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Voi
tutti certamente conoscente benissimo la Combe Maudit, una meravigliosa
conca glaciale nel cuore del Monte Bianco... ed anche avrete almeno
sentito parlare delle bellissime guglie di granito, dette "i satelliti",
che essa racchiude. Su di esse molto è stato scritto e detto, soprattutto
da quanti sulle loro ruvide rocce hanno tracciato itinerari che hanno
un poco fatto la storia dell'alpinismo di questo secolo. In questo contesto
io sono forse la persona meno adatta per illustrarvi le meraviglie del
granito del Monte Bianco, non posso infatti vantare nessuna via aperta
su queste rocce. Alpinisticamente poi, sono "nato ieri", e nella mia
ancor breve carriera, ho avuto solamente la fortuna di vivere meravigliose
esperienze ripetendo le vie che "i grandi" avevano disegnato su queste
losanghe di granito. Tuttavia, nonostante le decine di vie ri-percorse,
tutte le volte che ritorno, mi sembra di essere ancora un forestiero,
un visitatore che si addentra in un enorme edificio sconosciuto! Da
quando vivo su un'isola nel centro del Mediterraneo, poi, questo senso
di estraneità non ha fatto che aumentare. Fare una salita sul Monte
Bianco, mi sono accorto, è diventata per me un'esperienza del tutto
differente alle tante fatte in gioventù, quando si lasciava Torino alle
4 del mattino alla volta di Courmayeur. Forse anch'io, che nonostante
tutto sono cresciuto su queste montagne, sono cambiato, e ritorno oggi
non più come conoscitore di uno spazio mio ma da visitatore. Mi trovo
tuttavia a scrivere di questo enorme edificio e delle sue guglie, forse
mio malgrado o forse, è necessario che trovi una motivazione a tanta
presunzione, perchè ancora non ho letto da nessuna parte le vicende
di questi ultimi anni, scritte per ora solo nei trafiletti delle cronache.
Del resto io non ho certo la pretesa di tracciare la storia delle vie
del Monte Bianco targate anni '80, tuttavia ho piacere che si sappia
cosa "c'è dietro" ai numeri, ai gradi, ai nomi e a tante "grandi avventure"
oggi finite nel dimenticatoio! Mi piace credere che, nonostante tutto
sia cambiato, ancora oggi ci sia una filosofia, una motivazione, un'idea
che ha spinto tali personaggi all'azione. "La storia siamo noi" diceva
una nota canzone e io, con un po' di presunzione, non mi sento escluso,
nonostante il Monte Bianco faccia ormai solo parte dei miei progetti
estivi... Talvolta però capita, in tali circostanze, di accorgersi di
essere più sensibili di quando addentrarsi nella Combe Maudit sembrava
quasi una routine, di razionalizzare solo ora tante cose che sembravano
parte di noi ma che giacevano sepolte nel nostro inconscio. Ho raggiunto
forse solo adesso il necessario distacco per scrivere, senza soffrire
troppo, dei posti che più ho amato nella mia adolescenza .PA Nuovi tempi,
nuovi ideali, nuovi alpinisti Quando queste sesanzioni affiorano ci
si chiede se siamo noi che siamo cambiati, o se per caso non sia tutto
una conseguenza dei tempi attuali, così diversi da allora! Il Gran Capucin
e i suoi formidabili "satelliti" di lucente granito arancio sono ancora
là, come lo erano per Bonatti, per Motti, per Grassi, per Boivin, per
Piola e molti altri. Ma quello che oggi ci si presenta davanti è tuttavia
una realtà assai diversa da quella degli anni '60! Per quanto possiamo
ignorare le decine di vie nuove aperte sui fianchi di queste guglie,
non possiamo negare che esse hanno contribuito a sfatare un po' l'aria
di impossibilità che si respirava al cospetto di queste lisci lastroni
di granito. Anche se non tutti saranno contenti di questa realtà, bisogna
prendere atto che questi luoghi sono diventati oggi "la più alta falesia
del mondo" e che per questo siamo cambiati anche noi che meno timidamente
appoggiamo la mano sulla roccia e più spensierati saltiamo la crepaccia
che ci separa dall'attacco. Si, i tempi sono cambiati, ma non tutti
sono diventati arrampicatori di falesia! E' ancora possibile ritornare
ad essere solo alpinisti, come lo si era vent'anni fa, quando ci si
accostava a queste rocce? Questa era la domanda che vagava nella mia
testa quando, spossato dalla fatica di una difficile via sul Gran Capucin,
risalivo per l'ennesima volta il pendio che porta al Col Flambeau. Essere
alpinisti oggi è a mio parere doppiamente più difficile che vent'anni
fa, anche se l'allenamento in falesia può far sembrare tutto più facile
e bello. Eppure è terribilmente difficile trovare le motivazioni per
rischiare ora che abbiamo conosciuto il piacere di arrampicare sicuri,
ancora più arduo riuscire a coniugare il piacere con la sofferenza,
il gesto con la performance, lo stile con l'istinto di sopravvivenza
e la paura. Ebbene vi dirò che, se esiste un luogo in cui questo contrasto
