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(1992)

COMBE MAUDIT La falesia più alta del mondo di Maurizio Oviglia

Pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 144, Settembre 1992
 

Voi tutti certamente conoscente benissimo la Combe Maudit, una meravigliosa conca glaciale nel cuore del Monte Bianco... ed anche avrete almeno sentito parlare delle bellissime guglie di granito, dette "i satelliti", che essa racchiude. Su di esse molto è stato scritto e detto, soprattutto da quanti sulle loro ruvide rocce hanno tracciato itinerari che hanno un poco fatto la storia dell'alpinismo di questo secolo. In questo contesto io sono forse la persona meno adatta per illustrarvi le meraviglie del granito del Monte Bianco, non posso infatti vantare nessuna via aperta su queste rocce. Alpinisticamente poi, sono "nato ieri", e nella mia ancor breve carriera, ho avuto solamente la fortuna di vivere meravigliose esperienze ripetendo le vie che "i grandi" avevano disegnato su queste losanghe di granito. Tuttavia, nonostante le decine di vie ri-percorse, tutte le volte che ritorno, mi sembra di essere ancora un forestiero, un visitatore che si addentra in un enorme edificio sconosciuto! Da quando vivo su un'isola nel centro del Mediterraneo, poi, questo senso di estraneità non ha fatto che aumentare. Fare una salita sul Monte Bianco, mi sono accorto, è diventata per me un'esperienza del tutto differente alle tante fatte in gioventù, quando si lasciava Torino alle 4 del mattino alla volta di Courmayeur. Forse anch'io, che nonostante tutto sono cresciuto su queste montagne, sono cambiato, e ritorno oggi non più come conoscitore di uno spazio mio ma da visitatore. Mi trovo tuttavia a scrivere di questo enorme edificio e delle sue guglie, forse mio malgrado o forse, è necessario che trovi una motivazione a tanta presunzione, perchè ancora non ho letto da nessuna parte le vicende di questi ultimi anni, scritte per ora solo nei trafiletti delle cronache. Del resto io non ho certo la pretesa di tracciare la storia delle vie del Monte Bianco targate anni '80, tuttavia ho piacere che si sappia cosa "c'è dietro" ai numeri, ai gradi, ai nomi e a tante "grandi avventure" oggi finite nel dimenticatoio! Mi piace credere che, nonostante tutto sia cambiato, ancora oggi ci sia una filosofia, una motivazione, un'idea che ha spinto tali personaggi all'azione. "La storia siamo noi" diceva una nota canzone e io, con un po' di presunzione, non mi sento escluso, nonostante il Monte Bianco faccia ormai solo parte dei miei progetti estivi... Talvolta però capita, in tali circostanze, di accorgersi di essere più sensibili di quando addentrarsi nella Combe Maudit sembrava quasi una routine, di razionalizzare solo ora tante cose che sembravano parte di noi ma che giacevano sepolte nel nostro inconscio. Ho raggiunto forse solo adesso il necessario distacco per scrivere, senza soffrire troppo, dei posti che più ho amato nella mia adolescenza .PA Nuovi tempi, nuovi ideali, nuovi alpinisti Quando queste sesanzioni affiorano ci si chiede se siamo noi che siamo cambiati, o se per caso non sia tutto una conseguenza dei tempi attuali, così diversi da allora! Il Gran Capucin e i suoi formidabili "satelliti" di lucente granito arancio sono ancora là, come lo erano per Bonatti, per Motti, per Grassi, per Boivin, per Piola e molti altri. Ma quello che oggi ci si presenta davanti è tuttavia una realtà assai diversa da quella degli anni '60! Per quanto possiamo ignorare le decine di vie nuove aperte sui fianchi di queste guglie, non possiamo negare che esse hanno contribuito a sfatare un po' l'aria di impossibilità che si respirava al cospetto di queste lisci lastroni di granito. Anche se non tutti saranno contenti di questa realtà, bisogna prendere atto che questi luoghi sono diventati oggi "la più alta falesia del mondo" e che per questo siamo cambiati anche noi che meno timidamente appoggiamo la mano sulla roccia e più spensierati saltiamo la crepaccia che ci separa dall'attacco. Si, i tempi sono cambiati, ma non tutti sono diventati arrampicatori di falesia! E' ancora possibile ritornare ad essere solo alpinisti, come lo si era vent'anni fa, quando ci si accostava a queste rocce? Questa era la domanda che vagava nella mia testa quando, spossato dalla fatica di una difficile via sul Gran Capucin, risalivo per l'ennesima volta il pendio che porta al Col Flambeau. Essere alpinisti oggi è a mio parere doppiamente più difficile che vent'anni fa, anche se l'allenamento in falesia può far sembrare tutto più facile e bello. Eppure è terribilmente difficile trovare le motivazioni per rischiare ora che abbiamo conosciuto il piacere di arrampicare