sempre gestita , a volte poco democraticamente,
da una ristretta elìte, la falesia degli anni '90 ha cambiato così volto
assai rapidamente! Come? Per cominciare si sono formate le ragnatele
sulle vie che presentavano passaggi singoli, poi progressivamente su
quelle di placca, per arrivare oggi addirittura a quelle verticali e
tecniche. Grande andirivieni (anche in discesa) invece sugli strapiombi,
perchè, si dice, lo strapiombo è di moda! Addirittura stanno cambiando
anche le valutazioni: chi non conosce lo svalutamento progressivo delle
vie in strapiombo? E come mai quelle di placca rimangono sempre uguali,
quando non aumentano? Del fatto che l'arrampicatore di oggi abbia poca
intelligenza motoria ce ne si può anche fregare, quello che è discutibile
è che, per il fatto che ci si deve preparare alle competizioni, le pareti
debbano diventare attrezzi ginnici da fare e disfare a nostro piacimento.
Se questo concetto è accettabile su una struttura artificiale non lo
è sulla roccia naturale. Alterare la struttura della roccia equivale
oggi a tagliare un albero, e va contro alla coscienza ecologica di una
attività che si definisce in stretta simbiosi con la natura. E' tanto
è stato fatto da chi intaglia e rompe la roccia per creare vie che rispondano
alle sue esigenze. Ma di questo certo gli "atleti" di oggi non paiono
curarsene! Ma quale sarà allora la via estrema del 2000? I fautori di
quella che potremmo oggi definire "arrampicata classica" (coloro cioè
che rifiutano l'uso dello spit ma che prediligono esclusivamente i chiodi
e i nut), anche se talvolta erroneamente la si chiama free-climbing,
vanno affermando che, avanti di questo passo, fra qualche anno non ci
sarà più niente da realizzare... Lo spit, secondo costoro, ha eliminato
"l'impossibile" dalle nostre falesie, ragion per cui non ci può essere
progresso se si ricorre ad una protezione sicura e piazzabile in ogni
punto della roccia. In verità questi illustri personaggi, pur essendo
grandi filosofi, fanno un po' di confusione tra quelle che sono le difficoltà
tecniche e quelli che sono invece i fattori esclusivamente di tipo psicologico.
Il tassello ad espansione ha infatti il merito di aver reso possibile,
in virtù del rischio limitato, un grosso progresso in fatto di difficoltà
tecniche. Eliminare repentinamente i fattori psicologici relativi al
pericolo di farsi male, non è piaciuto, evidentemente, a quanti prima
erano i leader e gli specialisti di una disciplina che combinava la
difficoltà tecnica con il rischio. Tale attività oggi non è scomparsa,
ma è certamente passata in secondo piano (per effetto dei media) rispetto
alla più giovane "arrampicata sportiva". Ma ciò è più che comprensibile
considerato il fattore inibente del rischio sulla massa dei praticanti.
E che l'arrampicata debba essere oggi solo per pochi "eletti" è un concetto
da superuomo ormai superato! Costoro dovrebbero quindi riflettere su
queste differenze piuttosto che attizzare le polemiche e indirizzarle
soprattutto su questo povero tassello, che tra l'altro, non rovina la
roccia più che un normale chiodo universale, piantato e tolto ripetutamente.
Il discorso dell'impossibile, per contro, è molto più importante di
quanto non sembri! Chi uccide l'impossibile? E' evidente che l'assassino
è colui che intaglia le prese laddove la roccia non ne offre, riducendo
il "suo" impossibile a suo piacimento, non colui che pianta uno spit!
Michel Piola, ad esempio, avendo introdotto l'uso generalizzato dello
spit sul granito del Monte Bianco ha forse reso possibile la salita
(in libera si intende) di ogni scudo di granito? Molte sue vie contengono
tratti in A0 e in artificiale oggi impossibili o molto difficili (domani
chissà), almeno quanti non ne conteneva un tempo il Pilastro Bonatti
al Dru, oggi salito non solo in arrampicata libera, ma anche in solitaria
integrale! No, l'impossibile c'è ancora e non è certo lo spit ad averlo
eliminato, semmai lo ha solo ristretto. Per quanto riguarda l'arrampicata
classica, tuttavia, è auspicabile che rimanga un sufficiente terreno
di gioco per quanti cerchino di spingere più in là i limiti psicologici
con i metodi tradizionali, in sostanza mantenendo l'incognita e il rischio
nel gioco. Le montagne, si è detto, sono per ora un immensa riserva.
Ma fino a quando? Sta a noi saper preservare l'impossibile di oggi,
come terreno per le future generazioni o semplicemente, se si vuole,
come un qualcosa che c'è e che attende. Chi invece non sa attendere,
chi non riconosce i propri limiti e scava le prese con la scusa che
non si sale, oggi non ha più ragione di esistere. Ci sono pareti artificiali
modificabili a piacimento, esistono manufatti di ogni genere, dai ponti
delle ferrovie al garage di casa nostra dove sfogare le proprie ambizioni
scultoree... Questi sono alcuni problemi di "etica" anni '90. Ma quale
soluzione e quali suggerimenti proporre a quanti sta a cuore il futuro
delle nostre falesie? Per intanto l'unica cosa da fare è diversificare
l'arrampicata in falesia da quella agonistica. Si rivaluterebbero così
arrampicatori molto bravi sul tecnico e perchè no, su roccia che non
sia il solito calcare! Infine cadrebbe, almeno teoricamente come già
detto, una delle scuse per le quali si scavano gli appigli laddove apparentemente
(chi stabilisce qual'è il vero impossibile?) non esistono! Basterebbero
un pugno di apritori che dia il buon esempio... e chissà che non rimanga
un po' di spazio e un po' di "impossibile" da conquistarci domani? Maurizio
Oviglia
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