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(1998)

Tracce artificiali a colloquio con tre tracciatori del sintetico di Maurizio Oviglia

Pubblicato dalla Rivista della Montagna n. 208, Gennaio 1998

...perchè il destino, il fato, è cambiato e oggi gli dei ci sono nemici e certamente non basta più viaggiare per sembrare degli zingari felici

Claudio Lolli

Le due generazioni

Quando per le prime volte sentii parlare della possibilità di arrampicare indoor era, su per giù, l'inizio degli anni '80. Allora nessuno immaginava lo sviluppo che questa attività avrebbe conosciuto negli anni a venire: di competizioni ancora non se ne parlava se non per fare qualche battuta sull'arrampicata in Unione Sovietica. Eppure per noi ragazzi, allora ero uno studente di un liceo torinese, arrampicare nella struttura al coperto del Palazzo a Vela era una possibilità in più, un'alternativa ai sabati uggiosi, un'occasione per fare qualche cosa di diverso. E non ho detto, volutamente, allenarsi... Le strutture del "Palavela" erano allora in rude cemento, le prese in resina non erano ancora conosciute, la morfologia della parete ricalcava il più possibile quella naturale. Gli appigli erano "scavati" nel cemento (proprio come oggi sulla roccia, sic!), ma ricordo che c'erano anche delle fessure su cui ci si spellava le mani, cercando di imparare la tecnica ad incastro. Quasi sempre arrampicato sulla parete c'era Marco Bernardi, che allora era veramente un fuoriclasse: riusciva a fare delle cose per noi inimmaginabili, essendo quattro gradi circa sopra il livello medio. Dietro la struttura si allenava un ragazzino ancora sconosciuto di nome Andrea Gallo: si mormorava che riuscisse a fare 50 trazioni di seguito! Noi ancora ci stavamo domandando a che cosa servissero le trazioni... Non ho mai pensato che questi pomeriggi "in palestra" fossero un allenamento e che potessero un giorno tornarmi utili sulle pareti. Anche d'estate, quando il Bianco era coperto di spesse nubi nere e si scendeva dalla nostra residenza di Entreves ad arrampicare alla palestra di Dolonne per provare i difficili passaggi di VI grado (che oggi sarebbero 6a e 6b), ebbene anche in quelle giornate non ho mai avuto l'impressione di "allenarmi". Forse da quando il tarlo del "Nuovo Mattino" era entrato nelle nostre teste qualche cosa era profondamente cambiato nella concezione di queste piccole strutture... Ogni cosa che si faceva era un esperienza fine a se stessa, dal masso alla grande parete, dalla paretina in cemento alla falesia sul mare. Ogni cosa aveva pari dignità. _ scontato e ingenuo dire che i propri 18 anni sono stati il periodo più bello e creativo della propria vita, però poi le cose cambiarono molto, meglio o peggio è inutile pensarci... Quello che è certo è che quegli anni furono irripetibili, passarono come un lampo, senza che ci rendessimo conto di cosa stavamo vivendo. In seguito feci molto alpinismo, solitarie, cascate di ghiaccio, vie nuove; i compagni di quelle avventure si dispersero poco a poco, chi sui difficili monotiri delle falesie, chi sui libri a studiare per diventar dottore. E uno di essi che non si adattò a queste nuove realtà scelse, forse, di rimanere per sempre sul Pilone Centrale. Marco Bernardi continuò invece ancora per qualche anno nella sua ricerca e Andrea Gallo, forse l'unico tra noi che si allenava veramente, divenne uno dei più forti arrampicatori italiani. Sul suo esempio nacque la "nuova generazione" di arrampicatori, cresciuti nelle falesie e nelle palestre indoor, con l'obiettivo man mano sempre più esplicito di vincere in competizione. Dalla famosa birra di Güllich e Moffatt delle prime competizioni di Bardonecchia si è passati oggi alla dieta da Power Bar e a noi "vecchi" non rimangono che le falesie dalle quali guardar lievitare increduli il livello di difficoltà raggiunto dai giovinastri. Ma allora veramente pochi, tra noi, si gettarono a capofitto