sicuri, ancora più arduo riuscire a coniugare il piacere con la sofferenza, il gesto con la performance, lo stile con l'istinto di sopravvivenza e la paura. Ebbene vi dirò che, se esiste un luogo in cui questo contrasto esiste elevato all'ennesima potenza è proprio lassù, sulla più alta falesia del mondo, dove per arrampicare bene sulle sue vie non basta essere bravi, avere forza, avere coraggio, ma occorre anche avere motivazioni valide per continuare ad essere un poco alpinisti, almeno un po' nello spirito anche se poco nei muscoli... Da tre ore stavo appeso a due spit aspettando che il mio compagno finisse quel maledetto tiro, ai miei piedi le ballerine mi facevano un male cane. E per di più questo vuoto sotto di me cominciava a nausearmi, per non parlare del sole che, scendendo a poco a poco lasciava spazio al freddo che qui, a 3800 metri certo si faceva sentire! Quando si sta tre ore appesi ad una sosta si ha il tempo per pensare a tante cose... una volta avevi lo zaino, magari eri su un terrazzino e lo aprivi, tiravi fuori la macchina fotografica, la borraccia, la frutta secca...e il tempo passava. Avevi con te la giaccavento e tutto quanto, anche la guida per leggere la relazione se volevi. Oggi invece sono appeso qui come un salame, non ho nè zaino e nè macchina fotografica, sono in calzamaglia e felpa e la relazione della vie è solo uno stupido foglietto che ho disegnato ieri sera e che tengo ripiegato in dodici parti nella scarpetta. Il mio tempo non passa mai e i miei pensieri sono spesso occupati dal dilemma se è meglio stare appoggiati alla roccia con la coscia o con le ginocchia! Certo che lo sapevo che sul Capitan certe cose si facevano già trent'anni fa ma allora, forse, non era lecito chiedersi il perchè! Si faceva e basta. Oggi non sai più cosa ci fai appeso per tre ore ad una sosta, quando in genere sei abituato a fare passare la corda nel maillon senza nemmeno toccarla! Eppure ci avevano detto che la via era chiodata, che c'erano gli spit! Avevo pensato che bastava arrampicare e che il 7a non era certo diverso da quello in falesia, anzi speravo in cuor mio fosse più semplice. Eppoi con una bella giornata di sole così che ce ne importava del fatto di essere a quasi 4000 metri? E invece subito avevamo dovuto fare i conti con questa maledettissima via... alla base non c'era il nome...e avevo subito sbagliato finendo su una placca liscia come uno specchio! La relazione dava 6a e io mi incapponivo per passare in libera, non sapendo che ero su una via di Voigler ancora da liberare. Il giochetto comunque ci era costato un'ora, senza pendolo e del traverso con corde incastrate per tornare sulla via giusta... Poi era venuta la placca di 6c, facile, rispetto ai 10 metri di 6a senza niente che venivano dopo. E la fessura rovescia di 6b dove i friend "ballavano" paurosamente? Una volta ai friend mi ci appendevo senza pensarci su, oggi la paura mi ingrossa gli avambracci che purtroppo per me si acciaiano troppo lentamente e mi lasciano il tempo per pensare...per pensare che è meglio non appenderti e cercare di sistemarlo meglio, forse un'altra misura... Ma tutto questo ancora era poco rispetto a quello che ci attendeva, ancora non sapevamo che gli spit della via erano piantati più sulle soste che sulla via...giusto, giustissimo e sacorsanto ,si direbbe! Ma questa via l'avevamo cercata e lentamente ne stavamo avendo ragione, solo che nei miei pensieri c'era un grande vuoto, e una volta raggiunta la cima non sapevo più per cosa essere felice... Già, è ancora possibile essere alpinisti? Mi ricordo che quando lo ero, o pensavo di esserlo, era tutto normale il fatto di soffrire per raggiungere la sosta della cima. Non mi aspettavo di divertirmi e sapevo di dover lottare per dover ritornare, per avere il diritto di essere felice. Ora non ho più certezze ma solo una gran confusione in testa, e risalire questo pendio di neve che mi riporterà al rifugio, mi lascia indifferente. La cosa tutto sommato mi spaventa moltissimo e penso che queste rocce hanno uno strano potere, hanno creato una frattura col mio passato. Ma piano piano mi rendo conto che ritornare è il solo modo per capirne di più, perchè nelle contraddizioni di queste vie sta il nocciolo di questo tormentato fine secolo, perchè qui possiamo trovare forse un giorno il senso del nostro passato... Non vorrei avervi spaventato con questo raccontino ma volevo farvi capire che, seppure non è azzardato parlare di falesia, non si tratta pur sempre di itinerari alla portata di tutti! Ma perchè ho parlato di falesia se il rischio fa capolino dietro l'angolo e le vie non sono per tutti? Non vorrete mica credere che due spit piantati su queste vie