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(1999)
MALEDETTE
SOLITARIE
il
racconto di una sofferta solitaria sulle più selvagge pareti del Gran
Paradiso di Maurizio Oviglia Pubblicato sulla Rivista mensile del CAI,
Maggio/Giugno 1999
Gli
amanti dei libri gialli sono convinti che l'assassino, prima o poi,
torni sempre sul luogo del delitto. Per l'alpinista questo luogo potrebbe
essere quello dove ha vissuto le emozioni più intense e dove giurò a
suo tempo di non ritornare. E il delitto sarebbe, in questo caso e metaforicamente
parlando, una salita in cui si è osato e rischiato più del dovuto, ben
sapendo che sarebbe stato più saggio tornare indietro e rinunciare.
Nell'attività di qualunque alpinista ci sono state queste pazzie; solitamente
sono coincise con la giovane età, magari quando non si aveva ancora
una moglie e un figlio a cui render conto di certe spericolatezze. Poi
ci si è dedicati chi all'arrampicata sportiva e chi ad un alpinismo
più annaccuato e innocuo, non rimpiangendo affatto i tempi in cui ogni
domenica si metteva in gioco la vita e, anzi, combattendo all'occorrenza
crociate contro il rischio... Ma sovente può capitare che, trovandosi
il nostro alpinista per una serie di circostanze sul "luogo del delitto"
consumato ormai anni prima, scatti in lui un qualche cosa che lo porti
a ripercorrere gli antichi passi e a rivivere le emozioni di un tempo,
sovente suo malgrado. Avrete già capito che sto parlando del sottoscritto
ma sono convinto che, in fondo in fondo, molti di voi non si siano sentiti
estraei a questa premessa. Quando la vita ti porta a vivere lontano
dai luoghi in cui sei nato e cresciuto è bello ritornare, ormai sulla
via dei quaranta, a ripercorrere gli stessi sentieri, a toccare le stesse
rocce e i medesimi pendii di neve che riempirono i tuoi giorni di ventenne.
In quei momenti provi una sorte di esaltazione e malinconia insieme,
ti senti vecchio ma allo stesso tempo ringiovanito. Vorresti, insomma,
dimostrare che il tempo non è passato, che le montagne son sempre le
stesse, e se vuoi puoi avere ancora il coraggio di salirle alla stessa
maniera di un tempo. Un po', insomma, come in quel celebre film di Tornatore,
in cui il protagonista riesce, anche se solo per un attimo, ad avere
la donna che la vita gli aveva portato via. In tutto questo rimane,
è inutile negarlo, un po' di amaro, forse perchè non si hanno più i
vent'anni e lo spirito giusto per godere senza rimorsi di un'esperienza
trasgressiva, anche se questa trasgressione è soltanto verso la vita
che normalmente si conduce... Capita così di scoprire, magari un po'
in ritardo, che la montagna non invecchia con noi e non possiamo manipolarla
a nostro piacimento. La pietra ha sempre la severa bellezza di un tempo,
oggi come allora è il miglior specchio delle nostre debolezze. Alla
fine dello scorso agosto mi trovo nel Parco del Gran Paradiso per cercare
di aggiornare una guida che ho scritto dodici anni prima. Nonostante
sia piena estate è difficile trovare compagni e nonostante mi sia appoggiato
al buon Massimo, che da quest'anno gestisce l'ottimo Chalet del Lago,
proprio per questo non sempre riesce a liberarsi. Potrei provare anche
con l'amico Mario, gestore del rifugio Benevolo, ma la risposta sarebbe
invariabilmente la stessa. In più con queste telefonate mi attiro il
risentimento delle fidanzate e mogli dei suddetti che, essendo anche
guide, è giustificato che scappino solo con i clienti... Che utilità
c'è ad andare a ripetere una via con il sottoscritto? Nessuna, è fuor
di dubbio... Però domani, secondo le previsioni, è l'ultimo giorno di
bel tempo, converrebbe approfittarne... Dovrei ripetere quella via al
Monte Castello per verificare la relazione e fare delle foto: se non
ci metto piede come faccio a scrivere la guida? Passeggiando nervosamente
in riva al lago di Ceresole un pensiero nero mi balena in testa: e se
andassi solo? Una parete di più di 400 metri di difficoltà classiche
dovrei riuscire a superarla abbastanza in fretta... Già, ma ci sono
anche tratti di artificiale. Mi toccherebbe portarmi dietro tutta la
ferraglia. E in più la via è completamente schiodata! Tra dubbi e tentennamenti
l'ipotesi della solitaria mi appare sempre più come l'unica possibilità
per fare il M. Castello domani. Tuttavia non so decidermi. E' passato
ormai troppo tempo da quando ho smesso di fare solitarie e avvenne proprio
qui in questo vallone, nel 1984. Quell'agosto partii solo con una tendina
e campeggiai tre giorni al Piano della Bruna, 2400 metri, a cinque ore
di cammino dalla valle. Durante il giorno aprii un via sulla Cresta
dei Prosces e ne ripresi un'altra, salendo in buona parte slegato. Ricordo
che in un tratto ebbi molta paura, perchè non mi ero autoassicurato...
