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(1997)
L'ESPLORAZIONE
ALPINISTICA DELLA COSTA CENTRO-ORIENTALE DELLA SARDEGNA
Dall'"alpinismo di ricerca" all'arrampicata moderna di Maurizio Oviglia
Pubblicato sull'Annuario 1997 del Club Alpino Accademico Italiano
Com'è
noto l'entroterra della Sardegna centro-orientale, meglio conosciuto
come Supramonte, è uno dei territori più selvaggi d'Italia. In particolare,
il Golfo di Orosei, che si estende tra i paesi di Santa Maria Navarrese
e Cala Gonone, è probabilmente il luogo più affascinante dell'isola,
sicuramente il più interessante sotto il profilo alpinistico. Si tratta
di più di 40 km di scogliere alte sino a 400 m, di selvagge e dirupate
valli irte di pareti calcaree, di aridi altipiani posti ad un altitudine
di 1000 m sul livello del mare. Su questa porzione di territorio non
esistono abitazioni, fatta eccezione per pochi ovili, e le strade, al
95% sterrate, non raggiungono quasi mai la costa. Anche i sentieri,
quasi tutti mal tracciati e non segnati, contribuiscono ad accrescere
la fama di inaccessibilità che è in definitiva è il vero fascino di
questi luoghi. Nei primi anni '80 è stato studiato un percorso escursionistico
che collegasse, da sud a nord, tutte le cale (spiagge) della costa.
Questo trekking, denominato "Selvaggio Blu" è oggi ripreso da poche
guide italiane esperte del luogo, come Cristiano Delisi e Marcello Cominetti,
ma non è mai stato percorso integralmente. Per la difficoltà degli approvigionamenti
e per la mancanza di punti di riferimento e di sentieri tracciati, Selvaggio
Blu è oggi considerato il trekking più difficile e affascinante d'Italia.
Data una rapida idea del territorio dal punto di vista geografico-ambientale,
non resta che parlare delle falesie, ancora in minima parte esplorate,
che occupano gran parte della costa e del suo immediato entroterra.
Recentemente ho avuto la fortuna di occuparmi della compilazione della
prima guida sulla Sardegna della collana CAI-TCI. _ stata l'occasione
che apettavo per censire tutti gli itinerari del Supramonte, sicuramente
il "piatto forte" dell'isola, ma anche per analizzare la storia alpinistica
di questi luoghi, a mio parere estremamente interessante e, fino ad
ora, abbastanza trascurata dalle cronache alpinistiche. _ opinione comune
che in Sardegna non vi siano montagne e che di conseguenza non vi possano
essere imprese alpinistiche degne di nota. Ciò è senz'altro vero se
si scorrono le cronache sino agli anni '70. Fino ad allora, infatti,
la Sardegna fu quasi sempre trascurata dagli alpinisti, se si eccettua
qualche visita da parte di Cesare Maestri, di Walter Bonatti, di Alessandro
Partel dei finanzieri di Predazzo. Da tutti questi alpinisti, tuttavia,
il Golfo di Orosei non fu neanche preso in considerazione. La storia
alpinistica di questi luoghi inizia "solo" nel 1980, ed è interessante
perchè il suo corso coincide con l'evoluzione, in altre parti d'Italia
meno chiaro, dall'alpinismo di ricerca derivato dalla filosofia del
Nuovo Mattino all'arrampicata moderna, sia essa quella definita comunemente
come "sportiva", sia quella che predilige le alte difficoltà superate
dal basso e con limitato uso di spit. Le imprese alpinistiche sulle
pareti di questo remoto angolo di Sardegna, nella quasi totalità dei
casi vie nuove, possono quindi definirsi a ragione di tipo esplorativo,
a prescindere dal fatto che i primi salitori abbiano utilizzato tecniche
di apertura più o meno tradizionali. E, come accennavo prima, trattandosi
di una storia giovane e breve, priva di contaminazioni di stampo tradizionale
come nelle aree alpine, è qui più facile cogliere i cambiamenti e l'evoluzione
dell'alpinismo su roccia degli ultimi 20 anni, compito che pare assai
arduo nelle altre regioni geografiche. Il "Nuovo Mattino" in Sardegna
La cosidetta filosofia del "Nuovo Mattino" prese corpo nella regione
nord-occidentale delle Alpi dalla penna di Gian Piero Motti, intelligente
alpinista piemontese morto suicida nel 1983. Queste idee, che auspicavano
a grandi linee il ritorno ad un alpinismo più ludico (meno eroico e
intriso di sofferenza) sullo stampo di quello praticato in California,
e alla rinuncia della vetta come unico fine dell'azione dell'alpinista,
apriva di fatto all'occhio dell'alpinista-arrampicatore una serie di
strutture fino allora ignorate, come le scogliere, le vie che conducevano
semplicemente su altipiani, i sassi, le cascate di ghiaccio. Ma se Gian
Piero Motti fu il teorico del Nuovo Mattino altri alpinisti, come Ugo
Manera, Gian Carlo Grassi e soprattutto Alessandro Gogna, si incaricarono
in seguito di mettere in pratica le sue idee, aprendo una quantità impressionante
di vie su tutti i terreni e in tutti i luoghi fino ad allora trascurati.
