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Racconto di una prima salita
di una via alpinistica


di Marco Marrosu

Il traverso del terzo tiro, V+.(Foto M. Marrosu)


Quello strapiombo era lì ormai da milioni di anni, ma era negli ultimi cinque che ci guardava con un'aria un po' troppo provocante. L'aspetto, dal mio punto di vista, era un po' orrido, e ci volle un bel po' perché lo conoscessi e mi avvicinassi a lui con occhi nuovi. L'espressione provocante però, gli anni passano per tutti, cominciò a trasformarsi in aspetto altezzoso. D'altronde, come una bella ragazza, una bella parete va saputa corteggiare..era il 1997 quando, preso coraggio, ci provammo per la prima volta e siccome sono timido io e altrettanto è Lorenzo abbiamo deciso di andarci assieme. In due pensavamo, sarà più facile. Quel giorno fu un duro rifiuto da accettare. Avevamo sottovalutato la parete e, partiti alle 18, pensavamo che il solo dislivello giustificasse le poche ore di luce che ci rimanevano. In realtà era tosta! Durante l'azione ci trasformavamo lui nello scuro e bassottino Starsky e io nel più alto e biondino Hutch. Così la progressione diventava un continuo "Dai corda Starsky" "Molla Hutch".
Dopo due tiri la luce aveva cominciato a calare, i tetti incombevano su di noi e lo strapiombo ci aveva provato fisicamente e psicologicamente. Avevamo notato una via di uscita sulla sinistra ma la mancanza del frontale, l'incognita da affrontare e lo stress al quale eravamo stati sottoposti si faceva sentire. Prepariamo la calata su alcuni chiodi da roccia. Buttata la corda scopriamo con orrore che a) tocca per un metro per poi gettarsi lontana nel vuoto, b) l'arrivo è sul mare, c) che mancano 10m alla sua superficie. Spostiamo così la sosta ma tutto è liscio e non ci rimane altro che quel buco che poi si strozza…incastrarci il nodo del cordino. Su questa nuova e più economica sosta cominciamo, non senza emettere preghiere di ogni genere e pensando ai tuffatori di Acapulco, la calata. Che culo! La corda strapiomba dalla base della parete per oltre 20 metri e non arriva all'acqua per 5. Così il primo si cala, nessun nodo in fondo alla corda e via, tuffo. Il secondo invece arrivato alla fine della doppia si aggrappa disperatamente con le mani a un capo e, di nuovo che culo, la corda scorre e riusciamo nuotando a recuperare il nostro capitale.
La cotta ci era rimasta come un amore non consumato e così questa volta siamo tornati, con uno con un nome che ci poteva portare fortuna (Angelo), con più esperienza e più rughe sul volto per ricordarci come eravamo più forti e incoscienti da giovani e più maturi oggi. La via è splendida. Il traverso del terzo tiro merita da solo la ripetizione. Una frattura netta e trasversale taglia la base dei tetti, le mani si artigliano come cliff e i piedi raspano e aderiscono sul niente. Come un gibbone ci si lascia dondolare da un metro all'altro sino a raggiungere la sosta col cordino lasciato. Sotto solo il vuoto e lo strapiombo assoluto, in alto un lungo tetto di oltre 5 metri che copre tutto il traverso. I tiri precedenti sono mozzafiato con cordini che si agitano nell'aria e l'ultimo regala il momento più bello: l'arrivo sulla cima.
Buona ripetizione quindi e che possiate godere come abbiamo goduto noi (parete di grande esperienza è!)

A.Baldino su un
passaggio del
secondo tiro


A. Baldino sull'
ultimo tiro
.

 

Il secondo tiro
(VI+)

  Relazione sulla via