nell'allenamento. Sostanzialmente rimanemmo e rimaniamo oggi dei romantici, capaci ancora di indignarsi per le prese scavate, per le catene su una via classica, per la mancanza di valori o per la poca lealtà di qualche scalatore. Le prese in resina divennero allora un po' il parafulmine contro cui scagliarsi, quando, in molte falesie, si volle adattare la roccia alle richieste della competizione. Prese incollate, buchi scavati, falesie di placche abbandonate e a torto denigrate: tutta colpa degli arrampicatori sintetici, peste li colga, maledizione! C'è stato un periodo, per la verità non molto lontano, che pensavo veramente così: quando ho scritto che speravo che le due discipline, quella indoor e quella nell'ambiente naturale, si separassero sempre più l'ho fatto perchè sentivo il bisogno di "marcare il territorio": fin qui è nostro e non potete fare quello che volete, laggiù è vostro e fate quello che vi pare! Tutto questo capitava ieri e oggi, ironia della sorte, sono chiamato dalla Rivista ad interessarmi del "fenomeno plastica" e, seppur con tutta la buona (o cattiva) volontà, non riesco a vederci nulla di male. Forse i tempi sono maturati e tutti (o quasi) hanno capito a che gioco si sta giocando. _ tempo che gli animi si plachino e che ognuno cerchi di capire le ragioni dell'altro per scoprire infine che non è tutto negativo, che è bello e spesso creativo anche stare chiusi in una stanza ad avvitare prese. Forse è perchè oggi sono considerato uno dei più importanti apritori italiani di vie su roccia naturale che hanno trovato interessante che proprio io andassi a sentire le emozioni di chi le vie oggi le traccia solo sul sintetico, affinchè anch'io penetri questo nuovo caleidoscopio per scoprirne le innumerevoli sfaccettature. Narciso e Boccadoro dunque si rincontrano, ma se un tempo simpatizzavo decisamente per Narciso, l'asceta, oggi forse capisco che in realtà non gli somigliavo affatto. Oggi, nei confronti di questi ragazzi sono forse Boccadoro, sono un viaggiatore dei tempi in cui si cercava tutti di somigliare a "zingari felici". Oggi questo non ci basta più e il dilemma Narciso o Boccadoro ci appare come una domanda vuota di senso: viviamo giorni in cui non è più importante identificarsi in un'idea, avere dei valori, ma cogliere senza pregiudizi le opportunità che ci si presentano, come i passaggi di una lunga via. Forse, continuando a citare un'intelligente cantautore generazionale come Lolli "...siamo tutti morti, e non ce ne siamo neanche accorti, e continuiamo a dire "così sia", ma resta il fatto che l'approccio filosofico all'arrampicata e all'alpinismo, che sempre caratterizzava la mia generazione (e soprattutto quella precedente), è oggi uscito dalla porta per rientrare sicuramente - un giorno - dalla finestra. Finito il tempo del destro e sinistro, del rosso e il nero, si apre l'era del "politicamente corretto", in attesa che esploda un qualche cosa che ci riporti al fermento di quegli anni. Nel frattempo questi amici che sono andato a trovare si preoccupano subito di ricordarmi che sono nati e cresciuti sulla roccia ma sono approdati solo per necessità (e per cuore aggiungo io) alla plastica: non rinnegano il loro passato, anzi, lo guardano con infinito affetto. Della resina si può dire che conoscano tutti i segreti e hanno anche imparato a muoversi con disinvoltura ed intelligenza attraverso le magiche forme delle prese e degli strapiombi sui quali occorre avvitarle. Sono tre storie diverse ma con passaggio generazionale forse sofferto (da parte dei "vecchi") ma inevitabile. Il piccolo mondo dell'arrampicata si evolve e, invece di fare gli struzzi, spetta a noi "vecchi" andare a scoprire verso quali terre si sta navigando... Sì, il caro Gobetti mi diceva che il tracciatore è forse la figura più interessante che il mondo della plastica ha saputo esprimere: ne sono profondamente convinto anch'io! Ma se, caro Andrea, ci fosse anche dell'altro?