bastino per paragonare questi itinerari a quelli di una qualsiasi falesia! Credo piuttosto che sia la disposizione di tali itinerari a giustificare il parallelo e poi, soprattutto l'ottica con la quale essi sono stati concepiti. A questo punto è però necessaria un minimo di storia per giustificare queste affermazioni e per aggiornare quanti erano rimasti ai tempi di Lepiney, Bonatti e i Ragni di Lecco. La Combe Maudit è un anfiteatro glaciale posto all'apice della Valle Blanche, la parte superiore del ghiacciaio della Mer de Glace. Sovrastata dalla piramide del Mont Maudit, l'omonima Combe è forse più famosa per le stupende guglie granitiche che sorreggono il Mont Blanc de Tacul, che per i 4000 che ne fanno da contorno. Alcune di esse sono celeberrime, come il Gran Capucin, altre meno ma ugualmente interessanti e belle. La storia alpinistica ha spesso avuto questi luoghi come teatro delle più belle imprese arrampicatorie, tant'è che su queste pareti si sono alternati attraverso i decenni i migliori rocciatori occidentali. I nomi di questi li potrete ritrovare in qualunque guida o, molto più spesso, addirittura nei toponimi delle cime o delle vie. Non starò dunque a tracciare la storia di queste, seppur grandi, performance che tutti conoscono, ma accennerò a quanto è avvenuto negli anni 80, anni in cui si verificarono i cambiamenti che portarono ad una svolta nella concezione dell'apertura delle vie in montagna. Molti identificano questa svolta, più o meno positivamente, con la comparsa dello spit su queste pareti. Personalmente considero questo solo un fattore secondario e attribuisco invece più importanza alle idee che hanno portato a considerare queste guglie il terreno ideale per dare vita ad un nuovo modo di concepire l'arrampicata in montagna... Nei primi anni '80, dunque, lo spazio a disposizione per tracciare nuovi itinerari su queste pareti pareva esaurito. Alcuni personaggi, tra i quali il più noto è senz'altro Michel Piola, si accorsero però che era possibile fare ancora qualcosa se non si disdegnava l'uso dello spit come protezione. Era infatti possibile collegare sistemi di fessure attraverso placche fino allora ritenute inscalabili ma che, a ben guardare, si rivelavano ricche di concrezioni. Piola e i suoi amici elaborarono così una tecnica di ascensione che permise di realizzare numerosisssimi itinerari nel rispetto della tradizione, ovvero mantenendo quelle caratteristiche di incertezza e di "avventura" che sono tipiche di una prima salita. Essi si imposero infatti di salire sempre dal basso piazzando le protezioni man mano che procedevano, fermandosi in equilibrio sulle punte dei piedi o restando appesi con i cliff-hanger alle rugosità della roccia. La nuova regola prevedeva però anche l'uso esclusivo delle protezioni "pulite" quali nut e friend laddove questo risultasse possibile con facilità e senza eccessivo pericolo. Le vie così confezionate acquistavano notevole sostenutezza e guadagnavano in bellezza e difficoltà, tanto che i loro ideatori pensarono di estendere questa pratica a tutto il massiccio del Monte Bianco. Ma quello che, come si diceva, rappresentò il vero cambiamento, fu l'idea che questi itinerari dovessero divenire in breve tempo alla portata di tutti e realizzabili in relativa sicurezza dal maggior numero di persone. A lavorare a questo progetto fu senz'altro in un primo tempo solo Michel Piola che, più o meno consciamente, trasformò l'intero massiccio in una gigantesca falesia. Il concetto di creare una via per tutti fu il leit-motiv che portò su queste pareti di già facile accesso la possibilità, ad esempio, di scendere in doppie per la stessa via su ancoraggi sicuri e la conseguente possibilità di arrampicare leggeri. Si trattava insomma di una vera e propria innovazione e la cosa incontrò subito grande successo nell'ambiente transalpino e un più timido consenso in quello italiano, forse più tradizionalista. Tuttavia, come si diceva, tali vie conservarono notevoli agganci con la tradizione, in virtù del fatto del doversi proteggere nelle fessure o per la distanza delle protezioni in alcuni tratti. Un terreno, nonostante tutto, non accessibile a tutti, soprattutto per coloro che non hanno mai arrampicato al di fuori della falesia. Sul discorso della pericolosità delle vie si potrebbe poi parlare all'infinito e il tutto risulterebbe poi sempre soggettivo: dirò soltanto che se si prescinde dalla difficoltà, le vie moderne sono senz'altro meno pericolose di quelle classiche, anche se per arrampicare senza eccessivo rischio è necessario avere un livello minimo che coincide il più delle volte con la capacità di salire del 6a anche con protezioni distanziate di