ricordi ormai sbiaditi dal tempo. Come è possibile ricordare quanta
paura si è avuta? Durante la notte stavo invece sveglio a sentire il
rumore del fiume fino a che una sensazione di inquietante solitudine
si fosse impadronita di me. Sì, avevo paura, proprio come un bambino,
ma è quello che avevo voluto e cercato. In fondo, in montagna, cercavo
proprio questo confronto esasperato con me stesso. Ma ora non era più
così, molte cose erano cambiate. Tuttavia qualcosa mi attirava lassù,
sulle alte pareti di Noaschetta, e continuando a ripensarci la salita
diveniva sempre più una sorta di "prova", come dovessi dimostrare a
me stesso di essere ancora capace di salire slegato su una via sconosciuta
e in alta montagna... La sera a tavola confidai i miei progetti a Massimo,
mentre al mio fianco un cliente dello Chalet ascoltava in silenzio.
Era un escursionista ed era solo anche lui. Alla fine mi decisi a chiedergli
se desiderava accompagnarmi e accettò di buon grado: mi avrebbe atteso
in cima e sarebbe stato bello scendere insieme, perchè è bello parlare
e liberarsi una volta finita la tensione. E' incredibile come la cosa
si fosse già verificata altre due volte durante le mie solitarie. Alla
cresta sud delle Aig. Noire, ad esempio, incontrai in cima un altro
solitario e facemmo la discesa insieme. Lo stesso fu per il Becco della
Tribolazione. Ai tempi lo interpretai come una specie di presagio...tant'è
che smisi da lì a poco di far solitarie! Lasciammo la valle alle 6 di
mattina, il cielo era sereno e avvertivo una chiara sensazione di malessere
dovuto allo zaino stracarico di corda, chiodi e ferraglia varia. Non
avevo però il coraggio di chiedere al mio accompagnatore di prendermi
qualcosa, in fondo lui era venuto per una piacevole escursione... Al
Rifugio Noaschetta la preoccupazione di arrivare alla fine delle tre
ore di avvicinamento con le gambe troppo stanche mi occupava buona parte
dei pensieri, la restante porzione era rivolta ai cirri che velavano
il cielo, chiaro preludio di un imminente cambiamento del tempo. La
curva del vallone ci spalancò di fronte l'immane massa rocciosa del
Monte Castello e finalmente apparve anche il famigerato spigolo che
dovevo salire: nessuna impressione particolare, di pareti ne avevo viste
tante e non era il caso di farsi spaventare proprio da questa... Il
sentiero ci portò quasi sotto la parete, qui forzatamente si dividevano
le nostre strade. Il mio compagno proseguì verso il piano della Bruna
e ci lasciammo con un appuntamento in vetta. In breve fui solo. Nascosi
lo zaino sotto un masso e partii, corda a tracolla e carico di ferraglia,
verso la base. Saltando sui massi della pietraia notavo che le gambe
non erano più fresche come avrei voluto e un senso di tensione si impadronì
di me. Per arrivare all'inizio delle difficoltà occorreva superare quattro
lunghezze miste ad erba, con passi di IV secondo i primi salitori, V
secondo i ripetitori. Guardando bene però proprio non riuscivo a trovare
l'attacco, perchè ogni fessura o placca finiva su grossi ciuffi d'erba
e l'idea di sospendermi ad essi non mi allettava per nulla. Cominciai
a salire per quella che ritenevo essere la possibilità più facile ma
dopo 25 m, come avevo previsto, non mi decidevo ad affidare il mio peso
ai ciuffi. Iniziai quindi a ridiscendere cercando di mantenere la freddezza,
ma ormai qualcosa si era spezzato e non ero più convinto dei miei mezzi.