Un esteta del movimento: Simone Carcangiu

Ho conosciuto Simone quando aveva 14 anni. Un giorno mi si avvicinò questo ragazzino e mi chiese: "scusi signore, lei fa roccia o free-climbing?" Non sapendo bene cosa rispondere lo portai ad arrampicare e scoprii in lui il talento che sempre avrei voluto avere. I suoi movimenti, così sciolti e poco impacciati, tradirono da subito gli anni di ginnastica artistica, fu necessaria solo un po' di tecnica perchè Simone raggiungesse, a soli 16 anni, livelli di tutto rispetto riuscendo addirittura su una via di 7b+. Cominciò ad arrampicare per gioco, come molti ragazzi nati negli anni '70, perchè aveva visto Edlinger alla televisione. Il suo primo amore furono i massi, anche gli scogli, e lo ricordo per spiegare l'amore viscerale che lui sente per il suo corpo che si muove leggero sulla roccia. Naturale quindi che Simone fosse attratto dalle solitarie, addirittura a piedi nudi, attività che non coltivò tuttavia più di tanto e senza alcun clamore. E analogo interesse provò subito per il pannello sintetico. Per Simone una via è completamente riuscita solo quando ogni gesto è una danza, il proprio corpo un ingranaggio che si muove con movimenti precisi e perfetti. Per questo forse non ha mai corteggiato più di tanto le on sight, dove spesso ci si ritrova a tremare aggrappandosi alla roccia anche con i denti pur di riuscire. La percezione del movimento e del corpo che coltiva Simone è dunque la chiave per comprendere l'arrampicata sul pannello che lui oggi promuove, certamente un modo diverso di avvicinarsi allo "strumento", non considerandolo insomma una semplice macchina delle torture. Infatti, dopo qualche stagione in falesia, in cui non riuscì a raggiungere i risultati che potenzialmente lasciava credere e che lui avrebbe sperato, Simone oggi insegna in una palestra di arrampicata. La sua ultima passione sono i circuiti, le sequenze di prese che, messe in fila, formano una via. Ha forse ritrovato, in questa nuova forma di arrampicata, quel muoversi leggeri e senza corda che provava da ragazzino quando arrampicava sui sassi nel parco di Monte Urpinu a Cagliari. Simone non ha alcun brevetto di tracciatore e non ha un nome nel piccolo mondo dell'arrampicata, non ne ha bisogno. Il suo modo di trattare le prese è diverso da quello degli altri, così anche la percezione della forma della presa e del movimento che essa racchiude, come un ostrica nasconde una perla. Ho chiesto quindi a Simone se sia possibile insegnare il movimento, oltre che allenare il muscolo. "Certo - mi ha risposto - ma quando penso al movimento ho in mente le tecniche di scalata, come ad esempio la lolotte, che sul pannello è un movimento basilare. _ importante insegnare a "sentire" il movimento, quando riesci ad esempio a concentrarti su una parte del tuo corpo che non sia la testa, o la mano. Se però ti riferisci a quel modo di scalare che ha ognuno di noi, quel fluido che esprimi muovendoti, beh, credo che quella sia una cosa innata!". Simone può forse dirmi un'altra cosa a riguardo della percezione tattile, che non oserei chiedere ad altri: "Senti, Simone, ma dopo i "ricordi minerali" di tutti questi anni, che piacere ti dà una presa sintetica sotto le dita?" "Nulla potrà mai somigliare alla roccia; anche se non sembra, quando scalo sul sintetico, non riesco a separarmi mentalmente dal fatto che quei movimenti, quelle percezioni tattili, le ho provate e imparate sulla roccia. Quando stringo una presa sintetica mi meraviglio e penso che quello che sto facendo non è nient'altro che un gioco molto divertente. Però, certe volte che vorrei essere sulla roccia e invece sono qui, a un certo punto mi fermo e penso che in fondo sto girando in tre metri quadrati quando potrei essere in parete. A volte è un po' deprimente". "Ma - insisto io - quando ti vedo scalare sul pannello, vedo che il tuo modo di stringere le prese è diverso, quasi le accarezzi prima di stringerle... Forse il fatto che il tuo universo sia di soli tre metri quadri (come sui massi) dilata la tua percezione e la focalizza meglio sulle dita, sul gesto?" Simone rimane un po' interdetto e poi confessa "...non ci avevo mai pensato, ma quello che dici è molto interessante, la prossima volta ci farò caso!". Non amo parlare con Simone di allenamento, materia in cui certo non è esperto come tanti suoi colleghi. Mi piace invece stare ad ascoltarlo nelle sue dissertazioni sulla forma delle prese, sentire quando mi dice "...guarda questo movimento!", o sorprendersi per una soluzione fino allora rimasta nascosta. Solo allora in fondo ai suoi occhi brilla una luce e io, con le mie mille e più vie e lotte in montagna, mi sento piccolo piccolo e capisco che nella vita c'è sempre da imparare, anche da chi, per molto tempo, è stato tuo allievo...