diversi metri. Sulla scia di Piola arrivarono poi i vari Voigler e Remy, in un primo tempo meno favorevoli all'impiego dello spit, fino ad arrivare ad oggi, epoca in cui, giunti alla base di queste gigantesche guglie di granito possiamo scegliere a nostro piacimento la nostra via ideale, proprio come nella falesia vicino alla nostra città... Le regole del gioco Abbiamo prima accennato quali fossero i criteri con i quali gli apritori tracciarono le vie moderne della Combe Maudit, ma cosa ci si deve attendere quando si parte per ripetere uno di questi itinerari? In effetti non è raro incontrare arrampicatori che partono convinti di affrontare difficoltà del tutto diverse da quelle che poi sono stati costretti a sormontare... La cattiva informazione non è da attribuire alla scarsa pubblicità fatta su queste vie, anzi, esse compaiono e sono apparse su diverse guide ed articoli. Il problema è che nessuno si è preso mai la briga di specificare bene come queste vie sono attrezzate e quali sono le capacità minime che occorre possedere per non incorrere in una intossicazione da adrenalina o, nel peggiore dei casi, in lunghi voli. Comincerò col dire che, in tutta evidenza, trattandosi di vie che congiungono i vari sistemi di fessure attraverso le placche, vi si trovano molti passaggi obbligatori. Ma che cos'è un passaggio obbligatorio? Quando sulle placche esistono delle protezioni fisse quali chiodi e spit, a volte, la distanza tra di essi può richiedere il superamento di tale tratto esclusivamente in libera, non esistendo possibilità di aiutarsi artificialmente. La difficoltà del passaggio obbligatorio più difficile è divenuta quindi un parametro molto importante per chi si accosta a queste vie, tanto che essa è sempre specificata. Se i passaggi obbligatori raggiungono il 6a, ad esempio, l'arrampicatore che si accinge a fare quella determinata via deve regolarsi di conseguenza, allenandosi per superare il 6a in qualsiasi circostanza. Diversamente è possibile che in quel tratto di parete egli non riesca a salire o incorra in un lungo volo... Altro parametro importante ma non nuovo è la valutazione generale della via nella scala francese (D,TD,ED,ABO...). Su questa non sembrerebbe esserci nulla da aggiungere esprimendo, oggi come ieri, l'impegno generale della via. Senonchè cambiando i tempi, sono cambiati anche il concetto di facile e difficile. Una via ED di vent'anni fa era una via che presentava parecchi passaggi di VI grado (il 5c di oggi). Ora una via del genere verrebbe valutata D. Come sapere allora a cosa si va incontro? Posso solo dire che oggi una via classificata ED nel Monte Bianco è una via che può presentare passaggi sino al 6c/7a e una difficoltà obbligatoria che va dal 6b al 6c. Ognuno si regoli di conseguenza! Ma venendo alle doti necessarie per superare queste vie va detto che è implicita la conoscenza della posa delle protezioni quali i nut e i friend, così come la conoscenza delle tecniche granitiche come l'incastro e l'opposizione. Per farla breve dirò che in generale nelle fessure non troverete protezioni fisse e che dovrete piazzarvele da voi. Se non conoscete la tecnica ad incastro, i passaggi potranno sembrarvi molto più difficili di quanto sono valutati... Per contro troverete le soste sempre attrezzate e la possibilità di scendere in doppia quando vi sarete stufati. .pa Il terreno di gioco Chiuso il discorso sulle difficoltà vorrei proporvi qualche bella salita sulle guglie granitiche del Mont Blanc du Tacul. Per motivi di spazio ne esaminerò solo alcune, ma spero che la scelta di itinerari che vi proporrò sia abbastanza esaustiva. Il Clocher du Tacul 3853 m Il Clocher è una struttura poco appariscente ma molto bella posta sulla sinistra di tutte le altre guglie. Rispetto alle vicine ha forma più tozza e si presenta come una grande parete rotta da molti diedri e fessure. Sulla destra di questa, una bella parete di granito rosso è denominata Pilier Rouge e su di essa vi si trovano le vie più interessanti di tutta la struttura. Sul Clocher du Tacul troverete quindi vie di puro stile granitico con abbondanza di diedri e fessure da salire ad incastro. Su queste vie, salite da Boivin e Profit tra il 1978 e il 1981, l'attrezzatura in loco è assai scarsa. Su di esse potrete apprezzare l'etica "pulita" del clean-climbing. Tra esse le più famose sono Yosemitac Ethics (350 m, ED, difficoltà massima 7a), Fissurissime (350 m, TD+, un passaggio di 7a) e Profiterole (350 m, TD+, difficoltà massima 6c). Sul Pilier Rouge vi sono bellissime arrampicate tra cui la classica Pilier Rouge (250 m, ED, difficoltà massima di 6c) e la più difficile L'Ivresse des Latitudes (250 m, ED+, difficoltà massima