Si può infatti, per questi motivi, considerare a ragione il Nuovo Mattino
come una rivoluzione rispetto al precedente modo di intendere l'alpinismo,
rivoluzione che, sebbene i loro stessi padri ne presero successivamente
le distanze, portò in seguito all'affermarsi dell'arrampicata sportiva,
proprio come estrema conseguenza del rifiuto del rischio in favore dell'estetica
e del movimento, sfociata poi nell'ossessiva ricerca della difficoltà
pura come unico metro di valutazione dell'exploit sportivo. La cristallizzazione
della filosofia di Motti trovò, com'era prevedibile, terreno ideale
in Sardegna. Quale luogo migliore, infatti, dove ricercare e mettere
in pratica la propria "via che conduce all'altipiano", per usare una
terminologia cara ai teorici del Nuovo Mattino? Alessandro Gogna, com'è
noto, da molti anni si occupava di portare avanti "un'alpinismo di ricerca"
sulle pareti e i terreni più eterogeei: Questo alpinismo può, a mio
modesto avviso, identificarsi come il vero alpinismo moderno sulle Alpi,
nato dall'esaurirsi dei grandi problemi invernali che avevano caratterizzato
l'azione di Bonatti, Bonnington e Desmaison nel decennio precedente.
Mentre nel M. Bianco si introduceva l'uso dello spit (Michel Piola e
fratelli Remy ma anche Mariacher in Marmolada) e si apriva la stagione
dei concatenamenti e dell'exploit sportivo, poco spazio era rimasto
a chi proseguiva secondo un etica tradizionale. Proprio Heinz Mariacher,
ma soprattutto Igor Koller con la via del Pesce sulla parete sud della
Marmolada, aprì la strada a Maurizio Giordani, introducendo l'alta difficoltà
(senza uso di spit) su pareti già ampiamente superate precedentemente
e quindi, in un certo senso, prive della maggiore incognita. Qui si
creò una prima frattura tra l'alpinismo di avanguardia occidentale (uso
di spit) e quello orientale, teso a proseguire nel corso della tradizione.
Tuttavia Alessandro Gogna, ma anche, ad esempio Gian Carlo Grassi, trovò
nelle idee di Motti nuovi spunti per proseguire la sua ricerca al di
là delle pareti alpine. Com'è risaputo egli si dedicò, a cavallo del
1980, all'esplorazione dell'Italia meridionale e insulare, fino ad allora
ancora alpinisticamente sconosciuta. La lungimiranza teorica di Motti
e quella pratica di Gogna portarono, di fatto, alla scoperta e alla
valorizzazione di terreni in prevalenza calcarei che in seguito si rivelarono
i più adatti alla pratica dell'arrampicata sportiva e all'uso dello
spit. Tuttavia Gogna e i suoi compagni praticavano un'arrampicata pulita
(protezioni naturali), in linea con la tradizione, spinta però agli
eccessi della difficoltà tecnica grazie alla presenza - nel team attivo
sull'isola, di due fuoriclasse dell'arrampicata del momento, Maurizio
Zanolla (Manolo) e Marco Bernardi. Questi possedevano in quel periodo
un elevato livello te senza altri paragoni, credo, in Italia) che li
rendeva capaci di dominare psicologicamente la parete ancor prima di
salirla. Questo spiega come, fatto del tutto nuovo nella storia dell'alpinismo,
nel Golfo di Orosei le pareti furono affrontate in prima salita per
le vie più esetiche e difficili, tralasciando le possibili "vie normali".