Un onesto professore: Donato Lella

Per scelta ho incontrato tre personaggi che sono partiti dalla roccia per approdare al sintetico: Donato Lella è, si direbbe oggi, innanzi tutto un falesista. Di origini pugliesi ma trapiantato da tempo in Piemonte, Donato frequenta sovente la roccia, su cui ama ricercare il piacere della bella on sight; tuttavia non disdegna le competizioni, anche internazionali all'occorrenza, in cui ottiene ottimi piazzamenti. Ovviamente ho conosciuto Donato sulla roccia di casa mia: pur essendo uno dei più forti arrampicatori italiani mi ha colpito la sua modestia, qualità oggi sempre più rara, ma soprattutto ho identificato in lui la perfetta unione tra le due ultime generazioni di arrampicatori. _ sempre interessante ascoltare chi sa coniugare bene ricerca personale del contatto sulla roccia e passione per il confronto, è interessante conoscere l'esperienza di chi l'arrampicata la insegna tutti i giorni in una "realtà separata", come può essere quella di una parete indoor. Le domande che ho posto a Donato riguardano la sua esperienza di tracciatore di circuiti sul pannello, cercando di non tralasciare gli aspetti emozionali di un'attività che, di primo acchito, parrebbe fredda ed impersonale. Donato comincia infatti con il farmi notare che, nonostante egli esca da un lungo tirocinio nella sua cantina (come i musicisti rock) e poi al corso tracciatori, il tracciare è un'attività impossibile da insegnare. "_ una forma di espressione innata, come il senso artistico, e come tale non si può acquistare, comperare all'occorrenza..." "All'inizio - dice Donato - cercavo di riprodurre sul muro i movimenti e le tipologie strutturali della roccia. Poi è venuta la competizione e tutti abbiamo capito che per allenarci dovevamo cambiare indirizzo. _ stato gioco-forza allora adattarsi alle prese tonde e surreali, agli allenamenti che poco avevano in comune con il muoversi sulla roccia" Tuttavia Donato insegna ad arrampicare sul pannello e non dimentica che lo fa in una cittadina, Pinerolo, ai piedi delle Alpi. "Molti dei miei allievi sono alpinisti o arrampicatori che la domenica vanno sulla roccia. Loro chiedono un riscontro, un miglioramento, e io non posso dimenticarlo. Devo sforzarmi di insegnar loro ad arrampicare sulla roccia prima che a competere sul sintetico e questo mi implica un lavoro supplementare per far sì che i miei circuiti comprendano ogni sorta di movimento, non dimenticando la tecnica di piedi." A questo proposito Donato mi ricorda che un "cattivo" insegnante può rovinare irrimediabilmente un principiante sul lato tecnico, oltre che quello fisico! "Una volta acquisite le tecniche di base, si innesca nell'allievo la voglia di migliorare e di riuscire, che fa sì che anche il principiante sperimenti le tecniche più raffinate del movimento, dalla lolotte ai compicati agganci di piedi, senza predefinite fasi di apprendimento". Mi interessava sapere da Donato se i circuiti che lui inventa possano considerarsi al pari di una via di roccia, soprattutto sul lato emozionale. Chissà, penso, se si aspettava una tale domanda, da un tracciatore di vie naturali? "Il circuito può essere paragonato certamente a una via, ma ricordati che sul muro fondamentalmente non ci sono regole! Puoi cominciare e smettere da qualunque numero, girare una presa che non riesci assolutamente a tenere, prediligerne