esiste elevato all'ennesima potenza è proprio lassù, sulla più alta
falesia del mondo, dove per arrampicare bene sulle sue vie non basta
essere bravi, avere forza, avere coraggio, ma occorre anche avere motivazioni
valide per continuare ad essere un poco alpinisti, almeno un po' nello
spirito anche se poco nei muscoli... Da tre ore stavo appeso a due spit
aspettando che il mio compagno finisse quel maledetto tiro, ai miei
piedi le ballerine mi facevano un male cane. E per di più questo vuoto
sotto di me cominciava a nausearmi, per non parlare del sole che, scendendo
a poco a poco lasciava spazio al freddo che qui, a 3800 metri certo
si faceva sentire! Quando si sta tre ore appesi ad una sosta si ha il
tempo per pensare a tante cose... una volta avevi lo zaino, magari eri
su un terrazzino e lo aprivi, tiravi fuori la macchina fotografica,
la borraccia, la frutta secca...e il tempo passava. Avevi con te la
giaccavento e tutto quanto, anche la guida per leggere la relazione
se volevi. Oggi invece sono appeso qui come un salame, non ho nè zaino
e nè macchina fotografica, sono in calzamaglia e felpa e la relazione
della vie è solo uno stupido foglietto che ho disegnato ieri sera e
che tengo ripiegato in dodici parti nella scarpetta. Il mio tempo non
passa mai e i miei pensieri sono spesso occupati dal dilemma se è meglio
stare appoggiati alla roccia con la coscia o con le ginocchia! Certo
che lo sapevo che sul Capitan certe cose si facevano già trent'anni
fa ma allora, forse, non era lecito chiedersi il perchè! Si faceva e
basta. Oggi non sai più cosa ci fai appeso per tre ore ad una sosta,
quando in genere sei abituato a fare passare la corda nel maillon senza
nemmeno toccarla! Eppure ci avevano detto che la via era chiodata, che
c'erano gli spit! Avevo pensato che bastava arrampicare e che il 7a
non era certo diverso da quello in falesia, anzi speravo in cuor mio
fosse più semplice. Eppoi con una bella giornata di sole così che ce
ne importava del fatto di essere a quasi 4000 metri? E invece subito
avevamo dovuto fare i conti con questa maledettissima via... alla base
non c'era il nome...e avevo subito sbagliato finendo su una placca liscia
come uno specchio! La relazione dava 6a e io mi incapponivo per passare
in libera, non sapendo che ero su una via di Voigler ancora da liberare.
Il giochetto comunque ci era costato un'ora, senza pendolo e del traverso
con corde incastrate per tornare sulla via giusta... Poi era venuta
la placca di 6c, facile, rispetto ai 10 metri di 6a senza niente che
venivano dopo. E la fessura rovescia di 6b dove i friend "ballavano"
paurosamente? Una volta ai friend mi ci appendevo senza pensarci su,
oggi la paura mi ingrossa gli avambracci che purtroppo per me si acciaiano
troppo lentamente e mi lasciano il tempo per pensare...per pensare che
è meglio non appenderti e cercare di sistemarlo meglio, forse un'altra
misura... Ma tutto questo ancora era poco rispetto a quello che ci attendeva,
ancora non sapevamo che gli spit della via erano piantati più sulle
soste che sulla via...giusto, giustissimo e sacorsanto ,si direbbe!
Ma questa via l'avevamo cercata e lentamente ne stavamo avendo ragione,
solo che nei miei pensieri c'era un grande vuoto, e una volta raggiunta
la cima non sapevo più per cosa essere felice... Già, è ancora possibile
essere alpinisti? Mi ricordo che quando lo ero, o pensavo di esserlo,
era tutto normale il fatto di soffrire per raggiungere la sosta della
cima. Non mi aspettavo di divertirmi e sapevo di dover lottare per dover
ritornare, per avere il diritto di essere felice. Ora non ho più certezze
ma solo una gran confusione in testa, e risalire questo pendio di neve
che mi riporterà al rifugio, mi lascia indifferente. La cosa tutto sommato
mi spaventa moltissimo e penso che queste rocce hanno uno strano potere,
hanno creato una frattura col mio passato. Ma piano piano mi rendo conto
che ritornare è il solo modo per capirne di più, perchè nelle contraddizioni
di queste vie sta il nocciolo di questo tormentato fine secolo, perchè
qui possiamo trovare forse un giorno il senso del nostro passato...
Non vorrei avervi spaventato con questo raccontino ma volevo farvi capire
che, seppure non è azzardato parlare di falesia, non si tratta pur sempre
di itinerari alla portata di tutti! Ma perchè ho parlato di falesia
se il rischio fa capolino dietro l'angolo e le vie non sono per tutti?
Non vorrete mica credere che due spit piantati su queste vie bastino
per paragonare questi itinerari a quelli di una qualsiasi falesia! Credo
piuttosto che sia la disposizione di tali itinerari a giustificare il
parallelo e poi, soprattutto l'ottica con la quale essi sono stati concepiti.