Questa considerazione è importante perchè evidenzia come il cammino
evolutivo dell'alpinismo italiano su roccia passi attraverso la Sardegna,
e come proprio sulle pareti della costa furono abbattuti certi limiti
tecnici e psicologici quasi prima che sulle palestre di roccia (se si
eccettua il Monte Totoga di Manolo). A questo punto è utile fornire
dei dati concreti sulle vie e offrire al lettore la cronistoria dei
fatti. La prima parete ad essere superata fu l'evidente pilastro meridionale
della Punta Giradili, che cade per più di 400 metri verticali sulla
costa. Il 2 luglio 1980 Bernardi e Persico salirono per una linea assai
avanguardistica, a destra del flio del pilastro, superando difficoltà
continue di VI e VII (solo VI dichiarato dai primi salitori) e un tratto
di A3 (via del Carasau). Nonostante i numerosi tentativi la via risulta
ad oggi ripetuta una sola volta. Il 22 gennaio 1981 è la volta della
prima salita della celeberrima Aguglia di Goloritzè, portata a termine
da Manolo e Gogna nonostante il vento fortissimo. La via era stata invano
tentata e sempre ci si era dovuti arrendere ad un liscio e improteggibile
camino dove oggi è stato aggiunto persino uno spit (curioso rilevare,
a questo proposito, che Gogna valutò il passaggio VI-). Anche in questo
caso i primi salitori superarono difficoltà di VII grado in prima salita
(via Sinfonia dei mulini a vento). Il 29 aprile è la volta della prima
salita di Punta Argennas (via Capo ferito), una falesia lunga 1 km e
alta 300 metri, proprio di fronte alla Punta Giradili. La via, opera
di Bernardi e Gogna, supera 200 metri di fessure estreme con difficoltà
dal VI al VII continue. Ma due giorni dopo, il 1 maggio 1981, è il giorno
dell'impresa più bella e più difficile, la parete SE del Monte Ginnirco,
350 metri di roccia divisa a metà da una cengia. Bernardi e Gogna salgono
su diedri liscinella prima parte e parete aperta nella seconda, quasi
priva di fessure. Le difficoltà raggiungono in questo caso l'VIII-,
superato dai primi salitori con pochissimi chiodi e praticamente, se
si eccettuano due riposi, direttamente in libera. La via è tutt'oggi
irripetuta. Altri esempi di talento ad opera degli stessi si possono
ritrovare su altre pareti più all'interno ma con queste imprese, Gogna,
Manolo e Bernardi risolsero quasi tutti i problemi più evidenti della
zona, lungo le vie esteticamente più belle e più difficili. L'eredità
dei padri Comprensibile che non fu facile raccogliere il testimone lasciato
da Gogna e compagni. Senza dubbio appariva difficile dire qualche cosa
di nuovo, restava però la possibilità di esplorare nuove zone e di aggiungere
nuovi itinerari alle pareti così brillantemente superate. La cronistoria
dei fatti negli anni a venire ci disegna un quadro cosmopolita di alpinisti
e arrampicatori che, chi più chi meno, cercò di ripetere, spesso invano,
le imprese dei padri. Così, quattro anni dopo, un gruppo di emiliani
facenti capo a Lorenzo Nadali operò un'esplorazione a tappeto della
favolosa Codula di Luna, aprendo una serie di itinerari brevi e difficili
più una bella impresa sulla parete ovest dell'Aguglia, unica forse per
difficoltà e ardimento, ad avvicinarsi alle vie del 1981. Ma anche le
due vie di Nadali sulla Punta Pìgas nella Codula di Luna, seppure mai
riprese, sembrano rievocare i giorni d'oro. Di queste esplorazioni va