solo una parte per allenare la forza o solo la continuità. _ diverso e i paralleli con la roccia non sono sempre calzanti..." "Ma - insisto - ci saranno stati pure dei circuiti che ti sono costati tanta fatica per tracciarli e realizzarli da aver instaurato con loro un rapporto di affezione, quasi amore? E in questo caso, non sono come delle vie? Non hai provato dispiacere quando hai dovuto disfarli?" Mi sorprendo nel vedere che Donato rimane quasi impassibile, forse aspettandosi una certa resistenza da parte mia all'idea che il tracciatore di un pannello provi sentimenti forse diversi e sconosciuti da quelli che provo io. "I circuiti - dice Donato - sono un po' come i figli... più ne hai e più devi distribuire l'affetto! Non bisogna dimenticare che questo è il mio lavoro e che non posso considerare questa palestra come un muro personale. Un circuito, una creazione, può avere una durata breve, domani può essere già disfatto o migliorato, diverso insomma. _ veramente raro allora che io mi ci affezioni al punto da non riuscire a distruggerlo". "Il pannello e la falesia - aggiunge Donato, quasi per chiudere il discorso a me più caro - sono giochi totalmente differenti ma con continui punti di contatto. Almeno qui dove i miei allievi sono alpinisti e arrampicatori della domenica". Opto allora per un argomento sottile e meno etico con una domanda sullo stile di scalata dei pannelli: "Non pensi che prediligendo lo stile atletico (il pannello è, nella quasi totatalità dei casi, strapiombante), il pannello influenzi lo stile di scalata a livello generale? In poche parole, non pensi che i tuoi allievi andranno ad arrampicare solo sugli strapiombi, disdegnando le placche dove per forza avranno più difficoltà?" Donato mi ricorda allora il suo sforzo per creare dei circuiti che tengano in considerazione le esigenze di arrampicatori che operano in una zona che offre falesie prevalentemente granitiche, nella quasi totalità dei casi molto tecniche. "Un tracciatore e insegnate di arrampicata che lavora in una palestra deve essere elastico e vicino ai suoi allievi. Non può lasciarsi influenzare dalle mode o dallo stile del momento. Personalmente creo dei circuiti che allenino l'arrampicatore in modo globale, non separando, se non in casi necessari, quasi mai la continuità dalla resistenza, la tecnica dalla forza pura. E questo lo faccio scegliendo, ovviamente, le prese adatte ad ogni situazione." Dato che Donato è in fondo un allenatore, ho tenuto in serbo una domanda a questo riguardo. Ho chiesto infatti a Donato se, secondo lui, è compito delle riviste specializzate proporre metodologie di allenamento generalizzate o se insegnare dev'essere esclusivo appannaggio dell'allenatore, che ha di fronte il soggetto: "Viviamo un momento in cui le ricette hanno indubbiamente successo, ma bisogna stare attenti a non emulare troppo i campioni che in genere le confezionano! Il loro allenamento è diverso e non è adatto a chi inizia o ha un livello medio, può avere, anzi, effetti devastanti sul principiante!" Attenti, quindi, alle chimere e affidatevi a chi, come Donato, vi conduce di presa in presa verso una migliore conoscenza del vostro corpo! I gradi? Ah si, i gradi poi verranno, alla fine, se quel po' di passione che avrà saputo (e qui si vede il buon allenatore) infondervi Donato vi avrà permesso di non mollare ai primi dispiaceri...