A questo punto è però necessaria un minimo di storia per giustificare
queste affermazioni e per aggiornare quanti erano rimasti ai tempi di
Lepiney, Bonatti e i Ragni di Lecco. La Combe Maudit è un anfiteatro
glaciale posto all'apice della Valle Blanche, la parte superiore del
ghiacciaio della Mer de Glace. Sovrastata dalla piramide del Mont Maudit,
l'omonima Combe è forse più famosa per le stupende guglie granitiche
che sorreggono il Mont Blanc de Tacul, che per i 4000 che ne fanno da
contorno. Alcune di esse sono celeberrime, come il Gran Capucin, altre
meno ma ugualmente interessanti e belle. La storia alpinistica ha spesso
avuto questi luoghi come teatro delle più belle imprese arrampicatorie,
tant'è che su queste pareti si sono alternati attraverso i decenni i
migliori rocciatori occidentali. I nomi di questi li potrete ritrovare
in qualunque guida o, molto più spesso, addirittura nei toponimi delle
cime o delle vie. Non starò dunque a tracciare la storia di queste,
seppur grandi, performance che tutti conoscono, ma accennerò a quanto
è avvenuto negli anni 80, anni in cui si verificarono i cambiamenti
che portarono ad una svolta nella concezione dell'apertura delle vie
in montagna. Molti identificano questa svolta, più o meno positivamente,
con la comparsa dello spit su queste pareti. Personalmente considero
questo solo un fattore secondario e attribuisco invece più importanza
alle idee che hanno portato a considerare queste guglie il terreno ideale
per dare vita ad un nuovo modo di concepire l'arrampicata in montagna...
Nei primi anni '80, dunque, lo spazio a disposizione per tracciare nuovi
itinerari su queste pareti pareva esaurito. Alcuni personaggi, tra i
quali il più noto è senz'altro Michel Piola, si accorsero però che era
possibile fare ancora qualcosa se non si disdegnava l'uso dello spit
come protezione. Era infatti possibile collegare sistemi di fessure
attraverso placche fino allora ritenute inscalabili ma che, a ben guardare,
si rivelavano ricche di concrezioni. Piola e i suoi amici elaborarono
così una tecnica di ascensione che permise di realizzare numerosisssimi
itinerari nel rispetto della tradizione, ovvero mantenendo quelle caratteristiche
di incertezza e di "avventura" che sono tipiche di una prima salita.
Essi si imposero infatti di salire sempre dal basso piazzando le protezioni
man mano che procedevano, fermandosi in equilibrio sulle punte dei piedi
o restando appesi con i cliff-hanger alle rugosità della roccia. La
nuova regola prevedeva però anche l'uso esclusivo delle protezioni "pulite"
quali nut e friend laddove questo risultasse possibile con facilità
e senza eccessivo pericolo. Le vie così confezionate acquistavano notevole
sostenutezza e guadagnavano in bellezza e difficoltà, tanto che i loro
ideatori pensarono di estendere questa pratica a tutto il massiccio
del Monte Bianco. Ma quello che, come si diceva, rappresentò il vero
cambiamento, fu l'idea che questi itinerari dovessero divenire in breve
tempo alla portata di tutti e realizzabili in relativa sicurezza dal
maggior numero di persone. A lavorare a questo progetto fu senz'altro
in un primo tempo solo Michel Piola che, più o meno consciamente, trasformò
l'intero massiccio in una gigantesca falesia. Il concetto di creare
una via per tutti fu il leit-motiv che portò su queste pareti di già
facile accesso la possibilità, ad esempio, di scendere in doppie per
la stessa via su ancoraggi sicuri e la conseguente possibilità di arrampicare
leggeri. Si trattava insomma di una vera e propria innovazione e la
cosa incontrò subito grande successo nell'ambiente transalpino e un
più timido consenso in quello italiano, forse più tradizionalista. Tuttavia,
come si diceva, tali vie conservarono notevoli agganci con la tradizione,
in virtù del fatto del doversi proteggere nelle fessure o per la distanza
delle protezioni in alcuni tratti. Un terreno, nonostante tutto, non
accessibile a tutti, soprattutto per coloro che non hanno mai arrampicato
al di fuori della falesia. Sul discorso della pericolosità delle vie
si potrebbe poi parlare all'infinito e il tutto risulterebbe poi sempre
soggettivo: dirò soltanto che se si prescinde dalla difficoltà, le vie
moderne sono senz'altro meno pericolose di quelle classiche, anche se
per arrampicare senza eccessivo rischio è necessario avere un livello
minimo che coincide il più delle volte con la capacità di salire del
6a anche con protezioni distanziate di diversi metri. Sulla scia di
Piola arrivarono poi i vari Voigler e Remy, in un primo tempo meno favorevoli
all'impiego dello spit, fino ad arrivare ad oggi, epoca in cui, giunti
alla base di queste gigantesche guglie di granito possiamo scegliere
a nostro piacimento la nostra via ideale, proprio come nella falesia
vicino alla nostra città... Le regole del gioco Abbiamo prima accennato
quali fossero i criteri con i quali gli apritori tracciarono le vie
moderne della Combe Maudit, ma cosa ci si deve attendere quando si parte
per ripetere uno di questi itinerari? In effetti non è raro incontrare
arrampicatori che partono convinti di affrontare difficoltà del tutto
diverse da quelle che poi sono stati costretti a sormontare... La cattiva
informazione non è da attribuire alla scarsa pubblicità fatta su queste
vie, anzi, esse compaiono e sono apparse su diverse guide ed articoli.