di 7a), un itinerario firmato Michel Piola. Più a destra c'è ancora una splendida via, L'Empire State Building che mi riservo di descrivervi dettagliatamente in seguito La Chandelle 3561 m A destra del Clocher troviamo la Chandelle, uno stupendo monolito di granito arancio divenuto noto con la salita di Bonatti e Gallieni nel 1960. In effetti tale via si rivelò talmente moderna nella linea e nella concezione da farne una grande classica anche oggi. La Chandelle è una struttura molto frequentata in virtù della sua felice esposizione a sud e di recente, la salita della splendida via Tabou da parte del solito Michel Piola, ha contribuito ad allargarne la fama presso gli arrampicatori che già conoscevano la via Bonatti (200 m, TD+, 7b se si sale integralmente in libera, altrimenti 6b/A1). Dalla cima potrete godere una vista mozzafiato sulla parete sud del Gran Capucin e sul vicino e slanciato Trident du Tacul. Trident du Tacul 3639 m Di forma inconfondibile, il Trident domina la Valle Blanche con la sua parete slanciata striata di fessure rettilinee. Le vie sul Trident sono rimaste per lunghi anni poche e solo ultimamente la struttura pare essere ritornata alla ribalta. Il merito di questo va senz'altro ad alcune cordate italiane, tra cui spiccano i nomi di Daniele Caneparo, Francesco Arneodo, Roberto Mochino. Sulla scia di questi ultimi si è inserito Romain Voigler che ha tracciato due vie molto difficili e atletiche, con stile di fessura e con poco materiale in posto. Eclipse (250 m, ABO-, 7a) e Bonne Ethique (230 m, ED+, 6c+) sono degli itinerari severi che necessitano di una buona conoscenza della tecnica ad incastro e della posa degli ancoraggi. A lato di queste, le più facili Week-end in Transilvanya (250 m, ED, 6b) con passaggi di AO) e Settimo Sigillo (250m, TD+, 6b) completano il quadro delle vie recenti sul Trident. Oltre a queste la classica Lepiney di quinto grado continua ad essere molto frequentata, nonostante la prima parte della via, rivolta a ovest e spesso ghiacciata, sia tutt'altro che invitante... Gran Capucin 3838 m Questa formidabile guglia granitica è, per la sua bellezza e esteticità una delle più belle architetture delle Alpi. Per più di 400 metri si alza dal ghiacciaio pianeggiante con una serie ininterrotta di placche verticali striate da enormi tetti. Su queste verticali pareti si sono succedute, attraverso i tempi, alcune delle più gloriose imprese alpinistiche. Tra i nomi più famosi che hanno tracciato le vie di questa meravigliosa guglia troviamo A. Rey, W. Bonatti, i Ragni di Lecco, M. Piola, J.M. Boivin, R. Voigler ed altri ancora. Oggi si contano un totale di 20 itinerari e si può certamente dire che si è vicini alla saturazione e che alcuni di essi sono fin troppo vicini. Dagli arrampicatori moderni il Gran Capucin è stato ribattezzato Gran Cap, in luogo della somiglianza di alcuni suoi itinerari con l'ambiente della celebre parete di El Capitan in California. In effetti, seppure il Gran Capucin sia alto solo 400 metri e il Capitan 1000, l'esposizione e la continuità di alcune sue vie rendono il parallelo del tutto azzeccato. Fare una salita difficile sul Capucin è un po' come fare una Big Wall nostrana, perdipiù in un ambiente di alta montagna e ad una quota non indifferente. La vicinanza con i 4000 metri infatti si fa sentire spesso, specialmente nei passaggi più faticosi sotto la vetta. Le vie del Gran Cap sono tutte belle e molto eterogenee. Abbiamo vie classiche relativamente facili, classiche dell'estremo, salite artificiali stile big wall fino ai concatenamenti di vari itinerari. Ma esaminiamo più da vicino queste quattro categorie. Le classiche per eccellenza sono senz'altro la Via degli Svizzeri (300 m, ED-, 6a/A1) e la Bonatti-Ghigo (400 m, ED, 6c in libera), salite che non passano mai di moda e percorse da ogni fascia di arrampicatori. Sulle loro fessure sono passati i più accaniti "classiconi" che si sono limitati ad un misero 4+ in libera, sino ai free-climber che sono riusciti a non toccare neanche un chiodo. Le vicende della Bonatti-Ghigo, la sua schiodatura e richiodatura e il conto alla rovescia dei chiodi rimasti dal "liberare" hanno alimentato polemiche per oltre un ventennio! Le classiche dell'estremo sono la novità degli anni '80; stiamo parlando delle salite ritenute fino a poco tempo fa delle vere imprese e divenute oggi delle classiche tra gli arrampicatori provetti. La loro attrezzatura non è mai eccessiva ma nemmeno scarsa, sufficiente tutto sommato a guadagnarsi con sollievo la cima, anche tra i più bravi. Alcune di queste sono da considerarsi tra le più belle salite in roccia delle Alpi. Citiamo in questo gruppo la bella O Sole Mio (300 