Oltretutto la rugiada della notte aveva bagnato i ciuffi e ad ogni movimento
dovevo asciugarmi le scarpette. Riguadagnai la base, mi concessi una
pausa di riflessione. Decisi allora di provare a forzare una placca
liscia senza ciuffi, pensai che, dall'alto del mio 8a in falesia magari
me la sarei cavata meglio. Dopo 20 m di V e V+ le difficoltà non accennavano
a diminuire, anzi aumentavano, e la cengia era ancora 5 m sopra. 25
m da terra senza corda, sono troppi per arrischiare magari un passo
di 6a o 6b... e se poi devo uscire sull'erba? Bagnata? Cominciai a ridiscendere
cercando di non commettere errori e riguadagnai la base dove mi concessi
una pausa di riflessione. Avevo perso un'ora, ero sudato e la sconfitta
mi bruciava, ero anzi contento che il mio amico non fosse stato a guardarmi.
Sapevo molto bene, inoltre, che in queste situazioni era meglio rinunciare.
Dopo vari tentennamenti decisi che dovevo provare a salire, altrimenti
avrei fatto meg tornare indietro definitivamente. Ripresi la possibilità
iniziale e mi attaccai ai ciuffi. Andò bene, evidentemente, ma una volta
sopra avevo passato il Rubicone, sapevo che dovevo andare avanti. La
mia progressione sullo zoccolo fu lenta e snervante, a causa dell'erba
bagnata e dell'impossibilità di proteggermi. Decisi allora di confidare
solo nelle mie capacità proseguendo slegato. Alla fine trovai una sosta
e mi dissi che, cominciando qui le vere difficoltà della via, tutto
sarebbe ritornato a posto. Ma fu vero solo in parte... Una lunga placca
di V mi sorprese ancora senza autoassicurazione perchè da sotto l'avevo
sottovalutata e quando realizzai che era meglio piantare un chiodo ero
in pieno traverso (che i primi salitori avevano superato con un pendolo)
su una minima cornice. Superai cercando di controllare la paura altri
20 m, dopodichè raggiunsi un buon punto di sosta alla base di un diedro
regolarissimo. Qui, mi dissi, finisce il rischio, sono con i nervi già
fin troppo provati. Nella tensione non mi ero però accorto che era salita
la nebbia, e in breve ne fui completamente avvolto, nella solitudine
più totale. Ma avevo altro a cui pensare e proseguii in libera per il
diedro, questa volta autoassicurandomi. Qui la via diventava bella e
mi stavo progressivamente rilassando e acquistando fiducia nelle mie
capacità. La stanchezza però, soprattutto nervosa, cominciava ad affiorare
e le risalite per schiodare mi costavano anche molta fatica fisica.
In una schiarita riuscii a vedere il mio amico e anche lui mi vide,
perchè mi ero all'occorrenza messo un maglione rosso. Mi sentii sollevato,
perchè almeno mi sapeva vivo e da qualche parte. Dopo un tratto in cui
arrampicai bene e fiducioso ricomparvero i maledetti ciuffi d'erba e
l'insicurezza ritornò. Ero stanco e cominciavo a non poterne più. Appena
abbandonavo l'autoassicurazione compariva qualche passo scabroso in
cui era giocoforza rischiare e anche molto. La fine delle difficoltà
mi vide arrancare per la cresta esausto. Nella nebbia riuscivo a scorgere
solo le sagome dei camosci, che avevano seguito la mia salita dalla
cresta sommitale. Nonostante tutto erano stati una piacevole compagnia
e li avevo sinceramente invidiati. L'ometto della vetta era immerso
in un mare di ovatta bianco, mi fermai 5 minuti ormai sfinito e con
le piaghe sulle mani per le risalite a corda. Solo su quella cima, che
cima non era perchè era sospesa nel nulla (e appariva ancor di più una
meta simbolica), mi ero finalmente ricongiunto al mio passato. I giorni
di 14 anni fa mi apparivano ora ancor più lontani e per quanto mi sforzassi
non riuscivo a ricordare se allora avessi provato una tale paura e insicurezza.
Ero così diverso da allora? Le gambe mi tremavano ma i segni di vernice
mi condussero alla strada di caccia e al Piano della Bruna. Del mio
amico non v'era traccia, anzi, una freccia disegnata con i sassolini
indicava la valle, il mio compagno era evidentemente sceso. Chissà dove
mi pensava? Divallai per il sentiero e lo trovai là, accanto al mio
zaino, avvolto completamente nella giacca a vento. Provai ad immedesimarmi
nella sua attesa, fino a quando mi avrebbe aspettato? Due parole e ci
lasciammo alle spalle il Monte Castello, ormai del tutto invisibile
nella nebbia.. E invisibili ed impalpabili erano anche i miei pensieri,
li sentivo gravare come macigni sulla mia coscienza ma non riuscivo
ad afferrarli. Li avrei voluti rinchiudere, distruggere o dimenticarli,
come forse era avvenuto 15 anni fa... E questo scritto ne è un'ulteriore
tentativo. Maurizio Oviglia
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