Il problema è che nessuno si è preso mai la briga di specificare bene
come queste vie sono attrezzate e quali sono le capacità minime che
occorre possedere per non incorrere in una intossicazione da adrenalina
o, nel peggiore dei casi, in lunghi voli. Comincerò col dire che, in
tutta evidenza, trattandosi di vie che congiungono i vari sistemi di
fessure attraverso le placche, vi si trovano molti passaggi obbligatori.
Ma che cos'è un passaggio obbligatorio? Quando sulle placche esistono
delle protezioni fisse quali chiodi e spit, a volte, la distanza tra
di essi può richiedere il superamento di tale tratto esclusivamente
in libera, non esistendo possibilità di aiutarsi artificialmente. La
difficoltà del passaggio obbligatorio più difficile è divenuta quindi
un parametro molto importante per chi si accosta a queste vie, tanto
che essa è sempre specificata. Se i passaggi obbligatori raggiungono
il 6a, ad esempio, l'arrampicatore che si accinge a fare quella determinata
via deve regolarsi di conseguenza, allenandosi per superare il 6a in
qualsiasi circostanza. Diversamente è possibile che in quel tratto di
parete egli non riesca a salire o incorra in un lungo volo... Altro
parametro importante ma non nuovo è la valutazione generale della via
nella scala francese (D,TD,ED,ABO...). Su questa non sembrerebbe esserci
nulla da aggiungere esprimendo, oggi come ieri, l'impegno generale della
via. Senonchè cambiando i tempi, sono cambiati anche il concetto di
facile e difficile. Una via ED di vent'anni fa era una via che presentava
parecchi passaggi di VI grado (il 5c di oggi). Ora una via del genere
verrebbe valutata D. Come sapere allora a cosa si va incontro? Posso
solo dire che oggi una via classificata ED nel Monte Bianco è una via
che può presentare passaggi sino al 6c/7a e una difficoltà obbligatoria
che va dal 6b al 6c. Ognuno si regoli di conseguenza! Ma venendo alle
doti necessarie per superare queste vie va detto che è implicita la
conoscenza della posa delle protezioni quali i nut e i friend, così
come la conoscenza delle tecniche granitiche come l'incastro e l'opposizione.
Per farla breve dirò che in generale nelle fessure non troverete protezioni
fisse e che dovrete piazzarvele da voi. Se non conoscete la tecnica
ad incastro, i passaggi potranno sembrarvi molto più difficili di quanto
sono valutati... Per contro troverete le soste sempre attrezzate e la
possibilità di scendere in doppia quando vi sarete stufati. .pa Il terreno
di gioco Chiuso il discorso sulle difficoltà vorrei proporvi qualche
bella salita sulle guglie granitiche del Mont Blanc du Tacul. Per motivi
di spazio ne esaminerò solo alcune, ma spero che la scelta di itinerari
che vi proporrò sia abbastanza esaustiva. Il Clocher du Tacul 3853 m
Il Clocher è una struttura poco appariscente ma molto bella posta sulla
sinistra di tutte le altre guglie. Rispetto alle vicine ha forma più
tozza e si presenta come una grande parete rotta da molti diedri e fessure.
Sulla destra di questa, una bella parete di granito rosso è denominata
Pilier Rouge e su di essa vi si trovano le vie più interessanti di tutta
la struttura. Sul Clocher du Tacul troverete quindi vie di puro stile
granitico con abbondanza di diedri e fessure da salire ad incastro.
Su queste vie, salite da Boivin e Profit tra il 1978 e il 1981, l'attrezzatura
in loco è assai scarsa. Su di esse potrete apprezzare l'etica "pulita"
del clean-climbing. Tra esse le più famose sono Yosemitac Ethics (350
m, ED, difficoltà massima 7a), Fissurissime (350 m, TD+, un passaggio
di 7a) e Profiterole (350 m, TD+, difficoltà massima 6c). Sul Pilier
Rouge vi sono bellissime arrampicate tra cui la classica Pilier Rouge
(250 m, ED, difficoltà massima di 6c) e la più difficile L'Ivresse des
Latitudes (250 m, ED+, difficoltà massima di 7a), un itinerario firmato
Michel Piola. Più a destra c'è ancora una splendida via, L'Empire State
Building che mi riservo di descrivervi dettagliatamente in seguito La
Chandelle 3561 m A destra del Clocher troviamo la Chandelle, uno stupendo
monolito di granito arancio divenuto noto con la salita di Bonatti e
Gallieni nel 1960. In effetti tale via si rivelò talmente moderna nella
linea e nella concezione da farne una grande classica anche oggi. La
Chandelle è una struttura molto frequentata in virtù della sua felice
esposizione a sud e di recente, la salita della splendida via Tabou
da parte del solito Michel Piola, ha contribuito ad allargarne la fama
presso gli arrampicatori che già conoscevano la via Bonatti (200 m,
TD+, 7b se si sale integralmente in libera, altrimenti 6b/A1). Dalla
cima potrete godere una vista mozzafiato sulla parete sud del Gran Capucin
e sul vicino e slanciato Trident du Tacul. Trident du Tacul 3639 m Di
forma inconfondibile, il Trident domina la Valle Blanche con la sua
parete slanciata striata di fessure rettilinee. Le vie sul Trident sono
rimaste per lunghi anni poche e solo ultimamente la struttura pare essere
ritornata alla ribalta. Il merito di questo va senz'altro ad alcune
cordate italiane, tra cui spiccano i nomi di Daniele Caneparo, Francesco
Arneodo, Roberto Mochino. Sulla scia di questi ultimi si è inserito
Romain Voigler che ha tracciato due vie molto difficili e atletiche,
con stile di fessura e con poco materiale in posto. Eclipse (250 m,
ABO-, 7a) e Bonne Ethique (230 m, ED+, 6c+) sono degli itinerari severi
che necessitano di una buona conoscenza della tecnica ad incastro e
della posa degli ancoraggi. A lato di queste, le più facili Week-end
in Transilvanya (250 m, ED, 6b) con passaggi di AO) e Settimo Sigillo
(250m, TD+, 6b) completano il quadro delle vie recenti sul Trident.
