UN COMMENTO del protagonista
Una delle domande che mi si rivolge più spesso riguarda la motivazione
che mi spinge alla solitarie. Mancanza di compagni? Bisogno
di protagonismo o intimismo? Pazzia?
Provo qui a dare una risposta.
Le solitarie hanno da sempre fatto parte del mio alpinismo:
mi sono sempre trovato bene da solo, sia che camminassi, facessi
sci-alpinismo o arrampicassi: posso sicuramente affermare che
la solitudine fa parte del mio carattere, anche se mi fa naturalmente
piacere la compagnia degli amici e delle persone care.
Quando ho cominciato ad arrampicare mi è perciò venuto naturale,
appena mi ritenessi in grado di farlo, provare a salire da solo.
Dapprima furono i massi e poi le pareti via via più alte.
Ho fatto solitarie integrali anche in falesia, fino al 6b+,
ma mi sono accorto presto che la vera solitaria è in montagna,
su una via lunga, meglio dove non conosci la via a memoria.
Dopo qualche ripetizione ho aperto vie slegato in montagna,
di cui si sa poco o niente, perchè allora non mi sembrava giusto
pubblicizzare questo tipo di attività che svolgevo spinto da
forti motivazioni personali e a volte anche, non mi vergogno
a dirlo, da crisi esistenziali.
Recentemente ho ripreso l'attività solitaria, pur non avendo
mai completamente smesso. Essendo in età più matura e con ormai
una famiglia sulle spalle, ho optato per la (parziale) autoassicurazione,
come nella ripetizione (1998) e prima libera della via Manera-Bonis
al Monte Castello (Gr. Paradiso), dove però ho rischiato anche
oltre il dovuto, a causa della via parzialmente bagnata.
La solitaria con trapano e spit era l'unica cosa che non avevo
ancora provato ed è stato naturale che prima o poi tentassi
una nuova via in questo stile, indicato recentemente dall'amico
Rolando Larcher con le sue stupefacenti realizzazioni, "Lupo
Solitario" e "La vita che verrà".
Al termine di questa ennesima avventura posso solo dire che,
tra tutte le solitarie che ho superato, questa è stata senza
dubbio la più faticosa ed impegnativa.
Ciò può sembrare strano, se si pensa che la via si trova in
Sardegna, senza pericoli oggettivi, ad un'ora dalla macchina
ed è per giunta protetta da spit! Invece, pur non essendo rischiosa
come una solitaria integrale, questa salita mi ha richiesto
un impegno psicofisico totale: la fatica del dover portare da
solo tutto il materiale, le difficoltà e lo stress di mantenersi
concentrato nelle manovre per tutto il giorno, la continuità
senza tregua delle difficoltà, mi hanno richiesto 5 giorni di
sforzi e più di una volta sono tornato completamente sfinito.
Rimane la soddisfazione, strettamente personale, di un'altra
esperienza vissuta e una nuova via interamente a spit, che per
questo sicuramente molti apprezzeranno, magari non immaginando
nemmeno lontanamente lo sforzo che ha richiesto. L'assenza del
confronto diretto con altri e il rapporto "totale", anche se
per certi versi esasperato, che si crea tra te e la montagna
è senza dubbio la vera scintilla che mi spinge a impegnarmi
in imprese del genere, che a prima vista potrebbero sembrare
prive di senso...
Maurizio Oviglia