m, ED, 6b+), Voyage Selon Gulliver (300 m, ABO-, 7a in libera o 6b/A0) bellissima anche se non molto attrezzata, la moderna De Fil en Aiguille (200 m, ABO-, 7a), la Directe des Capucines (400 m, ED, 6c/AO), la meno moderna e frequentata del quartetto. Tra le big-wall artificiali segnaliamo la difficile Flagrant Delire (300 m, ED+, 6a/A4), e Eau et Gaz a tout les Etages (400 m, ED+, 6c/A3). I concatenamenti tra più itinerari offrono alcune perle come la famosa Echo des Alpages (400 m, ABO-, 7a+ o 6c/A3) ed altre combinazioni che potrete voi stessi trovare. Se vi interessa la difficoltà pura, poi, potrete anche cimentarvi con Panoramix, un tetto di 7b a 3800 metri salito per la prima volta in libera da M. Pedrini. Ambiente, vuoto e difficoltà garantiti! Petit Capucin 3693 m Nonostante il nome il Petit Capucin non ricorda nemmeno lontanamente il suo fratello maggiore che lo sovrasta alla sua sinistra. Ciò nonostante questa simpatica cima offre alcune facili salite che servono ottimamente come allenamento per chi intende affrontare le più impegnative vie del Gran Capucin. Oltre le classiche facili, per la verità un po' dimenticate, nel tempo vi si sono affiancate alcune vie moderne ad opera di Romain Voigler. Serenissime (250 m, TD+, 6b+) e Petit Capoussin (250 m, ED+, 6c+) sono itinerari che hanno anche passaggi difficili ma che difettano in continuità. La parte alta della parete è infatti abbattuta e le difficoltà sono concentrate nella parte iniziale. Ciò nonostante anche queste salite potranno divenire in breve tempo delle grandi classiche. Pic Adolphe Rey 3535 m Il Pic Adolphe è la struttura più frequentata e vicina di accesso, considerato che sovrasta il tracciato della pista che collega il Rifugio Torino alle Aig. du Midi'. Per questa sua particolarità, per l'altezza delle vie non eccessiva e per la qualità della sua roccia, il Pic Adolphe è forse la struttura che somiglia di più ad una gigantesca falesia di bassa valle. Tuttavia le vie moderne non sono ancora molte e le grandi classiche sono state tracciate assai prima degli anni'80. Esse offrono un'arrampicata in fessura di prim'ordine e mantengono una elevata continuità seppure nella loro modesta difficoltà. La Bettembourg (200 m, TD+, 6b) e la Salluard (300 m, TD-, 5c) sono le vie "facili" forse più belle di tutto il massiccio dei satelliti, anche se il Pic Adolphe diverrà presto noto per le nuove vie estreme che presto diverranno classiche. Tra esse ricordiamo la bella Fil ou Face (180 m, ED, 6c), Total Plook (190 m, ED, 6c+), Coup de Foudre (160 m, ED, 7a) ed altre meno note e frequentate. .pa ACCESSI e altre notizie Gli accessi a tutte le pareti si effettuano notoriamente dal rifugio Torino in poco più di 1 ora di marcia su ghiacciaio in lieve pendenza. Spesso sono utili i ramponi, che sono necessari per l'avvicinamento alle vie del Gran Capucin per il Couloir des Aiguillettes. A volte le crepacce posono essere di superamento complicato, così come il raggiungimento della roccia quando, per effetto del calore di quest'ultima, si creano delle spaccature a volte molto ampie. Per tale motivo consigliamo di portare con sè sempre la picozza e i ramponi, unitamente all'attrezzatura da arrampicata che dovrà prevedere l'utilizzo di due corde da 50 m, di una serie di stopper e una di friend. A volte è utile il friend 4. Nelle vie moderne non sono necessari i chiodi e il martello mentre è sempre consigliabile l'utilizzo del casco. Come accennato, sulle vie più recenti, sono attrezzate le calate in doppia, il che consente di lasciare gli scarponi e gli zaini alla base. Va ricordato tuttavia di non fidarsi eccessivamente del bel tempo lasciando gli indumenti alla base, il tempo sul massiccio del Monte Bianco può giocare brutti scherzi. Ricordo inoltre di prestare attenzione durante le calate a non incastrare le corde in quanto spesso non si è sulla via di salita e risalire potrebbe, a seconda delle circostanze, rivelarsi impossibile! .

LE CLASSICHE DELL'ESTREMO,ALCUNE PROPOSTE :

Vi propongo infine alcune "classiche dell'estremo", salite che per bellezza e continuità sono oggi molto frequentate nonostante la loro difficoltà. Per ognuna di loro dò qui di seguito una dettagliata descrizione che, fino ad oggi, è praticamente inedita, essendo i tracciati usciti solo sotto forma di schizzi.

Pilier Rouge du Clocher du Tacul
Via Empire State Building 1a salita: M. Piola, P. Strapazzon 23/8/1989 Difficoltà generale: ABO inf. Sviluppo: 230 m Difficoltà obbligatoria: 6c Difficoltà massima in libera: 7b+ Materiale: una serie di stopper, friend sino al 4 (3 e mezzo e 4 doppi) Si tratta di una bellisima e recente via che supera lo spigolo destro del pilastro.