Oltre a queste la classica Lepiney di quinto grado continua ad essere
molto frequentata, nonostante la prima parte della via, rivolta a ovest
e spesso ghiacciata, sia tutt'altro che invitante... Gran Capucin 3838
m Questa formidabile guglia granitica è, per la sua bellezza e esteticità
una delle più belle architetture delle Alpi. Per più di 400 metri si
alza dal ghiacciaio pianeggiante con una serie ininterrotta di placche
verticali striate da enormi tetti. Su queste verticali pareti si sono
succedute, attraverso i tempi, alcune delle più gloriose imprese alpinistiche.
Tra i nomi più famosi che hanno tracciato le vie di questa meravigliosa
guglia troviamo A. Rey, W. Bonatti, i Ragni di Lecco, M. Piola, J.M.
Boivin, R. Voigler ed altri ancora. Oggi si contano un totale di 20
itinerari e si può certamente dire che si è vicini alla saturazione
e che alcuni di essi sono fin troppo vicini. Dagli arrampicatori moderni
il Gran Capucin è stato ribattezzato Gran Cap, in luogo della somiglianza
di alcuni suoi itinerari con l'ambiente della celebre parete di El Capitan
in California. In effetti, seppure il Gran Capucin sia alto solo 400
metri e il Capitan 1000, l'esposizione e la continuità di alcune sue
vie rendono il parallelo del tutto azzeccato. Fare una salita difficile
sul Capucin è un po' come fare una Big Wall nostrana, perdipiù in un
ambiente di alta montagna e ad una quota non indifferente. La vicinanza
con i 4000 metri infatti si fa sentire spesso, specialmente nei passaggi
più faticosi sotto la vetta. Le vie del Gran Cap sono tutte belle e
molto eterogenee. Abbiamo vie classiche relativamente facili, classiche
dell'estremo, salite artificiali stile big wall fino ai concatenamenti
di vari itinerari. Ma esaminiamo più da vicino queste quattro categorie.
Le classiche per eccellenza sono senz'altro la Via degli Svizzeri (300
m, ED-, 6a/A1) e la Bonatti-Ghigo (400 m, ED, 6c in libera), salite
che non passano mai di moda e percorse da ogni fascia di arrampicatori.
Sulle loro fessure sono passati i più accaniti "classiconi" che si sono
limitati ad un misero 4+ in libera, sino ai free-climber che sono riusciti
a non toccare neanche un chiodo. Le vicende della Bonatti-Ghigo, la
sua schiodatura e richiodatura e il conto alla rovescia dei chiodi rimasti
dal "liberare" hanno alimentato polemiche per oltre un ventennio! Le
classiche dell'estremo sono la novità degli anni '80; stiamo parlando
delle salite ritenute fino a poco tempo fa delle vere imprese e divenute
oggi delle classiche tra gli arrampicatori provetti. La loro attrezzatura
non è mai eccessiva ma nemmeno scarsa, sufficiente tutto sommato a guadagnarsi
con sollievo la cima, anche tra i più bravi. Alcune di queste sono da
considerarsi tra le più belle salite in roccia delle Alpi. Citiamo in
questo gruppo la bella O Sole Mio (300 m, ED, 6b+), Voyage Selon Gulliver
(300 m, ABO-, 7a in libera o 6b/A0) bellissima anche se non molto attrezzata,
la moderna De Fil en Aiguille (200 m, ABO-, 7a), la Directe des Capucines
(400 m, ED, 6c/AO), la meno moderna e frequentata del quartetto. Tra
le big-wall artificiali segnaliamo la difficile Flagrant Delire (300
m, ED+, 6a/A4), e Eau et Gaz a tout les Etages (400 m, ED+, 6c/A3).
I concatenamenti tra più itinerari offrono alcune perle come la famosa
Echo des Alpages (400 m, ABO-, 7a+ o 6c/A3) ed altre combinazioni che
potrete voi stessi trovare. Se vi interessa la difficoltà pura, poi,
potrete anche cimentarvi con Panoramix, un tetto di 7b a 3800 metri
salito per la prima volta in libera da M. Pedrini. Ambiente, vuoto e
difficoltà garantiti! Petit Capucin 3693 m Nonostante il nome il Petit
Capucin non ricorda nemmeno lontanamente il suo fratello maggiore che
lo sovrasta alla sua sinistra. Ciò nonostante questa simpatica cima
offre alcune facili salite che servono ottimamente come allenamento
per chi intende affrontare le più impegnative vie del Gran Capucin.
Oltre le classiche facili, per la verità un po' dimenticate, nel tempo
vi si sono affiancate alcune vie moderne ad opera di Romain Voigler.