lodato particolarmente lo spirito di ricerca del gruppo, che bivaccò
per giorni alla base delle pareti, lontano dai centri abitati e in mezzo
agli animali selvatici. Le pareti, poi, erano raggiungibili solo al
prezzo di faticose camminate tra l'intricata macchia mediterranea. Parallelamente
il sottoscritto risolse in parte lo spigolo SE del M. Ginnircu terminato
poi nella parte bassa sotto la cengia dallo stesso Gogna in compagnia
degli emiliani. Ma occorre attendere sino al 1991 per avere un'altra
impresa del livello precedente. Il trentino d'adozione Marcello Cominetti
superò le pareti di Capo Monte Santu con due vie difficili, la prima
aperta nel 1983. Ricorrendo spesso (rispetto alle vie di Bernardi e
Manolo) all'artificiale, a qualche raro spit, Cominetti ebbe ragione
di queste scogliere a picco sul mare che si rivelarono delle vere e
proprie big wall (450 metri di sviluppo) con difficoltà in libera sino
all'VIII- e difficoltà di accesso e di ritirata. Sono queste, ad oggi,
le salite più impegnative della Sardegna. Ultimo interprete del "Nuovo
Mattino", seppure in piena era moderna, sembra essere il giovane isolano
Luigi Scema, approdato rapidamente all'arrampicata dopo un passato speleologico.
Votato ad un etica tradizionale più che per scelta ideologica per necessità
di trovare un proprio spazio, Luigi esplora ciò che fino ad allora rimane
tralasciato dalle cordate precedenti. Così il 6 aprile 1996 è la volta
della grande parete della Birìola, a sud di Cala Sisìne, una delle pareti
più alte della Sardegna, rimasta fino ad allora incalata per le notevoli
difficoltà di accesso. Luigi sale le prime due lunghezze in solitaria
e prosegue poi con un compagno successivamente sino in cima. La via,
lunga 520 metri e difficile sino al VII grado, sale tuttavia nelle zone
più deboli della parete. Anche lo spigolo di Punta Salina, che incombe
sull'Aguglia di Goloritzè, già precedentemente tentato, è risolto nel
1996 da Luigi Scema. La via dell'Ictus, lunga 225 m, non beneficia di
roccia bellissima ma era senz'altro uno dei problemi più logici e evidenti.
Ma è curioso rilevare come nel maggio 1997 il cerchio si chiuda con
la salita da parte dello stesso Gogna, più di 15 anni dopo le prime
vie, della falesia di Oronnoro, poco a N della Birìola. Certamente appare
evidente come sempre meno siano gli alpinisti pronti a dedicarsi all'esplorazione
rimanendo nel solco della tradizione, senza ricorrere agli spit. L'arrampicata
sportiva prima e in seguito le moderne tecniche di apertura delle vie
dal basso con il trapano (alla Piola) sono senza dubbio affascinanti
e permettono in più di tracciare itinerari bellissimi e appetibili per
i ripetitori. Da questi gli apritori traggono senza dubbio lo stimolo
e il riconoscimento per la loro attività. Comprensibile quindi che la
maggiorparte degli apritori in Sardegna ne siano stati attratti lasciando
l'apertura di vie di stampo tradizionale ad un manipolo di romantici
se non, come nell'ultimo caso, agli stessi protagonisti del passato.
Tuttavia non è giusto parlare di involuzione anche se non è del tutto
chiaro se superare le stesse pareti vinte in passato con largo uso di
spit sia un progresso. La mia opinione è che evoluzione c'è nel momento
in cui si affrontano ostacoli e difficoltà prima impensabili, su specchi
di calcare lisci o strapiombanti, e con apertura dal basso senza artificiale.