un artista intelligente: Marzio Nardi

Ma chi non conosce Marzio Nardi? Dei tracciatori nel neonato mondo del sintetico Marzio ne è certamente il guru, il più famoso, uno dei primi tracciatori internazionali. Arrampicatore di talento, un tempo fuoriclasse delle competizioni, oggi Marzio è stimato professionista e massimo conoscitore dell'effimera creazione del tracciato di una gara, opera sofferta che vive solo due giorni o poco più. Chi più di lui conosce le gioie e i dolori di questa categoria di artisti condannati a veder smontata la loro opera dopo che decine di mani ne hanno abusato, a volte senza averne compreso l'essenza ed il travaglio? Marzio fa parte dell'ultima generazione di climber, anche se ha iniziato a scalare nelle falesie vicino a casa come la generazione precedente. Ha saputo rinnovarsi e adattarsi perfettamente al nuovo mondo, le palestre, i pannelli, le gare, gli ottocì. Nonostante arrampichi in falesia solo quando gli rimane un po' di tempo, Marzio ha saputo mantenere un livello eccellente, il tanto per essere considerato uno dei migliori arrampicatori italiani. Tutt'altro che figlio della sbarra o "ciapa e tira", dotato di notevole forza di dita e di un'invidiabile senso del movimento, questo inconfondibile ragazzo mingherlino dalla testa rasata ha dato le migliori prove di sè sugli itinerari tecnici, proprio su quelle placche che oggi tutti rifiutano in nome del "dio strapiombo". Ed è per questi suoi trascorsi che oggi è forse il tracciatore più temuto alle gare, per quei suoi ristabilimenti e uscite su tacchette, per quel non rassegnarsi ad una creazione priva di intelligenza motoria, seppur distante anni luce dalla roccia naturale. Oggi Marzio crea lui stesso le prese sulle quali disegna i movimenti delle competizioni e gestisce con un socio una nuovissima palestra a Torino: sembrerebbe insomma sistemato, uno dei pochi climber che in Italia riescono a vivere di arrampicata, tanto di cappello! Ma che effetto fa a Marzio stringere la roccia naturale tra le dita, dopo che l'80% del suo tempo lo passa attaccato al muro e alle corde avvitando prese? Naturalmente glielo sono andato a chiedere nella sua palestra di Torino, non prima di averlo visto all'opera sulle rocce della Sardegna dove ha magistralmente superato a vista un paio di itinerari supertecnici e senza una sola traccia di magnesite. Vedere Marzio sul lavoro è certo meno piacevole che in falesia, dove è più rilassato; tuttavia oggi è sempre così impegnato... che ho dovuto chiedere un appuntamento nel suo ufficio: il pannello, appunto. Essere tracciatori a livello internazionale è molto stressante, così come dover creare il tracciato giusto in pochi giorni. Sulla roccia il riscontro non è così immediato e non si è sottoposti a questo tipo di esami senza appello. Senza contare, poi, che stare al passo con questi energumeni - fanno delle cose... - non è cosa da poco! Ma Marzio ci riesce e anche bene, anche se ammette di aver imboccato questa strada perchè non riusciva più a rendere in competizione e per non rimanere fuori dal giro... Dopo aver tracciato qualche itinerario estremo in Val di Susa, dove è stato tra i primi ad essere salito oltre l'8a, Marzio decise che l'aspetto creativo del tracciatore lo attirava e che, con un po' di fortuna, poteva essere il lavoro della sua vita. Naturalmente Marzio trasferì il suo livello e il suo talento sulla plastica, conferendo ai suoi tracciati una componente tecnica inconfondibile. "Ma sei conscio - gli ho domandato - di quello che fai? Con le tue trovate rischi di far cambiare la moda del momento dagli strapiombi alla placca! I tracciatori ad alto livello hanno forse tanto potere?". "Non credo - mi risponde pacato Marzio - lo stile di partenza è sempre lo strapiombo, forse per una questione