Serenissime (250 m, TD+, 6b+) e Petit Capoussin (250 m, ED+, 6c+) sono
itinerari che hanno anche passaggi difficili ma che difettano in continuità.
La parte alta della parete è infatti abbattuta e le difficoltà sono
concentrate nella parte iniziale. Ciò nonostante anche queste salite
potranno divenire in breve tempo delle grandi classiche. Pic Adolphe
Rey 3535 m Il Pic Adolphe è la struttura più frequentata e vicina di
accesso, considerato che sovrasta il tracciato della pista che collega
il Rifugio Torino alle Aig. du Midi'. Per questa sua particolarità,
per l'altezza delle vie non eccessiva e per la qualità della sua roccia,
il Pic Adolphe è forse la struttura che somiglia di più ad una gigantesca
falesia di bassa valle. Tuttavia le vie moderne non sono ancora molte
e le grandi classiche sono state tracciate assai prima degli anni'80.
Esse offrono un'arrampicata in fessura di prim'ordine e mantengono una
elevata continuità seppure nella loro modesta difficoltà. La Bettembourg
(200 m, TD+, 6b) e la Salluard (300 m, TD-, 5c) sono le vie "facili"
forse più belle di tutto il massiccio dei satelliti, anche se il Pic
Adolphe diverrà presto noto per le nuove vie estreme che presto diverranno
classiche. Tra esse ricordiamo la bella Fil ou Face (180 m, ED, 6c),
Total Plook (190 m, ED, 6c+), Coup de Foudre (160 m, ED, 7a) ed altre
meno note e frequentate. .pa ACCESSI e altre notizie Gli accessi a tutte
le pareti si effettuano notoriamente dal rifugio Torino in poco più
di 1 ora di marcia su ghiacciaio in lieve pendenza. Spesso sono utili
i ramponi, che sono necessari per l'avvicinamento alle vie del Gran
Capucin per il Couloir des Aiguillettes. A volte le crepacce posono
essere di superamento complicato, così come il raggiungimento della
roccia quando, per effetto del calore di quest'ultima, si creano delle
spaccature a volte molto ampie. Per tale motivo consigliamo di portare
con sè sempre la picozza e i ramponi, unitamente all'attrezzatura da
arrampicata che dovrà prevedere l'utilizzo di due corde da 50 m, di
una serie di stopper e una di friend. A volte è utile il friend 4. Nelle
vie moderne non sono necessari i chiodi e il martello mentre è sempre
consigliabile l'utilizzo del casco. Come accennato, sulle vie più recenti,
sono attrezzate le calate in doppia, il che consente di lasciare gli
scarponi e gli zaini alla base. Va ricordato tuttavia di non fidarsi
eccessivamente del bel tempo lasciando gli indumenti alla base, il tempo
sul massiccio del Monte Bianco può giocare brutti scherzi. Ricordo inoltre
di prestare attenzione durante le calate a non incastrare le corde in
quanto spesso non si è sulla via di salita e risalire potrebbe, a seconda
delle circostanze, rivelarsi impossibile! .
LE
CLASSICHE DELL'ESTREMO,ALCUNE PROPOSTE :
Vi
propongo infine alcune "classiche dell'estremo", salite che per bellezza
e continuità sono oggi molto frequentate nonostante la loro difficoltà.
Per ognuna di loro dò qui di seguito una dettagliata descrizione che,
fino ad oggi, è praticamente inedita, essendo i tracciati usciti solo
sotto forma di schizzi.
Pilier Rouge du Clocher du Tacul
Via
Empire State Building 1a salita: M. Piola, P. Strapazzon 23/8/1989 Difficoltà
generale: ABO inf. Sviluppo: 230 m Difficoltà obbligatoria: 6c Difficoltà
massima in libera: 7b+ Materiale: una serie di stopper, friend sino
al 4 (3 e mezzo e 4 doppi) Si tratta di una bellisima e recente via
che supera lo spigolo destro del pilastro.
L'arrampicata è molto varia; essenzialmente in fessura e da proteggere
nella prima parte della via, su un esteticissimo e difficile spigolo
affilato protetto a spit nella parte finale. Per chi intende salire
la via in completa arrampicata libera sono necessarie buone doti di
arrampicatore di aderenza, essendo i passaggi chiave in placca o su
spigoli di granito liscio. L'attacco della via si raggiunge facilmente
per il ghiacciaio e si trova in un evidente diedro grigio sulla destra
del pilastro rosso. Si sale il diedro inclinato (5a) fin quando si raddrizza,
offrendo un passaggio faticoso protetto da uno spit (6a). La fine della
lunghezza domanda un po' di attenzione per la roccia un po' friabile.