Dove queste vie, pur presentando una chiodatura totale a spit, mantengano
un notevole impegno psicologico e distanze elevate tra i punti fissi,
allora forse è dato parlare di evoluzione. Non è comunque dimostrabile
a priori che queste stesse vie non possano un giorno essere superate
in etica tradizionale ma il terreno di gioco è quasi infinito e aperto
ad ogni tipo di performance. In tal senso mi auguro che su queste rocce
continui ad esserci la massima libertà per tutti, ognuno secondo la
propria etica d'apertura, anche qualora essa preveda l'attrezzatura
dall'alto. I protagonsti dello spit I primi ad introdurre l'uso dello
spit su queste pareti furono gli stessi emiliani che continuarono l'opera
dei pionieri in stile tradizionale nella Codula di Luna. Data 1986,
infatti, la via Spleen sulla parte superiore del Monte Ginnircu, nata
forse per necessità di trovare un parallelo italiano al Verdon. Furono
infatti attrezzate secondo l'ottica francese (col trapano e dall'alto)
una serie di itinerari nella parte superiore della bastionata, a cui
fu per l'occasione dato il nome di Regno dei Cieli. Sull'esempio di
queste vie furono tracciate la bella Wolfgang Gullich, una via di 400
metri sul pilastro del Giradili e Nel Regno dei Cieli sul Monte Ginnircu,
ad opera del cagliaritano Enzo Lecis, già arrampicatore sportivo e apritore
sulle piccole falesie. Altri esempi furono le vie sportive all'Aguglia
e sulla P. Argennas, opera del sottoscritto, tutti itinerari bellissimi
ma con scarso aggancio alla tradizione, proprio perchè aperti dall'alto.
Ma più interessante fu il cammino evolutivo dell'uso dello spit salendo
dal basso e piantando le protezioni grazie al cliff-hanger, gancio metallico
a cui ci si sospende per fare i fori. Appare curioso il fatto che in
un primo tempo questa metodologia fu del tutto trascurata in Sardegna,
vedendo la luce solo nel 1988 sulle pareti di Punta Cusidore, peraltro
più fratturate e meno impegnative di quelle della costa. Dopo un tirocinio
sulle altre pareti dell'isola è il sottoscritto che inaugura questa
tecnica sulle grandi pareti del Golfo. Il 10 ottobre 1995 in compagnia
di Simone Sarti supero dal basso il settore destro di Punta Argennas,
alto solo 135 metri ma con difficoltà sino all'VIII grado. Negli stessi
giorni ad affacciarsi al mare è una cordata d'eccezione quella composta
dal celebre Michel Piola e l'astro nascente Manlio Motto. Insieme attaccano
il pilastro S di Punta Giradili, lo stesso della via di Bernardi, e
lo salgono per metà, prima di lasciare in sospeso la via. Nel novembre
del 1996 sono ancora io in compagnia dei valdostani Ogliengo e Raspo
a rilanciare la partita. Questa volta ad essere presa di mira è la parte
sinistra della parete, verticale e strapiombante. Il superamento del
tratto centrale della nuova via (via Mediterraneo), una lunghezza di
VIII+ interamente strapiombante e con diversi tratti obbligatori di
VII tra gli spit, evidenzia quali siano le potenzialità ancora inesplorate
di questa metodologia di apertura. Grande terminazione e onestà è tuttavia
richiesta all'apritore per non ricorrere all'artificiale e per lasciare
spazio "all'impossibile", volendo facilmente eliminabile chiodando da
spit a spit o facendo uso di più ganci. Occorre essere onesti e saper
rinunciare, oppure essere franchi e specificare quando si ricorre all'artificiale.