L'arrampicata è molto varia; essenzialmente in fessura e da proteggere nella prima parte della via, su un esteticissimo e difficile spigolo affilato protetto a spit nella parte finale. Per chi intende salire la via in completa arrampicata libera sono necessarie buone doti di arrampicatore di aderenza, essendo i passaggi chiave in placca o su spigoli di granito liscio. L'attacco della via si raggiunge facilmente per il ghiacciaio e si trova in un evidente diedro grigio sulla destra del pilastro rosso. Si sale il diedro inclinato (5a) fin quando si raddrizza, offrendo un passaggio faticoso protetto da uno spit (6a). La fine della lunghezza domanda un po' di attenzione per la roccia un po' friabile. S1 Sopra la sosta si gira uno spigolo delicato (6a+) e si continua superando uno strapiombetto (6b, spit lontani) delicato. Si prosegue infine per una bellissima e rettilinea fessura (6a, 5c) sullo spigolo del pilastro che si fa man mano più compatto. S2 Si prosegue per uno spigolo arrotondato protetto a spit (6c, passaggi obbligatori tra gli spit), sfruttando in aderenza la faccia sinistra, sino ad una fessurina diagonale da superarsi con difficile dulfer sbilanciante (7b+ o A0). Si esce su un terrazzino e si prosegue verso sinistra per una serie di diedri che alternano passaggi faticosi (6b) a facili placchette. Si sosta infine alla base di una larga fessura. S3 Raggiunto l'attacco della fessura, la si vince in strapiombo utilizzando i massi incastrati e proseguendo poi per diversi metri (6b+, 6a) sino ad una vena di quarzo. la fessura è tutta da proteggere a friend e nut. Si traversa per la vena di quarzo allo spigolo destro, S4 sul filo. La lunghezza che segue è interamente protetta a spit e rappresenta uno dei bei tiri di arrampicata del Monte Bianco. Si tratta di uno spigolo di 30 metri che diviene man mano più difficile e va superato con i piedi in aderenza e le mani sullo spigolo arrotondato. le difficoltà vanno dal 6a al 7a+, i moschettonaggi a volte sono difficili e precari. I passaggi obbligatori sono nell'ordine del 6b. La sosta 5 è su un comodo terrazzino sovrastato dalla parte terminale della struttura, costituita da una bella placca liscia. Si vince un passaggio difficile per staccarsi dal terrazzino (7a se non si usa la sosta) e si prosegue con arrampicata molto delicata per diversi metri (6c+, spit) seguendo la placca, interrotta solo da un gradino orizzontale. Si perviene così alla cima della struttura. S6 La discesa avviene in doppie lungo la via di salita.

Chandelle du Tacul
Via Tabou 1a salita: M. Piola e P. Strapazzon 10.7.88 Difficoltà generale: ED Sviluppo: 200 m Difficoltà obbligatoria: 6b Difficoltà massima: 7a Materiale: una serie di stopper e una di friend sino al numero 3 consigiabile l'uso della doppia corda Tabou è un bellissima via che permette di salire su questo fantastico monolito di granito che è la Chandelle. L'itinerario, essendo esposto a sud, beneficia del sole per buona parte della giornata, e ne fa una meta frequentata da molti arrampicatori che amano le vie non molto lunghe e ben soleggiate. Le difficoltà della via sono concentrate soprattutto nel terzo tiro, una lunghezza di 40 metri molto difficile e continua. Il resto della via offre un'arrampicata varia e, anche se protetta di tanto in tanto da qualche spit, abbastanza esposta e continua. Dato che l'itinerario interseca la via Bonatti-Gallieni è possibile effettuare combinazioni tra le due. La più usata è, per ovvi motivi, evitare la prima parte di Tabou sulla Bonatti ed evitare la fessura di 7b della parte finale di quest'ultima su Tabou. La via, così effettuata, può essere valutata TD, con difficoltà massime in libera di 6b+. L'attacco della via coincide con quello della Bonatti, un po' sulla destra e in alto del punto più basso. Per raggiungerlo occorre salire per qualche decina di metri nel canale che separa il Trident dalla Chandelle. Spesso sono necessari i ramponi, la crepaccia terminale dà raramente dei problemi. Da un gradino dove solitamente si lasciano gli zaini si traversa orizzontalmente a sinistra su una cornice sino ad impegnarsi su una placca presso uno spigolo che offre un bel passaggio di aderenza protetto da uno spit (6a). S1. La seconda lunghezza è costituita da una fessura a blocchi che offre una divertente arrampicata di 5b/5c. S2 Si è ora alla base di una stupenda placca grigio chiaro, punto chiave della salita. Ci si impegna sulla placca raggiungendo il primo chiodo (6b obbligatorio) e traversando poi delicatamente verso lo spigolo (6c, spit). Essendo la lunghezza a forma di S conviene passare nei rinvii una sola corda sino a questo punto. Si prosegue ora in un diedro cieco (7a, spit e chiodi) uscendo su una placca sprotetta che precede la sosta. S3 Si continua ora su un muro di granito che alterna placche a gradini, con difficoltà di 6a e 6a+ ma con frequenti tratti sprotetti. Si raggiunge così la fessura orizzontale della Via Bonatti, sopra la quale, alla base di una bella lama arcuata, si trova la S4 Si sale ora la lama interamente proteggendosi con i nut (6b+) e facendo attenzione ai punti dove essa suona un po' a vuoto. Si continua poi per tettini atletici (6a) incisi da fessure. S5 La placca che segue è piacevole e nuovamente incisa da fessure da proteggere (6a) finchè ci si sposta sulla sinistra per vincere il blocco terminale per un facile diedro. La cima della Chandelle è stretta ma comoda, la vista sul Gran Capucin è mozzafiato. La discesa la si effettua per l'itinerario di salita.