di spettacolo. Tuttavia, come nella prova di coppa del mondo di Kranj in Slovenia, io cerco sempre di trovare delle soluzioni nuove, in questo caso una lunga via di resistenza in strapiombo, sempre molto tecnica. Ha creato problemi a più di un top climber e non ho avuto la soddisfazione di vedere nessuno che la terminava!" "Comunque - continua Marzio - se vuoi rinnovarti ed essere veramente creativo, devi per forza trovare nuove soluzioni tecniche, non puoi affidarti solo alla forza. In questo campo gli atleti hanno veramente dei livelli altissimi!" "Senti Marzio, visto che disegni anche prese, vorrei sapere se, secondo te, una presa deve somigliare o no ad una naturale..." Marzio rimane un po' interdetto, forse infastidito dal continuo voler paragonare l'arrampicata su plastica a quella naturale. Poi riprende a parlare "...le nuove forme delle prese, a volte un po' surreali hanno permesso nuove prensioni e nuovi movimenti, l'affermarsi di nuove tecniche realizzabili quasi esclusivamente sul sintetico. Penso a François Legrand e François Petit, fortissimi in competizione, meno in falesia. Logicamente si studiano sempre nuove soluzioni, nuove tecniche di riposo, il tracciatore non può non essere aggiornato, immediatamente verrebbe escluso dal giro..." "Si ma - insisto - perchè ad esempio mettere nei tracciati di gara quelle orribili stalattiti artificiali, si vuole forse far somigliare la struttura ad una parete? Che senso ha?" "Le stalattiti - replica Marzio - obbligano forse l'arrampicatore a girarsi verso il pubblico, e poi danno una certa varietà, io non le trovo così malvage...". Chiedo allora a Marzio di parlarmi del suo lavoro, degli aspetti più stressanti e diversi da quelli del tracciatore di falesie: "...anticipare i movimenti è un compito specifico che non esiste quasi sulla roccia ed è molto difficile, devi immaginarti tutte le possibili soluzioni e calarti nei panni dell'arrampicatore che raggiunge quel punto della via, anche a livello psicologico" "Senti Marzio, ma quando in parete non si riesce a passare i "nuovi" chiodatori scavano. E tu cosa fai, metti una presa senza provare più di tanto?" "Certo che provo ma a priori non ci devono essere passaggi che non riesco a fare, non mi è mai capitato di arrivare alla gara lasciando un passaggio irrealizzato.." "Ma allora, chi traccia le competizioni di bouldering (stile masso) come fa, è fortissimo?" "Lì è veramente duro - risponde Marzio - è un mondo a parte dove tutto si gioca sulla tecnica. Io non mi sono mai cimentato con questo tipo di tracciati, ma penso che ormai oggi si vada verso l'iperspecializzazione. Gli atleti che fanno le competizioni, ad esempio, vanno in falesia solo per avere una conferma del loro grado di preparazione, ma hanno un altro tipo di allenamento rispetto a chi mira alle massime difficoltà su roccia naturale. La polivalenza è un sogno sempre più esclusivo...". E sì, ho visto ieri sera Marzio che parlava ad una conferenza sulla competizione in alpinismo. Cosa c'entra? Ho subito pensato. Gli organizzatori dicevano, più o meno, che le gare sono l'evoluzione dell'alpinismo, di quella parte di alpinismo che è sempre stato competitivo. Io non ci ho mai creduto e penso all'arrampicata competitiva come ad un qualunque sport nato da un gesto atletico, a prescindere dal fatto che discenda o meno dall'alpinismo, senza bisogno che esso abbia connotati filosofici o che si tracci un percorso evolutivo o involutivo. Quanto ai giocattoli che inventa Marzio li trovo splendidi come le cose migliori che ha saputo esprimere l'ingegno umano, quando mirabilmente ha saputo fondere intelligenza con senso artistico. Certo sono un po' diversi dalla nord delle Jorasses sulla quale "gareggiava" Cassin, ma questa, perdonatemi, è tutta un'altra storia...