S1 Sopra la sosta si gira uno spigolo delicato (6a+) e si continua superando
uno strapiombetto (6b, spit lontani) delicato. Si prosegue infine per
una bellissima e rettilinea fessura (6a, 5c) sullo spigolo del pilastro
che si fa man mano più compatto. S2 Si prosegue per uno spigolo arrotondato
protetto a spit (6c, passaggi obbligatori tra gli spit), sfruttando
in aderenza la faccia sinistra, sino ad una fessurina diagonale da superarsi
con difficile dulfer sbilanciante (7b+ o A0). Si esce su un terrazzino
e si prosegue verso sinistra per una serie di diedri che alternano passaggi
faticosi (6b) a facili placchette. Si sosta infine alla base di una
larga fessura. S3 Raggiunto l'attacco della fessura, la si vince in
strapiombo utilizzando i massi incastrati e proseguendo poi per diversi
metri (6b+, 6a) sino ad una vena di quarzo. la fessura è tutta da proteggere
a friend e nut. Si traversa per la vena di quarzo allo spigolo destro,
S4 sul filo. La lunghezza che segue è interamente protetta a spit e
rappresenta uno dei bei tiri di arrampicata del Monte Bianco. Si tratta
di uno spigolo di 30 metri che diviene man mano più difficile e va superato
con i piedi in aderenza e le mani sullo spigolo arrotondato. le difficoltà
vanno dal 6a al 7a+, i moschettonaggi a volte sono difficili e precari.
I passaggi obbligatori sono nell'ordine del 6b. La sosta 5 è su un comodo
terrazzino sovrastato dalla parte terminale della struttura, costituita
da una bella placca liscia. Si vince un passaggio difficile per staccarsi
dal terrazzino (7a se non si usa la sosta) e si prosegue con arrampicata
molto delicata per diversi metri (6c+, spit) seguendo la placca, interrotta
solo da un gradino orizzontale. Si perviene così alla cima della struttura.
S6 La discesa avviene in doppie lungo la via di salita.
Chandelle du Tacul
Via Tabou 1a salita: M. Piola e P. Strapazzon 10.7.88 Difficoltà generale:
ED Sviluppo: 200 m Difficoltà obbligatoria: 6b Difficoltà massima: 7a
Materiale: una serie di stopper e una di friend sino al numero 3 consigiabile
l'uso della doppia corda Tabou è un bellissima via che permette di salire
su questo fantastico monolito di granito che è la Chandelle. L'itinerario,
essendo esposto a sud, beneficia del sole per buona parte della giornata,
e ne fa una meta frequentata da molti arrampicatori che amano le vie
non molto lunghe e ben soleggiate. Le difficoltà della via sono concentrate
soprattutto nel terzo tiro, una lunghezza di 40 metri molto difficile
e continua. Il resto della via offre un'arrampicata varia e, anche se
protetta di tanto in tanto da qualche spit, abbastanza esposta e continua.
Dato che l'itinerario interseca la via Bonatti-Gallieni è possibile
effettuare combinazioni tra le due. La più usata è, per ovvi motivi,
evitare la prima parte di Tabou sulla Bonatti ed evitare la fessura
di 7b della parte finale di quest'ultima su Tabou. La via, così effettuata,
può essere valutata TD, con difficoltà massime in libera di 6b+. L'attacco
della via coincide con quello della Bonatti, un po' sulla destra e in
alto del punto più basso. Per raggiungerlo occorre salire per qualche
decina di metri nel canale che separa il Trident dalla Chandelle. Spesso
sono necessari i ramponi, la crepaccia terminale dà raramente dei problemi.
Da un gradino dove solitamente si lasciano gli zaini si traversa orizzontalmente
a sinistra su una cornice sino ad impegnarsi su una placca presso uno
spigolo che offre un bel passaggio di aderenza protetto da uno spit
(6a). S1. La seconda lunghezza è costituita da una fessura a blocchi
che offre una divertente arrampicata di 5b/5c. S2 Si è ora alla base
di una stupenda placca grigio chiaro, punto chiave della salita. Ci
si impegna sulla placca raggiungendo il primo chiodo (6b obbligatorio)
e traversando poi delicatamente verso lo spigolo (6c, spit). Essendo
la lunghezza a forma di S conviene passare nei rinvii una sola corda
sino a questo punto. Si prosegue ora in un diedro cieco (7a, spit e
chiodi) uscendo su una placca sprotetta che precede la sosta. S3 Si
continua ora su un muro di granito che alterna placche a gradini, con
difficoltà di 6a e 6a+ ma con frequenti tratti sprotetti. Si raggiunge
così la fessura orizzontale della Via Bonatti, sopra la quale, alla
base di una bella lama arcuata, si trova la S4 Si sale ora la lama interamente
proteggendosi con i nut (6b+) e facendo attenzione ai punti dove essa
suona un po' a vuoto. Si continua poi per tettini atletici (6a) incisi
da fessure. S5 La placca che segue è piacevole e nuovamente incisa da
fessure da proteggere (6a) finchè ci si sposta sulla sinistra per vincere
il blocco terminale per un facile diedro. La cima della Chandelle è
stretta ma comoda, la vista sul Gran Capucin è mozzafiato. La discesa
la si effettua per l'itinerario di salita.