Il 1997, infine, mi ha regalato un'altra notevole via sulla P. Argennas,
poco a destra della storica Capo Ferito. Il nuovo itinerario sfrutta
placconate verticali e strapiombanti di calcare, difficili nella prima
parte a causa della scarsa lavorazione della roccia, parametro di difficoltà
peraltro fondamentale per questo tipo di aperture. La brusca impennata
degli ultimi due anni nella frequentazione di questi luoghi si deve
dunque certamente allo spit ma soprattutto alla presa di coscienza delle
potenzialità ancora non sfruttate di queste pareti. Quale che sia l'ottica
nell'affrontarle esse rappresentano senza dubbio una delle ultime frontiere
per l'esplorazione in Europa. Quaggiù, molto probabilmente, sarà scritta
l'evoluzione dell'arrampicata del futuro. Elenco delle vie Qui di seguito
presento un elenco di tutte le vie più lunghe della zona, riportandone
tuttavia solo i dati principali e rimandando per le relazioni alla recentissima
guida CAI-TCI e alle riviste specializzate. Le vie sono descritte da
sud a Nord. La difficoltà è espressa in scala UIAA e francese Punta
Argennas parete NE - CAPO FERITO - Marco Bernardi, Roberto Bonelli e
Alessandro Gogna, 29 aprile 1981. Sviluppo 215 m. Difficoltà ED, VII
(6b) max. La via non è attrezzata. parete NE - L'INVENTORE DI SOGNI
- Cecilia Marchi e Maurizio Oviglia, agosto 1997. Sviluppo 200 m. Difficoltà
ED+, VIII+ (7a) max., VII (6b+) obbligatorio. La via è attrezzata a
spit. parete E - AUTOPSIA DI UN ALIENO - Maurizio Oviglia e Simone Sarti
dall'alto, 19 ottobre 1995. Sviluppo 135 m. Difficoltà ED+, IX- (7b)
max., VII (6b+) obbligatorio. La via è attrezzata a spit. parete E -
TUTTI I COLORI DEL BUIO - Maurizio Oviglia e Simone Sarti, 10 ottobre
1995. Sviluppo 135 m. Difficoltà ED, VIII (7a) max., VII (6b+) obbligatorio.
La via è attrezzata a spit. Punta Giradili parete S - PEANUTS - Edoardo
De Marchi e Maurizio Oviglia, 16 marzo 1997 Sviluppo 80 m. Difficoltà
ED-, VII+ (6c) max., VII- (6b) obbligatorio. La via è attrezzata a spit.
parete W - MEDITERRANEO - Maurizio Oviglia, Mario Ogliengo e Patrick
Raspo, 23 e 24 ottobre 1997 Sviluppo 240 m. Difficoltà ED, VIII+ (7a+)
max., VII- (6b) obbligatorio. La via è attrezzata a spit. parete SW
- incompiuta - Manlio Motto e Michel Piola, 19 ottobre 1995 Sviluppo
200 m. Difficoltà ED+, VIII+ (7a) max., VII (6b+) obbligatorio. La via
è attrezzata a spit. pilastro S - WOLFGANG GULLICH - Enzo Lecis dall'alto,
primavera 1995 Sviluppo 390 m. Difficoltà ED+, VIII+ (7a) max., VII+
(6c) obbligatorio. La via è attrezzata a spit. pilastro S - CARASAU
- Marco Bernardi e Claudio Persico, 2 luglio 1980. Sviluppo 400 m. Difficoltà
ED+, VII- (6a+)/A3 max. La via non è attrezzata. parete SE - NEL REGNO
DEI CIELI - Mirco Giorgi 1989 e poi Enzo Lecis, 1997 dall'alto. Sviluppo
100 m. Difficoltà ED+, IX- (7b) max., VII (6b+) obbligatorio. La via
è attrezzata a spit. Monte Ginnircu parete S - PLEIN AIR - Gimmy da
Col e Fabrizio Stasi, 1989 dall'alto. Sviluppo 100 m. Difficoltà ED,
IX- (7b) max., VII- (6b) obbligatorio. La via è attrezzata a spit. parete
S - UN PIEDE IN PARADISO - Maurizio Oviglia, 1991 e 1994 dall'alto.
Sviluppo 90 m. Difficoltà ED+, VIII+ (7a+) max., VII+ (6c) obbligatorio.