Gran Capucin
Via: Voyage Selon Gulliver 1a salita: M. Piola e P.A. Steiner 18/19.8.82 Difficoltà generale: ABO inf Sviluppo: 350 m Difficoltà obbligatoria: 6a Difficoltà massima: 7a con 3 pendoli Materiale: la via è poco chiodata, se ci si porta solo nut e friend e non martello e chiodi, le difficoltà obbligatorie raggiungono almeno il 6b. Per giunta molti chiodi che si trovano sulla via non sono sicuri. Grande vione di impegno considerevole, anche tenuto conto della scarsa chiodatura e della sostenutezza delle lunghezze. La parte alta della via è esposta e ricorda lontanamente certe situazioni yosemitiche, anche considerando che una ritirata da questo punto non è propriamente semplice. Si può comunque affermare che Voyage appartiene all'epoca di transizione tra le vie classiche e quelle moderne. La si può considerare insomma una via classica di grande difficoltà più che una delle prime vie moderne. La differenza con le ultime vie dello stesso Piola è infatti notevole. L'arrampicata è quindi varia e difficile, anche se alcune lunghezze facili spezzano un po' la sostenutezza della via. La prima parte è principalmente in placca, dove si può godere di uno stupendo granito aranciato cosparso da giandoni neri di grosse dimensioni. Man mano che si sale però la parete si fa verticale e strapiombante, costringendo a procedere nelle fessure spesso arrotondate e difficili. Tre pendoli sono necessari per superare tratti di parete liscia che tuttavia non paiono del tutto impossibili alla salita in arrampicata libera... L'attacco della via lo si raggiunge per il couloir des Aiguillettes, a volte in brutte condizioni. Nelle annate secche è infatti facile trovare la crepaccia molto aperta e frequenti scariche di sassi, soprattutto dopo l'alba. Si lasciano gli zaini alle terrazze, all'attacco anche della via Bonatti. L'inizio non è del tutto evidente, essendoci molte vie che iniziano da questo punto. Ci si può riferire ad un evidente tettino nero sulla destra, facendo attenzione a non confonderlo con un altro più a sinistra, sulla cui placca sottostante, però, figurano diversi spit (via De Fil en Aiguille). L'attacco è quindi per una fessura che supera il predetto tettino (6a). S1 Si traversa a sinistra per una grande placconata con spit molto distanziati e tratti di 6a/6b con un passaggio più difficile di 6c vicino ad uno spit. Si sosta alla base di un muro verticale. S2. Si compie un traverso orizzontale e scabroso a destra (6b), poi una fessura obliqua a sinistra (6a) sostando alla base di una fessura arrotondata. S3 La si affronta proteggendosi con friend (6b+) sino ad uno spit dal quale ci si cala e si pendola a sinistra afferrando una fessura verticale. La si supera in dulfer (7a o A0) sino alla S4. Si prosegue più facilmente per un diedro (5c) inoltrandosi nel cuore della parete. S5 Il tracciato della sesta lunghezza è poco evidente e si mantiene sulle placche a destra di due evidenti tettini (6b), anche se alcune protezioni fisse portano a salire i diedri sotto i tettini predetti. La S6 è appena sulla destra del tetto, alla base di una placca incisa da una fessura. Si sale la prima fessura (6a) e si traversa a sinistra salendo una serie di lame arrotondate e pance con protezioni un po' precarie e distanti (6c). La S7 è appesi sul vuoto. Si pendola a sinistra per pochi metri e si raggiunge una fessura che si sale in dulfer molto atletica e faticosa (6b), indi si prosegue in un bel diedro con tecnica ad incastro (6c). Un terzo diedro porta ad uno spit, dal quale si pendola verso destra alla Sosta 8. Di qui è possibile superare il tetto sovrastante inciso da una fessura (7b+), Variante Panoramix. La via originale sale invece uno spigoletto (5c/6a) e poi un diedro che permette di vincere la fascia di tetti. S9 Si prosegue più facilmente per parete che man mano si abbatte (5a) sino su terrazzini. S10. Di qui, traversando a sinistra, è possibile raggiungere il termine della via O Sole Mio e scendere in dopppie da essa. Se si vuole raggiungere la cima si percorrono invece due lunghezze facili su ottimo granito (4c) sino sulla punta di uno dei più begli obelischi delle Alpi. S12

Pic Adolphe Rey
Via Bettembourg 1a salita: G. Bettembourg e H. Thivierge 25.4.75 Difficoltà generali: TD+ Sviluppo: 200 m Difficoltà obbligatorie: 5c Difficoltà massime: 6b Materiale: una serie di nut e una di friend Anche se non la più moderna e difficile, la via Bettembourg è una grande classica che tra le vie del Pic Adolphe esprime meglio l'essenza della scalata granitica e la purezza di linee che la contraddistinguono. Con un bellissimo tracciato, infatti, la via vince l'estetica fessura che taglia diagonalmente tutta la parete sud-est del Pic Adolphe, offrendo un'arrampicata in fessura continua e mai estrema ma nello stesso tempo senza tratti troppo facili che ne spezzino l'impegno globale richiesto. L'attacco è evidente, alla base di un diedro rovesciato grigio. Si sale la fessura rovescia (6b, qualche chiodo) e si prosegue per il diedro. S1 Altra bella lunghezza in diedro di 5c. S2 Si vince poi un passaggio un po' più difficile (6a) proseguendo poi per la fessura a volte larga in ambiente grandioso. S3 Le tre lunghezze seguenti sono omogenee e belle, con difficoltà di 5c. Dalla S6 è consigliabile scendere in doppie o, attraverso la Via Gervasutti, raggiungere la cima del Pic Adolphe.