Gran Capucin
Via: Voyage Selon Gulliver 1a salita: M. Piola e P.A. Steiner 18/19.8.82
Difficoltà generale: ABO inf Sviluppo: 350 m Difficoltà obbligatoria:
6a Difficoltà massima: 7a con 3 pendoli Materiale: la via è poco chiodata,
se ci si porta solo nut e friend e non martello e chiodi, le difficoltà
obbligatorie raggiungono almeno il 6b. Per giunta molti chiodi che si
trovano sulla via non sono sicuri. Grande vione di impegno considerevole,
anche tenuto conto della scarsa chiodatura e della sostenutezza delle
lunghezze. La parte alta della via è esposta e ricorda lontanamente
certe situazioni yosemitiche, anche considerando che una ritirata da
questo punto non è propriamente semplice. Si può comunque affermare
che Voyage appartiene all'epoca di transizione tra le vie classiche
e quelle moderne. La si può considerare insomma una via classica di
grande difficoltà più che una delle prime vie moderne. La differenza
con le ultime vie dello stesso Piola è infatti notevole. L'arrampicata
è quindi varia e difficile, anche se alcune lunghezze facili spezzano
un po' la sostenutezza della via. La prima parte è principalmente in
placca, dove si può godere di uno stupendo granito aranciato cosparso
da giandoni neri di grosse dimensioni. Man mano che si sale però la
parete si fa verticale e strapiombante, costringendo a procedere nelle
fessure spesso arrotondate e difficili. Tre pendoli sono necessari per
superare tratti di parete liscia che tuttavia non paiono del tutto impossibili
alla salita in arrampicata libera... L'attacco della via lo si raggiunge
per il couloir des Aiguillettes, a volte in brutte condizioni. Nelle
annate secche è infatti facile trovare la crepaccia molto aperta e frequenti
scariche di sassi, soprattutto dopo l'alba. Si lasciano gli zaini alle
terrazze, all'attacco anche della via Bonatti. L'inizio non è del tutto
evidente, essendoci molte vie che iniziano da questo punto. Ci si può
riferire ad un evidente tettino nero sulla destra, facendo attenzione
a non confonderlo con un altro più a sinistra, sulla cui placca sottostante,
però, figurano diversi spit (via De Fil en Aiguille). L'attacco è quindi
per una fessura che supera il predetto tettino (6a). S1 Si traversa
a sinistra per una grande placconata con spit molto distanziati e tratti
di 6a/6b con un passaggio più difficile di 6c vicino ad uno spit. Si
sosta alla base di un muro verticale. S2. Si compie un traverso orizzontale
e scabroso a destra (6b), poi una fessura obliqua a sinistra (6a) sostando
alla base di una fessura arrotondata. S3 La si affronta proteggendosi
con friend (6b+) sino ad uno spit dal quale ci si cala e si pendola
a sinistra afferrando una fessura verticale. La si supera in dulfer
(7a o A0) sino alla S4. Si prosegue più facilmente per un diedro (5c)
inoltrandosi nel cuore della parete. S5 Il tracciato della sesta lunghezza
è poco evidente e si mantiene sulle placche a destra di due evidenti
tettini (6b), anche se alcune protezioni fisse portano a salire i diedri
sotto i tettini predetti. La S6 è appena sulla destra del tetto, alla
base di una placca incisa da una fessura. Si sale la prima fessura (6a)
e si traversa a sinistra salendo una serie di lame arrotondate e pance
con protezioni un po' precarie e distanti (6c). La S7 è appesi sul vuoto.
Si pendola a sinistra per pochi metri e si raggiunge una fessura che
si sale in dulfer molto atletica e faticosa (6b), indi si prosegue in
un bel diedro con tecnica ad incastro (6c). Un terzo diedro porta ad
uno spit, dal quale si pendola verso destra alla Sosta 8. Di qui è possibile
superare il tetto sovrastante inciso da una fessura (7b+), Variante
Panoramix. La via originale sale invece uno spigoletto (5c/6a) e poi
un diedro che permette di vincere la fascia di tetti. S9 Si prosegue
più facilmente per parete che man mano si abbatte (5a) sino su terrazzini.
S10. Di qui, traversando a sinistra, è possibile raggiungere il termine
della via O Sole Mio e scendere in dopppie da essa. Se si vuole raggiungere
la cima si percorrono invece due lunghezze facili su ottimo granito
(4c) sino sulla punta di uno dei più begli obelischi delle Alpi. S12
Pic Adolphe Rey
Via Bettembourg 1a salita: G. Bettembourg e H. Thivierge 25.4.75 Difficoltà
generali: TD+ Sviluppo: 200 m Difficoltà obbligatorie: 5c Difficoltà
massime: 6b Materiale: una serie di nut e una di friend Anche se non
la più moderna e difficile, la via Bettembourg è una grande classica
che tra le vie del Pic Adolphe esprime meglio l'essenza della scalata
granitica e la purezza di linee che la contraddistinguono. Con un bellissimo
tracciato, infatti, la via vince l'estetica fessura che taglia diagonalmente
tutta la parete sud-est del Pic Adolphe, offrendo un'arrampicata in
fessura continua e mai estrema ma nello stesso tempo senza tratti troppo
facili che ne spezzino l'impegno globale richiesto. L'attacco è evidente,
alla base di un diedro rovesciato grigio. Si sale la fessura rovescia
(6b, qualche chiodo) e si prosegue per il diedro. S1 Altra bella lunghezza
in diedro di 5c. S2 Si vince poi un passaggio un po' più difficile (6a)
proseguendo poi per la fessura a volte larga in ambiente grandioso.
S3 Le tre lunghezze seguenti sono omogenee e belle, con difficoltà di
5c. Dalla S6 è consigliabile scendere in doppie o, attraverso la Via
Gervasutti, raggiungere la cima del Pic Adolphe.
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