La via è attrezzata a spit. parete S - SINTOMI PRIMORDIALI - Marco Bernardi
e Alessandro Gogna, 1 maggio 1981. Sviluppo 350 m. Difficoltà ED+, VIII-
(6c+) max. La via non è attrezzata. parete S - SPLEEN - Lorenzo Nadali
e Mauro Zanichelli, 1986 e 1988 dall'alto. Sviluppo 150 m. Difficoltà
ED+, VIII+ (7a+) max., VII+ (6c) obbligatorio. La via è attrezzata a
spit. spigolo SE - MURALES - Maurizio Oviglia e Bruno Poddesu, 17 maggio
1985. Sviluppo 250 m. Difficoltà TD, VI (5c)/A2 max. La via non è attrezzata.
spigolo SE - LA GABBIA DELLE DONNE - Gimmy De Col, Mirco Giorgi, Alessandro
Gogna e Mauro Zanichelli 2 gennaio 1986. Sviluppo 400 m. Difficoltà
TD+, VI+ (6a) max. La via non è attrezzata. Monte Santu parete E - Marcello
Cominetti e Sandro Pansini 1 maggio 1983. Sviluppo 400 m. Difficoltà
ED, VIII- (6c+) max. La via non è attrezzata. parete ESE - Marcello
Cominetti e Sandro Pansini 20 giugno 1991. Sviluppo 440 m. Difficoltà
ED+, VII+ (6c) max/A3. La via non è attrezzata. Punta Salina spigolo
E - VIA DELL ICTUS - Luigi Scema e T. Fadda, 8 giugno 1996. Sviluppo
225 m. Difficoltà ED-, VII (6b+) max. La via non è attrezzata. Aguglia
di Goloritzè parete E - IL MIO VELENO - Lorenzo Nadali e Mauro Zanichelli
il 20/12/1986 dall'alto. Sviluppo 105 m. Difficoltà ED, VIII (7a) max.,
VII+ (6c) obbligatorio. La via è attrezzata a spit. parete W - BUON
ANNO SIMPATIA - Lorenzo Nadali e Giuliana Scaglioni, 2 gennaio 1986.
Sviluppo 150 m. Difficoltà ED+, VIII- (6c+) max. La via non è attrezzata.
parete NE - SOLE INCANTATORE - Maurizio Oviglia l'8/4/1995 dall'alto.
Sviluppo 135 m. Difficoltà TD+, VII+ (6c) max., VII- (6a+) obbligatorio.
La via è attrezzata a spit. parete SW - L'ORSETTO LAVATORE E IL SUO
COMPARE - Fabrizio Dessì e Gian Luca Piras, il 23 e 24 settembre 1995
dall'alto. Sviluppo 115 m. Difficoltà ABO-, IX (7b+) max./1 passo di
A0, VIII- (6c+) obbligatorio. La via è attrezzata a spit. parete N -
SINFONIA DEI MULINI A VENTO - Maurizio Zanolla e Alessandro Gogna il
22/1/1981. Sviluppo 165 m. Difficoltà TD+, VII (6b) max. VI (5c) obbligatorio.
La via è attrezzata con qualche chiodo. Birìola parete E - STELLA DI
PRIMA LUNA - Luigi Scema e M. Manca, 1 giugno 1996. Sviluppo 525 m.
Difficoltà ED-, VII (6b) max. La via non è attrezzata. Falesia di Oronnoro
parete E - CANI E PORCI - Oscar Brambilla e Alessandro Gogna, 5 maggio
1997. Sviluppo 255 m. Difficoltà TD+, VII- (6a+) max. La via non è attrezzata.
Punta Pìgas (Còdula di Luna) parete SW - ASTROPHYTUM - Gimmy Da Col
e Lorenzo Nadali, 24 dicembre 1997. Sviluppo 355 m. Difficoltà ED, VII
(6b+) max. La via non è attrezzata. parete SW - I FAVORITI DELLA LUNA
- Gimmy Da Col e Lorenzo Nadali, 26 dicembre 1997. Sviluppo 290 m. Difficoltà
ED-, VII- (6b) max. La via non è attrezzata.
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